Nella cornice del Pordenone Blues Festival, il concerto organizzato da Azalea ha portato al Parco San Valentino i Judas Priest con una scaletta che ha attraversato oltre cinquant’anni di storia dell’heavy metal.
Il Parco San Valentino ieri sera si è vestito di nero, cuoio e borchie per un appuntamento nel segno dell’heavy metal. A Pordenone sono arrivati fan da tutta la regione e anche dalle nazioni confinanti per assistere alla prima tappa italiana del "Faithkeepers Tour" 2026 dei Judas Priest.

Ad aprire il concerto sono stati i Nevermore, formazione statunitense guidata dalla voce di Berzan Önen. Narcosynthesis ha dato il via a un set compatto e potente, seguito da Inside for Wheels, Moonrise, The River Dragon Has Come e Born. Più melodica Believe in Nothing, scelta per spezzare il ritmo e mostrare un’altra dimensione della band. Un’apertura efficace, che ha preparato il pubblico all’arrivo dei protagonisti della serata.

Tra gli spettatori, accanto ai fan di lunga data, non sono mancati molti giovanissimi, ragazzi e ragazze che conoscono e apprezzano il metal in un’epoca musicale dominata da trap e autotune. Una presenza che testimonia come, nonostante l’età del genere, le chitarre continuino a trovare nuovi ascoltatori.
All’abbassarsi delle luci l’introduzione è affidata a War Pigs dei Black Sabbath, omaggio alla band che più di ogni altra può essere considerata tra le fondamenta dell’heavy metal. Dopo Faithkeepers Intro, i Judas Priest entrano nel vivo con You've Got Another Thing Comin'.

Da qui in avanti la scaletta è un percorso attraverso oltre cinquant’anni di carriera. Metal Gods e Breaking the Law riportano agli anni Ottanta, mentre The Ripper e The Sentinel confermano la centralità delle chitarre nel sound della band. Seguono Desert Plains, Lightning Strike e Turbo Lover, quindi Steeler e Delivering the Goods.
Al centro, naturalmente, c’è Rob Halford. Il cantante conserva spesso il suo particolare modo di affrontare gli acuti, piegato in avanti sul microfono, quasi a cercare nel gesto fisico la spinta necessaria per raggiungere le note più alte. E alcuni di quegli acuti mantengono ancora oggi un’intensità sorprendente.






La scaletta procede con Panic Attack, Victim of Changes e No Surrender. Proprio Victim of Changes, brano del 1976, rappresenta bene il filo che unisce le diverse epoche della band: il passato non viene semplicemente celebrato, ma continua a vivere nella dimensione del concerto.
Prima del gran finale arriva l’introduzione video di Painkiller, poi il brano prende forma sul palco con tutta la sua velocità e aggressività, riportando il pubblico alle sonorità più estreme della band e dando ulteriore ritmo alla parte conclusiva del concerto. Il bis riparte con The Hellion e Electric Eye. Arriva quindi il momento tanto atteso dal pubblico: Rob Halford torna sul palco in sella alla mitica Harley-Davidson, uno dei simboli che nel corso degli anni è diventato un segno distintivo dell’immaginario dei Judas Priest. È il preludio a Hell Bent for Leather, prima di Living After Midnight, accolta dai cori del pubblico e intonata a lungo in un tripudio finale a celebrare Rob Halford, Ian Hill, Richie Faulkner, Andy Sneap e Scott Travis che dal palco hanno distribuito plettri, bacchette e sorrisi. La chiusura è affidata alla registrazione di We Are the Champions, che accompagna la conclusione dello spettacolo.

Oltre un’ora e mezza di musica in cui i Judas Priest hanno attraversato la propria storia senza trasformare il concerto in una semplice operazione nostalgia in cui la band di Birmingham ha affidato tutto alla musica: riff, batteria, assoli e la potentissima voce di Halford.
È questa, alla fine, la fotografia della serata di Pordenone. Cinquant’anni di heavy metal alle spalle, ma ancora la voglia di salire su un palco e suonare davanti a un pubblico di generazioni diverse. Perché se il metal appartiene alla storia della musica, ieri sera al Parco San Valentino è apparso evidente che quella storia non è ancora finita.
Nella carrellata di immagini a seguire, le foto di Diego Petrussi del concerto dei Judas Priest del 1984 a Winterthur (Svizzera); sono passati parecchi anni ma Rob Halford e company continuano a calcare i palchi come se il tempo non fosse mai passato.






Dario Furlan (testo revisionato con AI) - Immagini: Diego Petrussi