La mostra “Arcana. Il perturbante domestico ” dell’artista istriana Slavica Oplanic si inaugura venerdì 6 novembre, alle ore 18.00, alla Sala Sbisà (via Torrebianca 22) dell’Università Popolare di Trieste, alla presenza del presidente Edvino Jerian e del segretario generale Fabrizio Somma.
Nata a Umago nel 1956, Slavica Oplanic vive e lavora tra Cittanova e Grisignana, e ha partecipato a numerose mostre collettive e personali in Croazia, Italia, Slovenia, Repubblica Ceca e Turchia, ricevendo premi e riconoscimenti in diversi concorsi d’arte. Da anni è impegnata anche nel volontariato culturale: ha partecipato a progetti nazionali e internazionali, preso parte a colonie d’arte e continua a organizzare laboratori creativi per bambini e adulti.
Le sue opere nascono dall’immaginazione e dai ricordi, offrendo a chi le osserva la possibilità di scoprire ciò che desidera vedere. I cicli pittorici sono frutto di una costante ricerca di armonie cromatiche e di sperimentazione con diverse tecniche.
È membro storico della sezione artistica della Comunità degli Italiani di Cittanova e dell’associazione artistica LUP Parenzo. Inoltre, è fondatrice e direttrice dell’Atelier “Agata” di Cittanova.
“Viaggiare in direzione ostinata e contraria richiede una forma di disciplina poetica. È questa la perseveranza di Slavica Oplanic” – afferma la docente di Storia dell’arte e Arti applicate presso l’Università Popolare di Trieste, Francesca Martinelli, evidenziando – “un sistema iconografico compatto, tenace, che non evoca il passato per nostalgia, ma lo attraversa per farlo durare. La sua non è memoria come rimpianto. È memoria come struttura. Una genealogia personale — fatta di terra, di radici familiari, di ritualità domestiche — che diventa lingua collettiva, archetipica. Oplanic non si perde nel crepuscolo malinconico del ricordo; lo erige. Con razionalità e potenza, lo trasforma in metodo. Il cuore del suo lavoro è materico” – spiega Martinelli – “ma il suo centro è simbolico. L'oggetto quotidiano — la tazza sbeccata, la ciotola, il vasellame della casa, i fiori di campo audaci, quasi sfacciati — non vale per la sua plastica, ma per la sua emanazione. Sono feticci domestici, reliquie laiche di una ritualità perduta. Pizzi, macramè, trame di centrini: non sono decoro, sono architettura. Strutturano la tela in una tridimensionalità paradossale, bidimensionale eppure stratificata, che rifiuta la prospettiva classica. Per questo la sua composizione evoca, insieme, la grottesca cinquecentesca e la pittura di paravento giapponese: un tutto-pieno ordinato, astrattamente lieve, che resiste ai colpi del tempo”.