Babylon: la recensione del film di Damien Chazelle con Margot Robbie e Brad Pitt

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Babylon: la recensione del film di Damien Chazelle con Margot Robbie e Brad Pitt

Bel Air. 1927. Manuel Torres (Diego Calva) è un tuttofare che partecipa all’organizzazione di una festa orgiastica, alla quale partecipano artisti più o meno noti e aspiranti tali.

Nel pieno del furioso baccanale arriva la sconosciuta ed esuberante Nellie LaRoy (Margot Robbie), che nella baldoria generalizzata ha l’occasione della sua vita: una ragazzina minorenne è entrata in overdose e il giorno dopo non potrà salire sul set. Nellie viene designata per sostituirla.

Subito dopo arriva Jack Conrad (Brad Pitt), attore all’apice della sua carriera, dedito all’alcol, alla droga e alle donne. L’orgia raggiunge livelli di parossismo indescrivibile, ma all’alba tutto finisce.

Nellie rapidamente diventa una stella, ma il cinema muto ormai ha i giorni contati. Esce il primo film sonoro, Il Cantante di Jazz, e cambia tutto. Attori affermati scoprono di non essere in grado di soddisfare le richieste tecniche della nuova tecnologia. E anche quelle legate al moralismo espressivo del cinema degli anni Trenta. Per Nellie e Jack si apre il viale del tramonto...

Margot Robbie in Babylon

Babylon: arte, amore e morte nel cinema, al cinema

Le storie di Nellie e Jack scorrono parallele, senza mai incontrarsi veramente, mettendo in scena due modalità diverse di tramonto di una stella, costruite intorno alle qualità degli attori che le impersonano.

Nelly ha una personalità disturbata, e viene travolta dalle sue passioni e dalle sue dipendenze. Jack invece lotta fino in fondo per adeguarsi alla nuova tecnologia del sonoro. Ma il vento della storia soffia troppo forte contro…

Ci sono poi diversi e interessanti personaggi secondari, le sui storie si intersecano con quelle principali: c’è il trombettista di colore Sidney Palmer (Jovan Adepo), la giornalista specializzata nel gossip cinematografico, Elinor St. John (Jean Smart), il gangster psicopatico coinvolto (anche) nel traffico di droga che gira a Hollywood, James McKey (Tobey Maguire), un’attrice cinese che cerca di trovare un suo posto sul set, Fay Zhu (Li Jun Li).

Il ritratto della Hollywood degli anni Venti e Trenta dipinto da Chazelle non ha nessuna pretesa di essere realistico, specie dal punto di vista visivo. Tanto per fare un esempio, l’acconciatura di capelli portata da Nellie nella festa orgiastica all’inizio del film non appartiene allo stile degli Venti.

Ma chissenefrega. Perchè, nonostante la lunghezza di oltre tre ore, il film funziona benissimo. Tanto per cominciare, l’orgia iniziale, nella quale vengono presentati i personaggi del film, risulterà forse eccessiva a molti, ma visivamente è magnifica, ed è supportata da una colonna sonora splendida (come tutto il film, del resto).

Nonostante la presenza di numerosi personaggi e diverse storie che scorrono parallelamente, non ci si perde mai, anche perché i dialoghi sono ben strutturati, mai autoreferenziali, e tutti contribuiscono dipingere efficacemente il mondo di Hollywood di quegli anni.

Certo, è un ritratto iperrealista, ma appunto per questo appassionante, specie per chi il cinema lo ama davvero. Impossibile, poi, elencare le infinite citazioni cinematografiche rinvenibili in questa pellicola.

Babylon: uno splendido, meravigliosamente eccessivo atto d’amore per il cinema

Questa pellicola è di fatto una dichiarazione d’amore per la settima arte, realizzata mettendo in scena la morte del cinema muto. Un approccio del tutto diverso, ma molto più efficace, di quello scelto da Spielberg per il suo misurato, didascalico e in definitiva mediocre The Fabelmans.

Chazelle ha invece scelto l’eccesso e la complessità, senza però mai cadere nell'illeggibile e nel gratuitamente autoreferenziale. Il dipinto iperrealista della Hollywood del periodo sarà forse esagerato nella forma, ma non nella sostanza, perché viene rappresentato non solo il passaggio dal muto al sonoro, ma anche il cambiamento introdotto nel mondo del cinema dall’introduzione del codice Hays all’inizio degli anni Trenta. Che segna una cesura drammatica nelle modalità di rappresentazione permesse a Hollywood, con l’imposizione di un moralismo di facciata per molti aspetti risibile.

L’orgia iniziale, che dura più di mezz’ora prima dei titoli di testa, farà forse stracciare i capelli a qualche perbenista, ma è (anche) perfettamente funzionale a trasmettere allo spettatore il cambiamento vissuto nel mondo del cinema statunitense del periodo, se si tiene presente quanto segue nel film. Ed è perfettamente funzionale al personaggio di Nellie, impersonata da una Margot Robbie in stato di grazia.

In generale, tutto il cast (stellare) ha fornito una prestazione di alto livello, in una pellicola in cui si mescolano meravigliosamente molti generi, creando una molteplicità di situazioni in cui i vari personaggi possono muoversi permettendo agli attori di dare il meglio di sé. Esattamente il contrario di quanto è avvenuto in Amsterdam, dove la storia è inutilmente complicata, intasata da dialoghi autoreferenziali, e molti personaggi sembrano essere stati inventati solo per permettere a qualche attore di recitare nella pellicola, tanto per potere esibire qualche nome in più sulle locandine.

Babylon invece è un film che gira benissimo, regalando momenti di alto coinvolgimento emotivo, specie al cinefilo incallito, che difficilmente può non apprezzare una pellicola così meravigliosamente metacinematografica.

Un film da gustare. Al cinema. Assolutamente.