Venezia e l'Antico
In pochi sanno che il Museo Archeologico Nazionale di Venezia si pone come uno dei primi musei pubblici in Europa, in quanto la sua origine è da collocarsi nella prima metà del Cinquecento.
La storia del Museo è strettamente correlata con quella della sua città ospitante, che da sempre vanta origini antichissime (secondo la tradizione fu fondata il 25 marzo del 421 d.C) tanto da porsi come erede diretta di Roma. Molte delle famiglie patrizie veneziane vantavano infatti una discendenza diretta con gli avi romani, come ad esempio i Corner con la gens Cornelia, i Marcello con la gens Claudia e i Giustinian con Giustiniano. Ancora nel Seicento si potevano trovare in questo senso tante pubblicazioni che affermavano le antiche discendenze dei patrizi.
Le raccolte antiquarie avevano dunque un ruolo fondamentale nell'affermare materialmente queste pretese e il loro approvvigionamento era permesso proprio dai contatti militari, politici e commerciali di Venezia con la Grecia e l’intero Mediterraneo. L’arrivo di spolia illustri per i monumenti pubblici di Piazza San Marco rafforzò quindi la presenza di un mercato antiquario di alto livello e di numerose raccolte antiquarie.
Tuttavia la storia della nascita del Museo in questione è da legarsi a una famiglia in particolare della Venezia rinascimentale: i Grimani.
I Grimani e il Museo

Per comprendere al meglio la storia della donazione della collezione Grimani alla Repubblica bisogna partire dalla figura di Antonio Grimani, appartenente alla nobiltà povera, che si inserì nella mercatura da giovane e accumulò fortuna con commerci con il Mediterraneo orientale. Quello che potremmo definire come il suo cursus honorum non era di fatto una novità a Venezia, dove il patriziato cittadino, che era nettamente distinto dall'aristocrazia di origine feudale, era principalmente legato all'attività commerciale, salvo poi passare, con l'espansione in terraferma, al mondo dell'agricoltura.
Nel 1499, all'età di settant'anni, Antonio Grimani era ammiraglio della flotta che si scontrò nel Peloponneso contro i turchi, nella battaglia di Sapienza, che tra l'altro fu la prima dove apparvero i cannoni sulle navi. Tuttavia per Antonio si rivelò un momento critico, poiché fu accusato di aver abbandonato i naufraghi senza recuperarli: all'arrivo a Venezia rischiò addirittura il linciaggio, per poi essere processato e condannato all'esilio perpetuo a Cherso.

Nel frattempo suo figlio Domenico aveva comprato il titolo di cardinale a Roma, in un momento tra l'altro critico per la città di Venezia, quando il papa e le potenze europee si erano coalizzate contro Venezia e la sua espansione nella lega di Cambrai. Domenico tuttavia riuscì a convincere il papa e a far riabilitare anche il padre, che all'età di novant'anni divenne doge.
Le prime testimonianze della raccolta Grimani iniziano proprio con Domenico, il quale, in quanto cardinale, risiedeva ormai a Palazzo Venezia a Roma, dove possedeva anche una vigna. Sappiamo che un gruppo di ambasciatori lo visitò nel 1508 e disse che aveva gran copia di figure di marmo e cose antiche trovate sotto terra: era iniziata così la sua collezione. Già in quest'anno sono inoltre ricordati alcuni pezzi poi donati alla Repubblica, tra cui lo Pseudo-Vitellio e le copie romane dei Galati.
Nel 1523 Domenico lasciò a Venezia la collezione, la quale fu collocata nella Sala delle Teste a Palazzo Ducale. Si assistette dunque alla formazione del primo esempio di collezione pubblica.

Intervenne poi Giovanni, nipote di Domenico e patriarca di Aquileia. Giovanni era stato processato per processo di eresia nel 1563, cosa che non gli permise in seguito di essere eletto cardinale. Giovanni raccolse una collezione otto volte più numerosa dello zio, collezione che è la prima in Europa formata anche da sculture provenienti dalla Grecia, soprattutto da Creta (in particolare sarebbe da ricondurre all'isola il gruppo delle statuette Grimani). Creta era infatti veneziana dal 1204 e il governatore, veneziano anche egli, era probabilmente in stretti rapporti con Giovanni.
Giovanni riuscì dunque a radunare una collezione molto vasta, con pezzi dalla Grecia, da Roma e da Aquileia, di cui era patriarca.
Nel 1587 fece dono alla Repubblica della collezione con la clausola che si unisse a quella dello zio e che fosse messa in luogo degno. Giovanni infatti teneva i suoi pezzi nella Tribuna di Palazzo Grimani, dotato di nicchie apposite che formavano uno spazio considerato come unicum in Europa per qualità e dimensione, illuminato come era da una grande lanterna superiore.
Tuttavia alla sua morte gli eredi cercarono di impedire il trasferimento della collezione di antichità, per il suo valore soprattutto economico. Si arrivò infine a un compromesso, che divise la collezione in due parti, una delle quali sarebbe rimasta alla famiglia.
I pezzi destinati alla Repubblica furono collocati nell’antisala della libreria Marciana (nella parte sansoviniana). Nella progettazione dell'ambiente ospitante fu chiamato anche Vincenzo Scamozzi e nel 1596 i lavori furono dichiarati conclusi dal procuratore Federico Contarini. Nacque così lo statuario pubblico della Serenissima, che accolse dalla sua costituzione visitatori illustri, fino ad arrivare all'età napoleonica, in particolare nel 1797, data che segna la sua fine.
Dopo Napoleone, nel corso dell'Ottocento, gli eredi venderanno le ultime sculture, andando a costituire il Museo così come oggi lo conosciamo.
La ricostruzione della storia collezionistica dei musei è sempre interessante per comprendere quello che è il risultato di appropriazioni o donazioni, in modo tale da potersi recare con maggiore consapevolezza di fronte alle opere custoditevi. Il Museo Archeologico Nazionale di Venezia fa ora parte del circuito museale di Palazzo Ducale e del Museo Correr e contiene pezzi che raccontano storie che meritano la nostra visita e la nostra attenzione.