SPLENDORI DI VITA di FULVIA DONATELLA NARCISO

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SPLENDORI DI VITA di FULVIA DONATELLA NARCISO

Accade spontaneamente, nell’accostarsi alla raccolta  poetica di Fulvia Donatella Narciso, che stiamo prendendo qui in considerazione, di percepire e sentire nell’approccio della poetessa alla parola, la presenza di una forte religiosità derivante da profonde radici cattoliche. Ne abbiamo un esempio in questa strofa appartenente alla lirica Sensazioni: «…Poi, sentendo quel vecchio Pregare,/ mi domando: “Chi glielo fa fare?”/ Ho due ipotesi: Dio o la Natura?/ Provo un misto di gioia e paura./ Mi pervade una grande emozione:/ non sarà che una sensazione,/ o è l’emergere del sovrumano?...».

E non pare un caso che l’Autrice discenda dai “Manzoni”, antica famiglia nobiliare resa celebre dallo scrittore Alessandro, interprete del concetto della Provvidenza non solo attraverso I promessi sposi, ma tramite tutte le sue opere in prosa e in poesia, divenute storiche nel panorama della letteratura italiana.  

Il suddetto sentimento è anche espressione della capacità di stupirsi, di amare il prossimo e Dio, in versi dove domina la linearità dell’incanto: non a caso la silloge s’intitola Splendori di vita. E, se si constata che l’alienazione e la liquidità dominano nella nostra contemporaneità occidentale, in cui l’uomo postmoderno vive anche una scissione con la natura, non si può non notare che, ancora una volta, la realizzazione del pensiero divergente si manifesta nella poesia di natura salvifica.

La vita in questa poetica non è male di vivere, ma ottimisticamente è fatta di splendori e di una multiforme felicità: ergo, occorre non dimenticare che tale gioia dell’esserci e di abitare poeticamente la Terra, scaturisce dal fatto che la poetessa è una fervente credente cristiana. 

E infatti non a caso nomina diverse volte proprio il Dio che è Amico dell’uomo per antonomasia; la poetessa è innamorata dell’esistenza che traduce in versi con un’estatica intensità lirica, trasfigurando gli elementi naturalistici che già in se stessi emanano incanto e meraviglia. Nella poetessa esiste la forza di stupirsi e di godere di ogni elemento, di ogni tassello del mosaico  di una natura che Goethe definiva l’abito vivente della divinità, in modo da ottenere  un felice relazionarsi anche con gli altri esseri che sono sotto specie umana e anche con animali e piante, con tutto ciò che è animato e anche con i cieli, i mari, il sole la luna e le stelle. 

Il connubio Natura-Divinità trova sua espressione compiuta nella prima strofa di Riverbero di primavera: «Il gelido sole di un vento di ottobre/ dona coi suoi raggi un’insolita freschezza./ È  un mattino di quiete,/ dove la rugiada ancor non si è posata/ per rimanere sui prati ancora assonnati.../ Le finestre ancor dormono/ e i tetti ricoprono i cuori.../ Un cielo immoto, sereno, azzurro,/ trasmette agli animi il suo sussurro/ e chi si desta al richiamo del mare/ dormir potrà quando il sole scompare.../ Vedrà vibrare la luna e le stelle,/ nel blu di fate, più vive, più belle.../ Quanto ho sofferto, quanto ho bramato,/ quanto ho aspettato, ma poi l’ho scoperto:/ quell’astro immenso che viene da Dio/ e non si spegne: lo voglio io!..».

Ma non viene dimenticato che la vita stessa è anche una lotta ed esistono anche il male e il dolore che, più spesso della gioia, si traduce in versi e questo assunto è espresso mirabilmente nella breve e concentrata poesia Metrica: «Il tempo per soffrire/ è “lungo…”,/ il tempo per gioire/ è “breve…”».

Particolarmente intensa ed efficacemente risolta la poesia La dolce laguna nella quale un padre si rivolge al suo bambino e gli fa un discorsetto che gli potrà servire per la comprensione del senso della vita, sotteso ad una concezione religiosa che riguarda ogni ambito dell’esperire umano. E nella lirica il figlio interlocutore risponde al padre dimostrando di avere compreso il suo insegnamento sensibile e saggio.  

E c’è da sottolineare che la poetessa qui adopera la rima sia alternata che baciata per dare musicalità al testo attraverso una ridondante icasticità che crea un ritmo suadente. Leggiamo il componimento La dolce laguna: «Sopra il banco di barca modesta/ siede un bimbo: muovendo la testa/ per seguire dei remi il ruotare,/ scorge un piccolo luogo ove il mare/ entra e forma una “dolce laguna”:/ lì la sera risplende la luna,/ dando il cambio al bellissimo sol./ Lo spettacol lo lascia incantato:/ “come è bello mio babbo il creato!”./ “Sì, figliolo, ma bada che tanto/ nella vita non sempre puoi avere…».

Da notare che Splendori di vita, raccolta di poesie neo-lirica, non è scandita in sezioni e anche per questo, oltre che per l’unitarietà contenutistica e formale, può essere considerata un poemetto. Il versificare è spesso connotato da accensioni e subitanei spegnimenti e spesso nei loro incipit i componimenti decollano veloci sulla pagina, per poi planare dolcemente e sono tutti detti con una forte urgenza e ben controllati e cesellati.

   E carattere saliente della scrittura della Narciso è quello di una forte originalità, per l’essenza religiosa di questa poetica che va controcorrente nel panorama italiano della poesia contemporanea. Essa s’invera con una forte dose di magia e rêverie e talvolta con una felice e vaga patina di senso della classicità per recuperare qualcosa che sembrava perduto, una migliore sintonia con il creato e l’alterità.

Molto evocativo il componimento La mia montagna, nel quale la montagna stessa viene interiorizzata dall’io-poetante che, quasi per una sfida con se stesso, con coraggio e paura allo stesso tempo, arriva alla Vetta ed è felice di questo risultato e ringrazia Iddio per la gioia che gli ha dato, consentendogli di compiere l’impresa: «Il mio pensiero va ora alla montagna,/ quel dolce luogo ancor ermo e selvaggio,/ che fe’ paura a me ma poi coraggio…/ Raggiunta ebbi la cima: che cuccagna!.../ Più in basso ritrovavo prati e fiori/ più strani più svariati, i cui colori/ facevano diadema a quell’altura, / come il ruscello orna la radura…/ A mezz’altezza allor vedevo i pini,/ alberi aghiformi e assai slanciati,/ che a quel paesaggio davano, divini,/ l’aspetto di rilievi più elevati…».

    La raccolta può essere letta come espressione di un’anima alla ricerca dell’Essenza della vita, nella consapevolezza che la felicità, per chi si professa cristiano, anche nell’immanenza è possibile, nonostante il male e il dolore.

Prefazione di Raffaele Piazza