L’universale tematica del dolore appartiene da sempre alle letterature di tutto il mondo, sviscerata nelle diverse sue caratteristiche e trattata secondo i punti di vista di ogni autore. Anche le esperienze personali vissute incidono ovviamente sull’intensità e sulla forza espressiva che i testi assumono nella loro estensione e profondità. Un’altra differenziazione nasce dal tipo di messaggio che la narrazione poetica intende veicolare al lettore, al di là della natura stessa della sofferenza e della sua ideologia. “La presenza del dolore” è un dato di fatto della condizione umana e quindi il tipo di approccio ad essa segna la cifra della sua comunicazione. Dunque non va esente da tale legge la poetica di Francesco Salvador, per il quale ritengo opportuno stabilire due versanti essenziali della sua cognizione del dolore: la sofferenza degli altri e quella propria. Trattasi comunque sempre, in entrambi i casi, di vicende caratterizzate da dinamiche di interdipendenza, senza chiusure in compartimenti stagni.
In primis prendiamo in considerazione la presenza dei patimenti legati alle perdite affettive familiari, e qui appaiono due liriche dedicate alla figura materna, che fanno sorgere spontanea la domanda: quale poeta non ha una venerazione per la propria madre? Pasolini e Ungaretti insegnano che non si tratta solamente di letteratura, ma di vero amore filiale. In Così ti ho perduta, Salvador ci comunica, con evidente orgoglio, che «…l’ultimo nome che hai pronunciato/ è stato il mio…». La lirica prosegue su vaghe reminiscenze ungarettiane, senza scomodare la dimensione del divino, sul tema dell’attesa dell’incontro nell’altra vita («…Io so che da lì dove sei/ mi aspetti/ e tenti di ritardare/ il nostro prossimo incontro/ soffocando l’impazienza/ di vedermi arrivare»). (……..).
Enzo Concardi
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Capitolo 2 – I volti dell’amore
Una raccolta dal sapore squisitamente ossimorico si dispiega in questo capitolo dedicato ai testi di Francesco Salvador dove campeggia il tema amoroso, ma si assiste ad una sua trattazione innovativa e suggestiva, poiché emerge una particolare visione basata sugli atti mancati, sul non accaduto e sulle sue diramazioni, che si concretizzano nei topoi dell’assenza, del contrasto tra possibile e impossibile, tra realtà effettiva ed immaginazione, fino a far inabissare il lettore in un infinto e leibniziano universo di mondi possibili.
Quello di Salvador assume i contorni di un pensiero filosofico, che rimanda inevitabilmente ad una delle voci più significative del panorama culturale contemporaneo, la poetessa polacca Wislawa Szymborska (Kórnik, 1923 – Cracovia, 2012, Premio Nobel per la letteratura nel 1996), per la quale l’assenza si trasforma in una presenza reale e palpabile. Così, nella poesia d’apertura Mi manca, «Le lingue» che «rimangono/ riposte nel nascondiglio/ di una lettera/mai spedita» rievocano i versi della poetessa polacca, che nel componimento La stazione, allude a metaforici binari esistenziali che scorrono paralleli senza però mai convergere, descrivendo un appuntamento mancato, preannunciato da una comunicazione per avvisare del suo «non arrivo». L’incontro desiderato si realizza unicamente nello spazio dell’immaginazione, per suggellare un amore destinato a restare per sempre racchiuso nell’ambito del desiderio: «Il mio non arrivo nella città di N./ è avvenuto puntualmente.// Sei stato avvertito/ con una lettera non spedita.// Hai fatto in tempo a non venire/ all’ora prevista.// Il treno è arrivato sul terzo binario./ È scesa molta gente.// La mia persona, assente,/ si è avviata all’uscita tra la folla.//… È avvenuto… l’incontro fissato.// Fuori dalla portata/ della nostra presenza.// Nel paradiso perduto/ della probabilità…». (………….).
Gabriella Veschi
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Capitolo 3 – I labirinti della memoria
La nozione del tempo risulta connaturata alla vigile coscienza di ognuno, giacché quest’ultima viene manifestandosi e puntualmente organizzandosi in base all’avvertimento della densità problematica del medesimo, del suo specifico articolarsi secondo le scansioni interiori di presente e quindi di passato e di futuro fissate in una giustamente famosa pagina di Sant’Agostino.
Il sentimento del tempo si obiettiva innanzitutto nella constatazione del suo inesorabile trascorrere, nel rapido “fuggire”, allarmante e dolorosamente incalzante, in quanto di necessità connesso al progressivo indebolimento e infine all’annullamento delle energie vitali, secondo un animus pessimistico ritratto con insuperata efficacia tanti secoli fa in una lirica di Orazio: «Eheu, fugaces, Postume, Postume,/ labuntur anni, nec pietas moram/ rugis et instanti senectae/ adferet indomitae morti» (Odi, II, 14, 1-4, «Ahimè, o Postumo, Postumo, in fretta scorrono gli anni e la devozione religiosa non servirà a ritardare le rughe e l’incombente vecchiaia e poi la morte ineludibile», traduzione mia).
È nondimeno da osservare che l’esperienza temporale non è costituita da un continuumindifferenziato: a momenti insignificanti, mediocremente ripetitivi, qualitativamente opachi si alternano situazioni intellettuali ed etico-sentimentali di intensità anche notevole, destinate a suscitarericordi incancellabili, preziosi segni della storia personale depositati nello scrigno della memoria, i quali possono rappresentare occasioni di rivisitazione nostalgica oppure sollecitazione all’impegno e all’azione alacri e innovativi.
Mi sembra che nella ricerca lirica di Francesco Salvador il primo caso sia nettamente predominante, poiché urge tristemente il rammarico per il venir meno, l’esaurirsi, lo “svanire” di episodî e fasi dell’esistenza sentiti come importanti e vitalizzanti, ma purtroppo lontani, irrecuperabili, perduti: «Cerco la mia giovinezza/ ormai svanita per sempre/ nei visi di chi passa/ nell’illusione di una risposta/ o di una retorica domanda:/ “Che ne è stato della tua vita/ Francesco?”» (corsivo mio, come sempre in seguito); «È così incerta/ questa sera mia/ da mortificare/ i passi deposti/ e più lenti sono/ più svaniscono via via:/ come impronte/ fra l’onda e la sabbia/ e ancora cerco/ ricordi d’altre sere/ in altri viali in altre primavere/ potesse tornare/ per una volta almeno/ quel glicine/ o solo il suo profumo». (…………).
Floriano Romboli