Va in scena al Politeama Rossetti da giovedì 5 a domenica 8 febbraio “Il lutto si addice ad Elettra”, uno dei titoli più attesi ospiti della Stagione di Prosa del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.
È uno dei capolavori assoluti della drammaturgia del Novecento, scritto da Eugene O’Neill nel 1931: rappresenta un affascinante e inquietante viaggio tra mito archetipico e moderna psicoanalisi, tra dramma borghese e tragedia classica. Affidato alla regia potente e immaginifica di Davide Livermore e a un cast di grande affiatamento – dove spiccano i nomi di Elisabetta Pozzi, nel ruolo di Christine Mannon; di Paolo Pierobon, come Ezra Mannon, di Linda Gennari in quello di Lavinia Mannon, di Marco Foschi in quello di Orin Mannon e di Aldo Ottobrino come Adam Brant - lo spettacolo è prodotto dal Teatro di Genova, a distanza di quasi trenta anni dal celebre allestimento di Luca Ronconi del 1997.

La nuova lettura è ancora più legata alle tensioni e alle contraddizioni individuali e collettive del nostro tempo. Nello spazio scenico decisamente suggestivo e avvolgente, pensato da Livermore con i costumi di Gianluca Falaschi e le luci di Aldo Mantovani, lo spettacolo è un feroce viaggio nelle tensioni e nelle contraddizioni di personaggi-mito, incarnazioni tragiche che riverberano inquietudini eterne.
Si tratta di una trilogia - “Il ritorno”, “L’agguato” e “L’incubo” ne sono le parti - e rispecchia l’“Orestea” di Eschilo, restituita dall’autore attraverso la sensibilità e lo sguardo del suo tempo. La nuova traduzione e l’adattamento si devono alla studiosa Margherita Rubino che presentando il lavoro scrive: «Con questo testo, O’Neill fissa la nascita ufficiale del Teatro americano. E volle ancorarsi all’atto fondativo dello spettacolo occidentale, l’Orestea di Eschilo, e stabilire una nuova civiltà teatrale. Tre parti e tredici atti, scritti nel linguaggio più lineare e diretto della letteratura angloamericana, incatenano lo spettatore grazie a un plot serrato, a una continuità di tensione incredibile e a una profondità del sentire e dell’agire dei personaggi da tragedia greca. Modernissimi sono però l’andamento e il dialogo, del tutto contemporanea la psiche contorta dei protagonisti, calamitante come un noir che non dà respiro».

«Oggi tutto avviene all’interno di un percorso personale. Il senso collettivo può essere illuminato non dallo stare assieme, ovvero dalla polis, ma dal sé, dall’individuo. Ciascuno deve illuminarepersonalmente la propria strada, il proprio cammino: ciascuno di noi deve essere tribunale a sé stesso». «O’Neill è lungimirante, anche perché era molto vicino alle rivoluzioni socialiste del secolo scorso: è profetico, ma concreto, nel vedere l’impossibilità di realizzazione di una rivoluzione collettiva.L’unica rivoluzione possibile è nella responsabilità personale, e la rivoluzione deve essere fatta per la felicità della propria vita e quindi del proprio ambiente. Solo così, per ricaduta, può diventare unarivoluzione condivisa».