Resident Evil: la recensione del film di Zach Cregger

Un film che cerca di reinventare un franchise stracotto, con molta ironia e originalità, e si fa guardare volentieri, senza però entusiasmare.

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Resident Evil: la recensione del film di Zach Cregger

Avevo aspettative molto alte per questo Resident Evil, firmato da Zach Cragger, dopo aver visto il suo pregevole Weapons, nel 2025. Mi aspettavo che il cineasta statunitense si sarebbe inventato qualcosa per rivitalizzare questo franchise, ormai moribondo.

E, in effetti, Zach Cregger, che di questo film è regista, co-sceneggiatore e co-produttore, ce l'ha messa tutta per creare qualcosa di autoriale, peraltro senza prendersi troppo sul serio, cosa che apprezzo sempre.

Tutto il racconto ruota intorno al suo protagonista, Bryan (Austin Abrams), un nerd che di mestiere fa il corriere e sta attraversando un periodo difficile con la sua ragazza, peraltro incinta, con esiti imbarazzanti.

Ingolosito dalla doppia paga per il difficile lavoro notturno, accetta di trasportare un pacco ad alta priorità al Raccoon City Hospital. Il viaggio comincia male, la strada è gelata e la visibilità è molto bassa, a causa di una nevicata, ma ovviamente il peggio deve ancora arrivare: ad attenderlo c'è l'inferno in terra...

Austin Abrams in Resident Evil

Resident Evil di Zach Cregger: una rilettura originale e ironica di un franchise ormai in decomposizione, che però non mi ha entusiasmato troppo

Tutta la pellicola è permeata da un umorismo neanche tanto sottile, al punto che spesso l'horror deborda nella commedia, e il film strappa a tratti delle gustose risate. Zach Cregger si diverte anche a giocare con gli effetti del micidiale virus T sugli infettati, creando un bestiario piuttosto diverso da quello a cui i film precedenti mi avevano abituato.

Il grimaldello utilizzato da Cregger per scardinare la seriosità dei precedenti capitoli del franchise è la figura di Bryan, un ragazzo insicuro, tutt'altro che fisicamente prestante, e completamente inetto con le armi.

Di fatto, sotto ogni punto di vista, è la nemesi di Alice, la protagonista di tutti i precedenti film del franchise, interpretata dall'iconica Milla Jovovich, con l'eccezione dell'infimo e inguardabile Resident Evil: Welcome to Raccoon City, del 2021.

Il racconto impone allo spettatore il punto di vista di Bryan, perché è di fatto presente in tutte le scene e le inquadrature privilegiano ciò che lui vede, alludendo alla modalità con cui molti videogiochi vengono fruiti.

Austin Abrams in Resident Evil

Una scelta che permette di sottolineare l'assurdità e l'orrore di ciò che deve affrontare lo sfortunato ragazzo, evidenziando al tempo stesso la sua goffaggine e la sua lontananza dagli eroi muscolari e cui eravamo abituati.

Ma per quel che mi riguarda questo è anche un limite della pellicola, perché questo ragazzo è troppo cialtrone, e al tempo stesso compie spesso delle scelte molto poco razionali, per potermici immedesimare veramente.

Inoltre c'è un problema di fondo, per un reboot in generale e uno di Resident Evil in particolare: la storia è in definitiva stranota, per cui nonostante gli eroici tentativi di Zach Cregger di cambiare l'atmosfera del racconto, la personalità e la fisicità del protagonista e il bestiario dei mutanti, di fatto si sa già cosa deve accadere e cosa aspetta il povero Bryan quando gira l'angolo buio di un isolato o di un appartamento.

Per cui, a parte qualche jump scare, e in questo film ce ne sono forse troppi, provare paura o vera tensione è per me arduo.

Rimane il generoso tentativo di reinventare un franchise, molte scene visivamente interessanti, alcune pregevoli invenzioni che ho molto apprezzato, e comunque il piacere di farsi intrattenere per la canonica ora e mezza che a mio avviso è la durata ottimale per un film.

Onore al merito, Zach.

Resident Evil: trailer ufficiale ITA