Lettere d’amore, rime baciate e canti dissonanti. "Le allegre comari di Windsor” in scena dal 15 al 26 Aprile 2026 al teatro San Ferdinando di Napoli. La commedia scritta sicuramente dopo il 1598, gioca sugli equivoci, sulle caricature umane e sui vizi della borghesia nascente.

Falstaff è un finto seduttore, figura pingue e claunesca, uomo edonista e canuto, un Capitan Spaventa alla Francesco Paolantoni. Gigantesca prova d'attore per l’artista ritornato al teatro di prosa in un personaggio che è sicuramente l’evoluzione di una maschera già creata nell’Enrico IV e probabilmente una rilettura ritrovata tra le novelle del “Pecorone” di Giovanni Fiorentino. Paolantoni beffato dalle donne, non fa tenerezza, ma convince, regge la farsa shakespeariana, dentro una regia che tende al dionisiaco: sembrano un po’ tutti ebbri sul palco.
La Londra di fine Cinquecento era moderna, piena di novità, di luoghi di ritrovo. C’erano marinai, capitani di navi che portavano spezie dall’India e dall’Oriente, immaginiamo che questo contesto abbia influenzato la scelta di inserire in scena elementi eterogenei: un simbolo New Age legato alla meditazione, spacca gli occhi dopo il primo cambio, poi abbiamo una rossa cabina telefonica per viaggiare nel tempo, monopattini e biciclette che entrano ed escono insieme ad oggetti di vario genere che salgono e scendono.

Le scenografie sono di Nicola Rubertelli, i costumi di Marianna Carbone, il disegno luci di Giuseppe Di Lorenzo, il trucco di Vincenzo Cucchiara e i movimenti coreografici di Laura Gagliardi.
È l’unica commedia di ambientazione inglese di Shakespeare e probabilmente i riferimenti simbolici avrebbero avuto bisogno di una partitura più precisa. Di meno simboli. 'Less is more" dicono gli inglesi, il meno aggiunge. Qualcosa è sfuggito di mano alla regia di Mariano Bauduin, maestro nell' unire musica e tradizioni popolari.
Di bello, invece, inserisce un direttore d’orchestra sul proscenio, di fronte alla pedana circolare di legno ruvido in stile elisabettiano. A tratti abbiamo intuito l’atmosfera del Globe Theatre, soprattutto nella scena del bosco dove il protagonista è gabbato dalle comari. Anche la scelta di soli uomini che recitano parti da donna, così come era ai tempi di Shakespeare ci è piaciuta, soprattutto per il cast di attori di spessore, tra cui spiccano Lello Giulivo in Alice Ford, Antonello Cossia è Meg Page, Carlo Caracciolo in Dr. Caius, e ancora 𝗖𝗶𝗿𝗼 𝗖𝗮𝗽𝗮𝗻𝗼, 𝗠𝗮𝘂𝗿𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗠𝘂𝗿𝗮𝗻𝗼, 𝗡𝗶𝗰𝗼𝗹𝗮 𝗖𝗼𝗻𝗳𝗼𝗿𝘁𝗼, 𝗩𝗶𝗻𝗰𝗲𝗻𝘇𝗼 𝗗’𝗔𝗺𝗯𝗿𝗼𝘀𝗶𝗼, 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗰𝗲𝘀𝗰𝗼 𝗗𝗲𝗹 𝗚𝗮𝘂𝗱𝗶𝗼, 𝗘𝗻𝗿𝗶𝗰𝗼 𝗗𝗶𝘀𝗲𝗴𝗻𝗶, 𝗠𝗮𝗿𝗰𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗠𝗮𝗻𝘇𝗲𝗹𝗹𝗮, 𝗔𝗹𝗳𝗿𝗲𝗱𝗼 𝗠𝘂𝗻𝗱𝗼, 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗰𝗲𝘀𝗰𝗼 𝗥𝗼𝗰𝗰𝗮𝘀𝗲𝗰𝗰𝗮.
Lo spettacolo ha inizialmente faticato a calamitare il pubblico, ma in più momenti la commedia salpa, come quando le comari scoprono che a tutte e due è stata mandata la stessa lettera, oppure nella famosa scena in cui il protagonista finisce nella cesta del bucato. Sicuramente questo lavoro, in prima nazionale, appassiona per la sua libertà creativa, per la forza della farsa sociale di chi può dire: “Ti ho visto perché eri di buona famiglia, ma ora mi piaci”, come afferma il giovane Fenton. I due giovani, che vivono una trama parallela nella commedia, sono collocati in un tempo più avanzato, probabilmente negli anni Settanta e la cosa è stuzzicante. Ma sono gli stacchetti musicali nei cambi scena, virtuosismi stridenti continuamente ripetuti, a non risultare funzionali alla fluidità narrativa di un lavoro ridotto nei suoi 5 atti ma che sicuramente avrebbe respirato meglio lavorando per sottrazioni. Ovviamente non è in dubbio il valore professionale del coro per il quale la produzione 𝗧𝗲𝗮𝘁𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝗡𝗮𝗽𝗼𝗹𝗶 – 𝗧𝗲𝗮𝘁𝗿𝗼 𝗡𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 ringrazia la 𝗙𝗼𝗻𝗱𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗧𝗲𝗮𝘁𝗿𝗼 𝗹𝗶𝗿𝗶𝗰𝗼 𝗚𝗶𝘂𝘀𝗲𝗽𝗽𝗲 𝗩𝗲𝗿𝗱𝗶 di Trieste. Applausi sinceri però, per aver rappresentato un testo comico e tutto sommato rischioso, dopo il quale la penna del più grande drammaturgo di tutti i tempi, ci lascerà solo tragedie e commedie nere.
Recensione Anita Laudando corrispondente da Napoli
Fonte Euroroms.net