Mortal Kombat 2, la recensione del film di Simon McQuoid

Nonostante tutto, il film funziona soprattutto grazie all'ironia metacinematografica sprigionata dal personaggio interpretato da Karl Urban.

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Mortal Kombat 2, la recensione del film di Simon McQuoid

Che dire. Nel momento in cui ho deciso di andare a vedere questo film, di sicuro non mi aspettavo un capolavoro. Avendo visto il precedente Mortal Kombat, sempre di Simon McQuoid, del 2021, una pellicola a dir poco avvilente, ben al di sotto del livello di galleggiamento, ero curioso di vedere se questo capitolo potesse fare ancora più schifo. Cosa improbabile, ma sempre possibile, di questi tempi.

Ero preparato per il peggio. Ma sono rimasto piacevolmente stupito. Oserei dire che mi sono anche decisamente divertito. Guardandolo in modalità cervello spento, ovviamente, perché la trama è quasi inconsistente, è un semplice pretesto per mostrare dei combattenti che si massacrano allegramente.

Perché, a differenza del suo predecessore del 2021, in questo film si vede un vero torneo, con personaggi che funzionano. E, soprattutto, questa volta la pellicola non si prende sul serio, e anzi si diverte a massacrare (anche) quanto non ha funzionato nel primo capitolo.

Karl Urban in Mortal Kombat 2

Mortal Kombat 2: un netto miglioramento rispetto al primo capitolo

Il protagonista del primo Mortal Kombat, Cole Young, impersonato da un inguardabile Lewis Tan, è presente anche in questo episodio, seppur in tono dimesso, dopo aver percorso il viaggio dell'eroe più triste e sottotono della storia del cinema in quello precedente. E ha il buon senso di levarsi subito dalle scatole, maciullato vivo, senza troppi problemi, dal cattivone di turno.

Fa invece il suo ingresso sulla scena un nuovo protagonista, l'attore fallito Johnny Cage (un grande Karl Urban), che introduce una gradevolissima dose di umorismo metacinematografico, di fatto il poker d'assi di questa pellicola.

E il suo sarcasmo fa il paio con quello di un altro personaggio presente nel precedente Mortal Kombat, Kano (Josh Lawson), che qui trova l'ambiente giusto per dare il meglio di sé.

Scarsamente memorabile, dal mio punto di vista, è il battaglione degli altri personaggi, parte dei quali già visti nel primo Mortal Kombat. Ma questo non ha molta importanza in un racconto che vuole dichiaratamente mettere in scena una serie di combattimenti, in un contesto coerente con quello dei videogiochi da cui il franchise ha avuto origine.

Adeline Rudolph in Mortal Kombat 2

La carta vincente di questo meglio riuscito Mortal Kombat 2 è la strutturale autoironia metacinematografica iniettata dal duo Johnny Cage-Kano, che impedisce di apprezzare le falle, a tratti clamorose, della storia, di cui a nessuno frega nulla, in un contesto di questo tipo.

E quindi chissenefrega se ci sono tradimenti multipli di cui non si capiscono bene – anzi, proprio per niente – le motivazioni, se alle volte la CGI è tutt'altro che eccelsa, se non si riesce a memorizzare la maggior parte dei personaggi perché vengono massacrati all'istante, se dopo venti minuti non si riesce a ricordare quanto successo prima, perché tutto accade troppo velocemente.

Nota a margine: chi non avesse visto il primo film capirebbe ancora di meno, perché si presuppone che si conosca quanto vi viene narrato.

Ma, ancora una volta, chissenefrega. Questa pellicola non vuole essere altro che una serie di combattimenti, condita da un gradevole umorismo, senza alcuna pretesa né velleità autoriale. Due ore di piacevole intrattenimento per gli amanti di questo genere, magari da vedere in compagnia di amici, con i quali condividere grasse risate.

A tutti gli altri consiglio caldamente di stare rigorosamente alla larga.