Digger, la recensione del film di Alejandro González Iñárritu

Una storia semplice raccontata in modo straordinariamente complesso: un lavoro ambizioso e cerebrale che si perde nel proprio intellettualismo.

3 min read
Digger, la recensione del film di Alejandro González Iñárritu

Questo film racconta una storia molto semplice: Digger Rockwell (Tom Cruise) è un magnate del petrolio, la sua azienda provoca uno spaventoso disastro ecologico planetario, costringendo il Presidente degli Stati Uniti d'America (John Goodman), di fatto da lui stesso messo al potere, a coinvolgerlo per salvare una situazione disperata.

Molto meno semplice è il modo in cui Iñárritu la racconta. Perché la narrazione è stratificata, mescola cinema e teatro in modo originale e spiazzante, e si presta a diversi livelli di lettura.

Il lavoro è molto ambizioso, forse troppo ambizioso, ma curato nei minimi dettagli, straordinariamente complesso, intellettualmente sofisticato, intrecciando temi molto divisivi: la corruzione e la cialtronaggine della classe politica e militare, il potere della narrazione sulla percezione della realtà da parte dei cittadini, la responsabilità individuale in un mondo dominato dai social network, il ruolo dell'intelligenza artificiale nella manipolazione dei media, il valore della satira e l'opportunità di utilizzarla per parlare di fatti drammatici.

Insomma, tanta, forse troppa, carne al fuoco.

Tom Cruise in Digger

Digger: un film straordinariamente ambizioso e complesso, che ruota intorno al personaggio interpretato da Tom Cruise

Tutto quanto accade nel film è funzionale a esaltare il personaggio interpretato da Tom Cruise, che non è di certo agevolato dalla cazzuolata di trucco sotto la quale è sepolto.

Personalmente ho comunque apprezzato molto di più il grande John Goodman, nei panni di un presidente degli Stati Uniti d'America assolutamente incredibile per la sua paranoia e cialtronaggine. In generale, la classe politica statunitense viene semplicemente massacrata in questo racconto, che mette comunque alla berlina ogni forma di potere costituito.

John Goodman in Digger

Il tono è surreale, spesso grottesco, strizzando l'occhio al mitico Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, il capolavoro diretto dal geniale Stanley Kubrick, nel lontano 1964, in piena guerra fredda.

Ma Digger non è in grado di raggiungere, e a dirla tutta neanche di sfiorare lontanamente, tali vette cinematografiche. Anche se è curata nei minimi dettagli ed è evidente l'enorme lavoro che è stato fatto per realizzarla, quest'ultima fatica di Iñárritu è, a mio avviso, troppo didascalica, troppo intellettuale, troppo lunga, si prende troppo sul serio, ha troppi dialoghi, in particolare troppi monologhi, ed è troppo evidente lo sforzo per enfatizzare la parte recitata da Tom Cruise.

Peccato.

Non credo sia un film che possa essere apprezzato dal grande pubblico, ma probabilmente può soddisfare una nicchia di cinefili, che abbiano la voglia di studiare tutti i particolari di ogni inquadratura, e che siano in grado di godersi i diversi livelli narrativi in cui è articolata questa pellicola e le loro intersezioni, curate nei minimi dettagli.

Digger è anche un omaggio al cinema e al teatro, fatto che però rischia di non essere notato da molti, perché diluito in un voluto ed esasperato intellettualismo, per di più esacerbato da una didascalica apologia di luoghi comuni, soprattutto su tematiche ambientaliste, oggi molto alla moda e ampiamente inflazionate sui media.

Insomma non un film per tutti, ma per chi considera il cinema non come (solo) semplice intrattenimento, e vuole lasciarsi sedurre dalla sua componente intellettuale e stilistica.

In altre parole, un film per pochi.

Digger - trailer ufficiale ITA