Le Otto Montagne: la recensione del film con Luca Marinelli e Alessandro Borghi

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Le Otto Montagne: la recensione del film con Luca Marinelli e Alessandro Borghi

Il piccolo Pietro ogni estate va in vacanza in montagna, abbandonando la triste e grigia Torino. Qui conosce Bruno, unico bambino rimasto in un ormai spopolato villaggio in Valle d’Aosta. Pietro proviene da una famiglia benestante, mentre Bruno vive con gli zii, perché il padre è un manovale ed è sempre via per lavorare, mentre della madre non si sa nulla.

La differente estrazione sociale dei due non impedisce la nascita di una profonda amicizia, destinata a durare negli anni, nonostante le dure vicissitudini della vita.

Le Otto Montagne: una storia di crescita personale, amicizia e rapporto tra padri e figli

Il titolo della pellicola allude a una leggenda nepalese che Pietro impara da adulto, durante i suoi viaggi nella catena montuosa himalaiana. Secondo questa credenza locale, al centro del mondo c’è un’alta montagna circondata da otto più piccole. “Avrà imparato di più  chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato direttamente sul mondo più alto?” chiede Pietro a Bruno, ripetendo la domanda fattagli dal vecchio che gli aveva insegnato la storia.

Questo quesito è una delle chiavi di lettura del film, costruito attorno la differenza negli stili di vita tra Pietro e Bruno. Mentre il primo è fondamentalmente un nomade, incapace di radicarsi in un posto definito, il secondo si sente indissolubilmente legato al suo paese natale.

I due sono accomunati da un rapporto profondamente conflittuale con i loro padri, che tuttavia darà esiti esistenziali molto diversi per i due uomini, che hanno una visione del mondo per alcuni aspetti diametralmente opposta.

Bruno non si pone domande, gli basta vivere una vita semplice, basata sul lavoro manuale, mentre Pietro è un intellettuale alla ricerca della sua strada del mondo.

Nel film c’è un terzo protagonista: la montagna. Tuttavia essa tende a rimanere sullo sfondo, con inquadrature spesso fisse, quasi a sottolinearne la sacralità, nucleo di una natura tutto sommato indifferente al destino degli uomini, mentre si alternano le stagioni, e scorrono le esistenze dei personaggi della storia.

Il film usa un insolito formato 4:3, che da un lato sottolinea la verticalità delle montagne, e dall’altro si presta meglio a fare entrare lo spettatore nell’intimità della storia e dei personaggi.

Un film molto semplice, essenziale, lento, con frequenti silenzi, che probabilmente non piacerà a tutti, visto che è distante anni luce dal classico prodotto commerciale mainstream, basato al contrario su effetti speciali e ritmi forsennati.

Tuttavia questa pellicola ha diversi livelli di lettura e indaga con discrezione su aspetti profondi della vita umana: il valore dell’amicizia, la difficoltà di essere genitori, il prezzo da pagare per le proprie scelte, la difficile ricerca di un equilibrio tra le proprie aspirazioni e la necessità di sbarcare il lunario.

Molto bravi Luca Marinelli e Alessandro Borghi. Da vedere. Al cinema.