Judas Priest, a Pordenone cinquant’anni di heavy metal sul palco

4 min read
Judas Priest, a Pordenone cinquant’anni di heavy metal sul palco

Nella cornice del Pordenone Blues Festival, il concerto organizzato da Azalea ha portato al Parco San Valentino i Judas Priest con una scaletta che ha attraversato oltre cinquant’anni di storia dell’heavy metal.

Il Parco San Valentino ieri sera si è vestito di nero, cuoio e borchie per un appuntamento nel segno dell’heavy metal. A Pordenone sono arrivati fan da tutta la regione e anche dalle nazioni confinanti per assistere alla prima tappa italiana del "Faithkeepers Tour" 2026 dei Judas Priest.

Ad aprire il concerto sono stati i Nevermore, formazione statunitense guidata dalla voce di Berzan Önen. Narcosynthesis ha dato il via a un set compatto e potente, seguito da Inside for Wheels, Moonrise, The River Dragon Has Come e Born. Più melodica Believe in Nothing, scelta per spezzare il ritmo e mostrare un’altra dimensione della band. Un’apertura efficace, che ha preparato il pubblico all’arrivo dei protagonisti della serata.

I Nevermore (#darionnenphotographer)

Tra gli spettatori, accanto ai fan di lunga data, non sono mancati molti giovanissimi, ragazzi e ragazze che conoscono e apprezzano il metal in un’epoca musicale dominata da trap e autotune. Una presenza che testimonia come, nonostante l’età del genere, le chitarre continuino a trovare nuovi ascoltatori.

All’abbassarsi delle luci l’introduzione è affidata a War Pigs dei Black Sabbath, omaggio alla band che più di ogni altra può essere considerata tra le fondamenta dell’heavy metal. Dopo Faithkeepers Intro, i Judas Priest entrano nel vivo con You've Got Another Thing Comin'.

Da qui in avanti la scaletta è un percorso attraverso oltre cinquant’anni di carriera. Metal Gods e Breaking the Law riportano agli anni Ottanta, mentre The Ripper e The Sentinel confermano la centralità delle chitarre nel sound della band. Seguono Desert Plains, Lightning Strike e Turbo Lover, quindi Steeler e Delivering the Goods.

Al centro, naturalmente, c’è Rob Halford. Il cantante conserva spesso il suo particolare modo di affrontare gli acuti, piegato in avanti sul microfono, quasi a cercare nel gesto fisico la spinta necessaria per raggiungere le note più alte. E alcuni di quegli acuti mantengono ancora oggi un’intensità sorprendente.

La scaletta procede con Panic Attack, Victim of Changes e No Surrender. Proprio Victim of Changes, brano del 1976, rappresenta bene il filo che unisce le diverse epoche della band: il passato non viene semplicemente celebrato, ma continua a vivere nella dimensione del concerto.

Prima del gran finale arriva l’introduzione video di Painkiller, poi il brano prende forma sul palco con tutta la sua velocità e aggressività, riportando il pubblico alle sonorità più estreme della band e dando ulteriore ritmo alla parte conclusiva del concerto. Il bis riparte con The Hellion e Electric Eye. Arriva quindi il momento tanto atteso dal pubblico: Rob Halford torna sul palco in sella alla mitica Harley-Davidson, uno dei simboli che nel corso degli anni è diventato un segno distintivo dell’immaginario dei Judas Priest. È il preludio a Hell Bent for Leather, prima di Living After Midnight, accolta dai cori del pubblico e intonata a lungo in un tripudio finale a celebrare Rob Halford, Ian Hill, Richie Faulkner, Andy Sneap e Scott Travis che dal palco hanno distribuito plettri, bacchette e sorrisi.  La chiusura è affidata alla registrazione di We Are the Champions, che accompagna la conclusione dello spettacolo.

Oltre un’ora e mezza di musica in cui i Judas Priest hanno attraversato la propria storia senza trasformare il concerto in una semplice operazione nostalgia in cui la band di Birmingham ha affidato tutto alla musica: riff, batteria, assoli e la potentissima voce di Halford.

È questa, alla fine, la fotografia della serata di Pordenone. Cinquant’anni di heavy metal alle spalle, ma ancora la voglia di salire su un palco e suonare davanti a un pubblico di generazioni diverse. Perché se il metal appartiene alla storia della musica, ieri sera al Parco San Valentino è apparso evidente che quella storia non è ancora finita.

Nella carrellata di immagini a seguire, le foto di Diego Petrussi del concerto dei Judas Priest del 1984 a Winterthur (Svizzera); sono passati parecchi anni ma Rob Halford e company continuano a calcare i palchi come se il tempo non fosse mai passato.

Dario Furlan (testo revisionato con AI) - Immagini: Diego Petrussi