Sarà che ciò a cui sopravviviamo senza comprenderlo prima o poi ritorna o che “le tragedie sembrano intagliate dalle mani di un Dio”, ma i fatti narrati dalla regia inconfondibile di Ivonne Capece, vanno ben oltre il fatto di cronaca di una Roma contemporanea morta e risorta troppe volte senza guarire.
Dal 27 al 1 Febbraio al Teatro Bellini di Napoli: “La città dei vivi”, prodotto da Elsinor Centro di Produzione Teatrale, TPE Teatro Piemonte Europa, Teatri di Bari, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro di Sardegna.

“Spiati dal buco della serratura abbiamo tutti un lato oscuro”. Potrebbe essere il sottotitolo dello spettacolo ispirato al romanzo di Nicola Lagioia edito da Einaudi 3 anni fa. In scena Sergio Leone, Pietro De Tommasi, Daniele Di Pietro e Cristian Zandonella. O forse no, in scena noi tutti, i nostri archetipi, frammenti di danze collettive, allucinazioni di proiezioni future, accolti simbolicamente da Roma Capitale che rappresenta il mondo umano, quello che almeno nello spazio dell’arte, non giudica, ma sente. Dolorosamente, profondamente, visceralmente. Quasi 2 ore in cui il cuore si lega al cervello in un “Pulp Fiction” emotivo. Nessuna empatia, nessuna proiezione psichica, ma pura estetica, crudele armatura, impiantata nelle scenografie di Rosita Vallefuoco: colonne spezzate da cubi vuoti, un De Chiricoindustriale e spaesante su cui si innestano le “Buone Famiglie” scagliate come immagini interne Pasoliniane. Le fantasie, spettrali, di una verità illogica, sono state illuminate dai contrasti di Luigi Biondi, innalzate all’essenziale dai suoni di Simone Arganini. Si percepisce la presenza dei tanti collaboratori intorno a questo mondo pieno di contaminazioni artistiche, intento a spiegare come riesca la vita a contrapporsi a sé stessa con tale intensità, quanto la realtà riesca a diventare metafisica della contraddizione.
«C’è sempre una parte mancante che noi non vediamo, ed è quella che dà significato a tutto»
Corrispondente da Napoli Anita Laudando