Amsterdam: la recensione del film di David O. Russell

2 min read
Amsterdam: la recensione del film di David O. Russell

Nella New York degli anni Trenta il medico Burt Berendsen (Christian Bale) e l’avvocato afroamericano Harold Woodman (John David Washington) sono amici ex compagni d'armi, reduci della Prima Guerra Mondiale, dove hanno combattuto nello stesso reggimento. Scoprono che il loro vecchio comandante, morto improvvisamente, è stato in realtà assassinato, e decidono di investigare sull’oscura faccenda.

Vengono accusati dell’omicidio della figlia dell’anziano ufficiale defunto, e si rivolgono ai ricchi coniugi Voze, Tom (Rami Malek) e Libby (Anya Taylor-Joy), cercando protezione e informazioni per districarsi dall’assurda situazione dove si sono infilati. Tom consiglia di entrare in contatto con il vecchio generale multidecorato Gil Dillenbeck (Robert De Niro).

Nel frattempo i due ritrovano Valerie (Margot Robbie), eccentrica crocerossina che li aveva curati dalle ferite riportate sui campi di battaglia, che a suo tempo aveva avuto una storia sentimentale con Harold. Il trio subito dopo la guerra si era ritirato ad Amsterdam, trascorrendo insieme un periodo dadaista nel quale si erano giurati di aiutarsi vicendevolmente in caso di necessità.

I tre si rendono conto di essere finiti all’interno di un complesso intrigo politico, che mette in pericolo la democrazia negli Stati Uniti d’America, con la solita organizzazione criminale che trama nell’ombra, con corollario dei consueti folli progetti eugenetici e suprematisti bianchi.

Amsterdam: un film con indubbie qualità, ma forse troppo pretenzioso e alla lunga disorientante

Una didascalia all’inizio del film ci informa che “molte di queste cose sono successe davvero”. La pellicola è infatti ispirata a fatti realmente accaduti nel 1933 negli USA, più precisamente un poco conosciuto tentativo di golpe, meglio noto come Business Plot, che sarebbe probabilmente sfociato in un'alleanza con la Germania nazista.

Le vicende dei tre protagonisti, Burt, Harold e Valerie, sono invece inventate. Del resto la pellicola è nettamente divisa tra quanto accade ad Amsterdam, luogo metafora di libertà, arte e multiculturalismo, e i truci fatti nella corrotta New York, che vede una ristretta élite di multimiliardari tramare per prendere il potere. In questo fatto non è difficile vedere una larvata critica al trumpismo contemporaneo.

Nel film si intersecano molti generi: noir, thriller, spionaggio, musical, commedia, e chi più ne ha più ne metta. Curatissima dal punto di vista visivo, grazie all’attenzione maniacale delle ambientazioni e una fotografia spettacolare, a volte divertente, con una apprezzabile colonna sonora, questa pellicola zoppica però nella sceneggiatura. Troppi personaggi, troppi eventi, troppi dialoghi, troppa confusione.

Dopo un inizio avvincente e intrigante nel quale lo spettatore viene fagocitato dal racconto, la storia comincia a trascinarsi, anche perché il film dura oltre due ore, durante le quali non c’è mai una vera pausa nel ritmo degli accadimenti, e viene richiesta una costante attenzione a quanto mostrato sullo schermo.

Certo il cast è assolutamente stellare, ma da un certo punto di vista anche questo fatto può essere visto come un limite, in quanto la scena viene divisa da troppi personaggi, che parlano e si muovono continuamente. Alla fine si rimane disorientati nell’incessante flusso narrativo, senza capire bene in che direzione la storia si stia muovendo. Anche perché gli attori sembrano spesso rimanere prigionieri di una recitazione sottotono, quasi ingessata, subordinata alla perfezione visiva di quanto mostrato. In particolare,  John David Washington sembra funzionare il modalità risparmio energetico, mentre spiccano Christian Bale e  Margot Robbie.

L’impressione complessiva è che David O. Russel abbia preteso troppo, finendo per realizzare un film che promette tantissimo ma alla fine lascia perplessi. Peccato.