Buen Camino, la recensione del film di Gennaro Nunziante

Checco Zalone fa finta di cambiare personaggio, ma in realtà propina la solita commedia buonista per far felice il suo pubblico e il botteghino.

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Buen Camino, la recensione del film di Gennaro Nunziante

In questo suo ultimo film, il personaggio di Checco Zalone è il solito cialtrone ignorante, ma con un diverso status sociale: è un uomo arrivato, ricchissimo e abituato a un tenore di vita decisamente eccessivo, grazie al patrimonio accumulato dal padre, imprenditore del Nord-Est colpito da un ictus.

Per il resto, il ritorno alla regia di Gennaro Nunziante è, dal mio punto di vista, irrilevante, in quanto il film propone il solito, prevedibile compitino costruito intorno al solito Checco Zalone, che poi, in definitiva, è quello che il suo pubblico vuole.

La storia è banalissima, ma è ideale per esibire il buonismo di cui è intrisa: lui è un ricco sfondato, sta organizzando una festa faraonica per il suo cinquantesimo compleanno in una delle sue ville imperiali, ma sua figlia, ancora minorenne, è in crisi e scappa per partecipare al Cammino di Santiago di Compostela. E lui la segue.

Il racconto mostra paesaggi fotogenici e, a tratti, accattivanti, che fanno da sfondo a una storia debolissima, di fatto un semplice pretesto per mostrare una sequenza delle solite battute di Checco Zalone, generalmente scarsamente legate alla narrazione.

Checco Zalone in Buen Camino

Buen Camino: Checco Zalone fa finta di cambiare il suo personaggio per propinare la solita commedia buonista che comunque farà contento il suo pubblico

In effetti, nel racconto Checco Zalone mostra un abbozzo di arco narrativo, circondato da personaggi che esistono solo per permettergli di fare qualche battuta. Significativo, a questo riguardo, che la sua fidanzata messicana a un certo punto sparisce, senza lasciare tracce,

Se in un film come Avatar – Fuoco e Cenere, la scomparsa di un personaggio importante (Varang, la nuova e accattivante villain) è quasi disturbante, in Buen Camino può passare inosservata, vista la sua inconsistenza dal punto di vista narrativo, ma comunque è un indice della sciatteria della sceneggiatura.

Per il resto, Checco Zalone inanella la solita sequenza di battute, solo apparentemente politicamente scorrette, ma in realtà, a ben vedere, concepite con il Manuale Cencelli in mano, ben attento a distribuire i colpi in modo uniforme, senza scontentare nessuno.

E quindi alla battutaccia sulla Striscia di Gaza, a mio avviso abbastanza di cattivo gusto, visto l'attuale contesto storico, viene subito affiancata un'altra sui campi di concentramento, a cui viene paragonato un ostello in cui suo malgrado deve soggiornare, con tanto di erudita citazione del film Schindler's List, peraltro fuori luogo per un personaggio cialtrone e becero come lui.

Non manca poi la stoccata alla sinistra radical chic, personificata dalla sua ex moglie, ex modella in cerca di fortuna in campo teatrale, e dal compagno di lei, pedante palestinese occhialuto la cui presenza permette al protagonista la battutaccia di basso livello sulla Striscia di Gaza. Battuta che – mi ripeto – avrebbe fatto più che bene a omettere.

Il film getta via l'evoluzione del rapporto tra padre e figlia, propone una spiritualità da cartolina, buonista e superficiale, di fatto è un prodotto commerciale che forse vorrebbe fare satira, ma in pratica ha un'anima profondamente democristiana, se posso usare questo termine in campo cinematografico.

Ma chissenefrega, Checco Zalone ha fatto Checco Zalone e ha girato un film che il suo pubblico senz'altro apprezzerà, in quanto vuole essere semplice intrattenimento da fruire al cinema, senza alcun impegno cognitivo. E questo va rispettato.

Astenersi tutti gli altri.