San Stae: la chiesa affacciata sul Canal Grande

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San Stae: la chiesa affacciata sul Canal Grande
La facciata di San Stae.

In pochi probabilmente conoscono la chiesa di San Stae (sant'Eustachio), forse per la sua posizione non immediatamente raggiungibile. Situata sul campo omonimo, dietro a San Giacomo dall'Orio, si affaccia sul Canal Grande offrendo un suggestivo panorama che merita di essere approfondito.

Nel 1709 si tenne un concorso per la facciata della chiesa di San Stae, di cui rimangono diversi progetti. I lavori sarebbero stati infatti finanziati dal lascito del doge Alvise II Mocenigo (1628-1709), il quale, morto in quell'anno, aveva lasciato chiare disposizioni in merito a quello che sarebbe dovuto essere l'aspetto finale della nuova copertura della chiesa, che, in reazione alla moda autocelebrativa del tempo, avrebbe evitato ogni riferimento diretto al finanziatore, come riportato dal testamento del doge: "Con il nostro dinaro fosse dato finimento alla chiesa di San Stae con erigervi una nobile facciata corrispondente alla strottura della chiesa lodata universalmente, e come fu sempre nostra intentione che non vi fosse arma, statua o inscritione che potesse relevar il nostro nome, così, continuando nelli stessi sentimenti, volemo acciò sia supplito con il nostro dinaro, senza alcuna memoria del nostro nome".

A tale concorso parteciparono diverse personalità, come testimoniato dal cartografo, cosmografo e geografo Vincenzo Coronelli (1650-1718) nelle Proposizioni diverse de’ principali Architetti per il progetto di Sant’Eustachio, pubblicate a Venezia l'anno successivo.

A vincere fu però il progetto di Domenico Rossi (1657-1737), nipote dell'architetto attivo a Venezia Giuseppe Sardi (1624-1699). Di lui parla Tommaso Temanza (1705-1789) nel suo Zibaldon in questi termini: "Venne Domenico Rossi in Venezia d’età d’anni otto col solo vestito e fu ricevuto da un suo zio materno che era religioso titolato della Parochia di S. Giuliano di Venezia, il quale religioso aveva nome Francesco Sardo. Da questi fu alevato e le fu fatto insegnare a legere, e scrivere, e disegnare (ma non gramatica, e le Scienze). Poi lo impiego’ per giovine tagliapietra nelle botteghe di Alessandro Tremignon, e di Baldassare Longhena, che avevano bottega di Tagliapietra, ma tutti e due erano Architetti». Domenico, inoltre, «era uomo senza lettere ma molto pratico del meccanismo degli edifici e poco o nulla intendeva del buon gusto dell’arte. Era uomo di molto spirito, sapeva fare delle amicizie e conservarle lungo tempo».

La facciata fu conclusa entro il 1713, quando venne impostato l'aspetto esterno che oggi si presenta agli sguardi provenienti dall'acqua e da terra, combinando elementi barocchi a richiami palladiani.

L'interno, liberamente accessibile, è invece derivato dal progetto dell'architetto Giovanni Grassi, avviato nel 1678. Al centro della navata giace la tomba dello stesso Alvise II, la quale conserva la stessa volontà di decoro espressa nelle indicazioni per la parte esterna. Nel testamento già citato Alvise II dettava infatti la stessa frase (nomen et cineres una cum vanitate sepulta) che fu poi incisa sulla pietra, accompagnata da elementi decorativi legati all'iconografia del memento mori.

All'interno della chiesa vanno ricordate anche opere degne di nota, come quelle di Niccolò Bambini (1651-1736), Giuseppe Camerata (1718-1793) e Antonio Balestra (1666-1740), accanto ad alcuni capolavori come il Martirio di San Bartolomeo, opera giovanile di Giambattista Tiepolo (1696-1770), il Martirio di San Giacomo Maggiore di Giambattista Piazzetta (1682-1754) e la Liberazione di San Pietro di Sebastiano Ricci (1659-1734). 

Orario: mercoledì e giovedì, dalle 14.30 alle 17.00.