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Al ROSSETTI di TRIESTE : Essere diversamente scemi in tempi di forte idiozia percepita

TINGELTANZ dal 6 al 11 marzo 2012 Politeama Rossetti, Sala Bartoli

 

TINGELTANZ ovvero Essere diversamente scemi in tempi di forte idiozia percepita di Laura Bussani, Sefano Dongetti, Alessandro Mizzi, Ivan Zerbinati Musiche dell’ Orchestrina Tingeltanz: Flavio Davanzo, Antonio Kozina , Produzione Teatro Miela  Trieste
Interpreti: Laura Bussani, Sefano Dongetti, Alessandro Mizzi, Ivan Zerbinati voce fuori campo  di Giuseppe Battiston.
Cosa si celerà dietro ad un titolo come Tingeltanz? “Indaghiamo un po’ e già ci viene da ridere… Il sottotitolo avverte infatti: “essere diversamente scemi in tempi di forte idiozia percepita”.
È con soddisfazione che lo Stabile presenta nel proprio cartellone altri percorsi, un titolo firmato da Teatro Miela-Bonawentura e Pupkin Kabarett, gruppo dallo humor  davvero singolare.
Il loro Tingeltanz – scritto e interpretato da Laura Bussani, Stefano Dongetti, Alessandro Mizzi e Ivan Zerbinati (artisti peraltro, che hanno quasi tutti singolarmente collaborato con lo Stabile) è un viaggio giocoso e impertinente nell’assurdo dell’Italia di oggi, tra improbabili pusher di nuovi partiti politici, barboni filosofi, giornalisti-censori, politici da avanspettacolo, donne in carriera che sfogano le loro voglie di maternità con sconosciuti e altro ancora. Insomma un grottesco inventario degli anni vuoti e demenziali in cui stiamo vivendo e dei paradossali personaggi che li animano. O che li animeranno tra non molto… Come la neo eletta Miss Città del Vaticano 2011, un disgraziato lavoratore interinale zombie, attricette-robot chirurgicamente modificate e demenziali corpi paramilitari inviati dal governo a presidiare i teatri. Tutto questo in un bizzarro cabaret (molto poco televisivo) che è anche uno scatenato gioco teatrale sulla storia di una strampalata compagnia di attori e musicisti alle prese con uno spettacolo che sembra farsi e disfarsi continuamente di fronte agli occhi del pubblico.




XIV^ EDIZIONE SGUARDO DEI MAESTRI: TRIBUTO A MARCO BELLOCCHIO

Sarà Marco Bellocchio il protagonista della quattordicesima edizione dello Sguardo dei Maestri, la rassegna organizzata dal Centro Espressioni Cinematografiche di Udine, da Cinemazero di Pordenone e da La Cineteca del Friuli di Gemona in collaborazione con La Cappella Underground di Trieste con il supporto di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia,  Fondazione Crup e con la collaborazione del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma/Cineteca Nazionale.  Al suo cinema inquieto, mai conciliante sulla realtà, raccontato attraverso i diversi generi e sempre nella direzione dell’utopia e della visione, sarà dedicata la retrospettiva L’inquietudine di un sogno. Curata dai ricercatori Denis Brotto e Farah Polato,  si aprirà al Visionario di Udine martedì 7 febbraio e proseguirà fino al 15 marzo a Cinemazero di Pordenone e al Teatro Miela di Trieste. Dopo Bresson, Buñuel, Tati, Ophüls, Dreyer, Fellini, Bergman, Welles, Resnais, Mizoguchi, Losey, Godard e Bertolucci, sarà dunque Marco Bellocchio, in questi mesi impegnato nella produzione de La bella addormentata proprio nella nostra Regione, a ricevere l’omaggio che si conviene ai grandi registi, a coloro che si sono imposti nel panorama cinematografico come maestri assoluti della Settima Arte.  L’inquietudine di un sogno proporrà nel corso di 7 serate 13 titoli (12 lungometraggi, di cui un documentario inedito, più un cortometraggio) attraverso i quali è possibile leggere alcune possibili direttrici, talvolta nel segno dell’evidenza, in altre occasioni attraverso accostamenti meno espliciti. Ad aprire, inevitabilmente (il 7 febbraio, lo ricordiamo, al Visionario di Udine) sarà I pugni in tasca (1965), primo folgorante film ma soprattutto opera dall’impatto inatteso e deflagrante che ha permesso a Bellocchio d’iscriversi a pieno titolo nella stagione del nuovo “giovane cinema italiano” degli anni Sessanta; al suo fianco Gli occhi, la bocca (1982), emozionante e inconsueto ritorno sui medesimi passi del film d’esordio, a 17 anni di distanza. A seguire, La balia (1999), tratto dal racconto di Pirandello, ritratto di un triangolo familiare ed affettivo oltre che profonda incursione nel mondo della follia, e Il sogno della farfalla (1994), al confine tra sogno e realtà, tra vita e “rappresentazione”, interessante esempio delle “discusse” opere scritte da Bellocchio assieme allo psicanalista Fagioli.  L’accostamento de L’ora di religione (2002) e de Nel nome del padre (1971) rinnova lo sguardo sull’istituzione familiare, osservata, in questi casi, nel rapporto con un’altra istituzione cruciale nel cinema di Bellocchio, quella religiosa. Enrico IV (1984) e Vincere (2009), apparentemente distanti fra loro, rivelano invece un risolutivo legame nel mostrare la dimensione di una “messa in scena” quale luogo dell’esercizio del potere e nel rappresentare la follia quale espressione di volontà in un caso, condizione imposta nell’altro. La scansione punteggiata da Buongiorno, notte (2003), Discutiamo, discutiamo (1969, episodio di Amore e rabbia) e il meno noto documentario, commissionato dall’UCI, Il popolo calabrese ha rialzato la testa (1969) introduce all’inquieta e complessa riflessione politico-sociale che da sempre attraversa la produzione di Bellocchio e che trova nella “revisione” del caso Moro una delle manifestazioni più intense, potenti, controverse. Una luce introspettiva e autobiografica chiude infine la rassegna, con i film Il gabbiano (1977) e Sorelle Mai (2011), nei quali si impone il valore della dimensione artistica per Bellocchio e l’amore mai sopito per Cechov. Bagliori di un cinema inquieto, a suggerire la forza penetrante dello sguardo di un maestro che ha saputo mutare, rinnovarsi, rischiare ad ogni nuova sfida, ad ogni nuova opera.  La manifestazione/tributo (sia a Udine che a Pordenone e Trieste) sarà accompagnata da un catalogo curato da Denis Brotto e Farah Polato.