Le Gallerie dell'Accademia di Venezia, nella parte finale del percorso solitamente consigliato, ospitano un'ampia collezione di artisti settecenteschi spesso trascurata. Tra questi è presente Alessandro Longhi (Venezia, 1733 - 1813), figlio del pittore Pietro Longhi .
La carriera di Alessandro riceve una forte spinta intorno al 1760, quando inizia a lavorare per importanti famiglia patrizie veneziane. Questo è l'anno in cui realizza, infatti, il Ritratto della famiglia Pisani, conservato alle Gallerie dell'Accademia e che raffigura il pater familias ancora in vita insieme al fratello, alla moglie e ai figli, con l’intento di sottolineare la vitalità e la continuità della stirpe. In origine l’opera doveva essere accompagnata da un'altra tela, oggi perduta, rappresentante gli antenati più recenti della famiglia. La volontà delle opere si inserisce infatti in una tradizione che possiamo ricondurre ancora all'antica Roma, quella della collezione dei ritratti degli avi, che, secondo la celebre trattazione di Carlo Sigonio nei libri sull'antico diritto presso i romani (De antiquo iure civium Romanorum libri duo), conferisce la prova della nobiltà al discendente che la possiede.

Tuttavia nel Settecento il genere del ritratto si ritrova a estendersi a diversi strati della società, lasciando da parte il giudizio morale che di questa democratizzazione avevano avuto il tardo Cinquecento (tramite le teorizzazioni di Paleotti nell'ambiente della Controriforma) e il Seicento (considerando, ad esempio, la condanna da parte di Lomazzo).
Proprio Alessandro Longhi è di fatto un esempio di questo ampliamento di orizzonti da parte del ritratto e dei ritrattisti, toccando con le sue opere diversi soggetti. È il caso del Ritratto di Giuseppe Jesso, oggi in collezione privata, dove il personaggio è raffigurato con una mano appoggiata su un tavolo accanto a uno spadino, dettaglio, questo, che allude al suo ruolo di Nicolotto.

Un altro ritratto degno di nota è quello del Compositore, che raffigura un personaggio di incerta identificazione (probabilmente Antonio Sacchini) e che si presenta come uno dei pochi ritratti di compositori veneziani del Settecento.

Non può non essere menzionato, infine, il Ritratto del locandiere veneziano, oggi purtroppo perduto, che rappresentava appunto un personaggio appartenente al mondo delle professioni cittadine. L'opera non passò inosservata tra i contemporanei e ce lo dimostra una testimonianza di Gasparo Gozzi che il 13 agosto 1760, tre giorni prima della Festa di San Rocco, pubblica sulla Gazzetta Veneta un articolo in cui parla proprio del locandiere di Longhi, destinato ad essere esposto durante la ricorrenza che Algarotti definiva come il Salon dei veneziani.
Lungi dall'essere un semplice commento all'opera, l'articolo partecipa del lungo dibattito sulla funzione del ritratto, affermando che, come evidente nel dipinto di Longhi, l'artista vede la natura tramite i suoi occhi e di questo filtro noi siamo partecipi tramite l'arte del medesimo artefice.
Riportando le sue parole: "“Un certo mio umore naturale inclinato alle buone Arti d’ogni genere…mi mosse a’passati giorni a procurar di vedere il Ritratto d’un Locandiere Veneziano, fatto dal Signor Abate Alessandro Longhi. N’avea sentito a dire un gran bene da molti; lo vidi, e in effetto mi parve un lavoro guidato con tanta capacità, e arte, ch’egli vi si vede una perfetta natura, uno squisito gusto, e un indefesso studio di Pittore. È la Figura più che la metà d’un Uomo, all’originale somigliantissimo, e da me non nominato quì, acciocchè ognuno, quando lo vedrà in pubblico, l’indovini da sè, non prima avvertito. Trovano i periti di quest’Arte, che l’Artefice, per istare attaccato alla somiglianza, non ha però lasciato indietro l’altre perfezioni, che richiede un’imitazione di tal qualità. …Quindi nascono le varie maniere del dipingere; perchè tutti i Pittori sono imitatori di natura; ma ciascuno d’essi la vede secondo gli occhi suoi, e se ne forma uno special disegno in sua mente, e guida l’opere sue, così attaccato all’idea conceputa da lui particolarmente di natura (…)".
Tutto questo ci dimostra come l'arte del Settecento, a lungo ignorata, possa in realtà offrire interessanti contributi rispetto a dibattiti e teorie che hanno una lunga storia, offrendo spunti di novità e ponendosi come cerniera significativa tra noi e il passato più lontano.