L’ Orchestre National de Belgique, Akiko Suwanai e Andrei Boreiko per la seconda inaugurazione del cartellone Musica al Giovanni da Udine

La ricca stagione musicale del Teatro Giovanni da Udine prosegue Venerdì 19 ottobre 2012 con un altro imperdibile concerto che vedrà protagonista l’Orchestre National de Belgique che inaugurerà la fase riservata all’abbonamento del turno B della musica, (sono naturalmente ancora possibili le sottoscrizioni), turno che contiene appuntamenti di assoluta levatura con i Münchner Philharmoniker, diretti da Lorin Maazel, che chiuderanno la programmazione musicale mercoledì 22 maggio 2013, lo straordinario pianista Daniil Trifonov, la Philharmonia Orchestra, diretta da Esa-Pekka Salonen, senza dimenticare la FVG Mitteleuropa Orchestra diretta da Philipp von Steinaecker con il mezzosoprano Vivica Genaux.
L’Orchestre National de Belgique, formazione che ha ormai superato i tre quarti di secolo di attività, si presenta guidata dal russo Andrey Boreyko, dal settembre 2012 suo nuovo direttore principale. Il concerto, Brahms e Berlioz gli autori in programma, ospiterà Akiko Suwanai, la più giovane violinista di sempre ad aver vinto il Concorso internazionale Cajkovskij ed oggi abitualmente solista con le grandi orchestre diretta dai più prestigiosi direttori d’orchestra.
Akiko Suwanai suona uno Stradivari “Dolphin”, il violino appartenuto a Jascha Heifez che le è stato affidato dalla Nippon Music Foundation.




64° Saggio ” Piccolo Teatro Città di Udine”…: un vero spettacolo!!

Assistere al Saggio annuale dei corsi di Danza del Piccolo Teatro Città di Udine NON richiede una tipica precauzione: non serve, infatti, armarsi di santa pazienza presagendo di dovere assistere a un numero esorbitante di balli e ballettini senza altro scopo che quello di “accontentare” genitori e parenti dei giovani allievi. Ma è bene ogni tanto dare un’occhiata alla brochure di sala e rileggere sovente che, sì, si tratta proprio di un Saggio di Scuola.…ma signori miei, CHE SCUOLA! E’ tutto misurato, elegante, brillante di… sobrietà! Il teatro “Giovanni da Udine” è di per sè un ambiente che richiama questo tipo di atmosfere ma, diciamolo: quante scuole della città lo ottengono? Come a dire che non è l’abito che fa il monaco…e calcare quelle scene, non fa di certi saggi uno spettacolo di danza degno di quel teatro lì. Ebbene, il Piccolo Teatro ci riesce benissimo, tanto che sovente ci si dimentica che non si sta seduti davanti alla televisione bensì a teatro e che, quindi, quelli non sono professionisti ma ragazzi molto giovani..ma è un’ amnesia che coglie già nella prima parte della serata proprio perchè non ci sono sbavature, errori , coreografie inadeguate al reale livello tecnico dei gruppi e dei solisti .  Certo, arriva anche il momento dei piccolissimi e qui, da esperta, temo le solite scene: bimbe minuscole in tutù enormi che non sanno che fare in uno spazio così grande; bimbe che si fermano attonite a guardare la platea cercando la mamma, altre che salutano mentre la musica va avanti senza di loro, spintonamenti, ammucchiate di tulle e braccine mosse a casaccio su musiche stucchevoli e la cui presenza è un optional…Macchè: un Arcobaleno di veli che non sbaglia una posizione, una riga, un semicerchio o il posto assegnato nel gruppo, mai; musicalità rispettata; manine che si alzano quasi all’unisono, inchini paffuti ma senza piaggerie esagerate. Applausi appaganti anche per chi, dietro le quinte, ha creato questa magia: le insegnanti delle allieve più piccine, Barbara De Zotti e Cristina Polito. . E se a qualcuno può sembrare che l’esibizione riservata ai piccolissimi sia “solo una serie di corsettine senza costrutto” vorrei consigliare, finalmente, quanto segue: 1) scegliete sempre per i vostri figli scuole in cui non vi si prometta la Scala di Milano fin dal primo giorno, nè tanto meno l’uso delle scarpe da punta a prescindere dagli anni di frequenza, dall’età e dall’avvenuta preparazione propedeutica e muscolare degli allievi; 2) l’orientamento spazio/temporale per un bambino è imprescindibile dal resto delle future acquisizioni tecniche. Del resto basti osservare che tutti quelli che poi vedremo sul palco in evoluzioni coreografiche di livello tecnico- spesso- piuttosto alto,proprio da lì, da quelle corsette hanno iniziato…..Gradualità didattica , dovrebbe significare ancora qualcosa. Spero e continuo ad auspicare.
Ma vediamo nel dettaglio alcune tra le coregrafie che hanno maggiormente evidenziato tutto questo: l’hip hop di Nicoletta Casarsa e Lucia Petris , in un teatro così raffinato e alternato a coreografie di danza classica, non stona mai nemmeno se ad eseguirlo sono i corsi dei più giovani; freschezza e soprattutto la sensazione di divertimento che emanano questi ragazzini significa un buon lavoro delle insegnanti alle spalle della sola esibizione; significa lezioni in cui disciplina e leggerezza vengono ben distribuite. E ciò perdura anche nei corsi avanzati in cui la componenete “musicalità” riesce puntualissima in un pezzo dagli arrangiamenti difficilie non scontati come “Bad man”, nel secondo tempo. Del resto ogni insegnante dà la propria impronta inconfondibile alla sua didattica , al modo di porgerla e di coreografare. Potrei riconoscere la provenienza di molti allievi dal loro modo di muoversi. Questo accade sicuramente quando posso ammirare i corsi di Laura Miotti: lei (come Nicoletta Casarsa) la conosco anche come ex allieva e quindi come interprete. Il sorriso sicuro su visetti sempre orgogliosi di ballare , la brillantezza di costumi e virtuosismi calibrati accuratamente, personalizzati sulle capacità di gruppi e solisti(deliziose la “Campanelle”), fa dei corsi medi e avanzati di danza classica di questa insegnante il vivaio più promettente per il futuro e una certezza di spettacolo sempre godibile già nel presente. La super visione eccellente, poi, di una grandissima professionista quale è Federica Rinaldi, rende ottimale la luce che queste allieve riescono ad aggiungere ad ogni performances del Piccolo Teatro. La seconda parte del saggio ha proposto poi , a parere mio, coreografie ancora più raffinate ( ma si sa, la “scaletta” della serata non è fatta da inesperti!…): con “The rich man’s frug”, Nicoletta Casarsa ha saputo riadattare le ancora modernissime coreografie di Bob Fosse alle sue allieve, tutte perfettamente “in parte” e , su tutte, Sara Missarino che io trovo sempre bella, brava e a proprio agio in tutte le coreografie moderne, hip hop o di neoclassico viste nel passato. “Dance Opera Duo” ha riunito tre bei nomi della cultura e danza udinese: il contrabbassista Franco Feruglio, la coreografa Flavia Romano e l’interprete Ilaria Armellini che hanno creato una parentesi sospesa di diverse armonie. “Patchwork”, ancora di Laura Miotti, ha concluso la serata: chiarissimo il piacere di eseguirlo degli interpreti, tutti radiosi e convinti. Tengo per ultimo, ma non nel mio ricordo, Rondò (o, come a grandi titoli scorreva sul fondale, Rond d’eau) di Fabiana Dallavalle : 9 ex allieve dei corsi avanzati di moderno di questa raffinatissima insegnante, si sono riunite ancora una volta per dare corpi- ma soprattutto cuori- ad un progetto estremamente femminile nei contenuti, nell’interpretazione, nella fluidità….è un lavoro da rivedere perchè credo che l’apporto sentimentale delle 10 donne lo renderà sempre sottilmente diverso. La sensazione che ho avuto è stata come se tutto il pubblico, in realtà, stesse spiando da uno stipite o da dietro un angolo il legame magico, il cerchio perfetto che solo la “sorellanza” riesce a creare…mi sono sentita lì sul palco, con loro ma, non invitata,sono tornata subito alla mia poltroncina per applaudire, commossa, a quell’incontro di bellezza in vesti floreali e dai delicati riflessi d’argento che scorrevano, leggerissime, su un palco trasformatosi in giardino bagnato dalla Luna. Bravissime.
Mi permetto una nota particolare a chi so da sempre tenacemente pronta a perseguire tutto questo, questi risultati , questo rigore così raro, ormai, sulle scene delle scuole di danza italiane: la signora Sirlene Rinaldi, una direttrice la cui impronta è stata , è e sarà sempre inconfondibile e il cui applauso finale a tutti gli allievi schierati è , per me, uno dei momenti più attesi e commoventi come fossi lì anche io: significa “Bravi, avete fatto bene” che,da lei, significa nettamente, proprio e davvero Quello.

Cynthia Gangi

cynthia.gangi@ildiscorso.it

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Barry Douglas al Giovanni da Udine: grandi momenti di eleganza

Beethoven e Brahms sono i due autori con cui si è confrontato il pianista Barry Douglas nell’esibizione del 25 marzo 2012 al teatro “Giovanni da Udine”. Il musicista irlandese ha proposto due monumentali composizioni beethoveniane, la Sonata in Si bemolle magg. op. 106 “Hammerklavier” e la Sonata in Do magg. op. 53 “Waldstein”, assieme a tre “Capricci” e due “Intermezzi” di Brahms, tratti dalle op. 116 e 117. La scelta di inserire questi brani tra le due Sonate ha avuto il felice esito di dare respiro ad un programma che poteva altrimenti risultare eccessivamente impegnativo, tanto per l’esecutore quanto per il pubblico. Douglas ha dato dimostrazione di magistrali doti interpretative nei tempi lenti ed espressivi, offrendo all’ascolto un suono morbido ed evocativo, sfruttando appieno le potenzialità cromatiche del pianoforte Fazioli. Meno coinvolgente e comunicativa è stata l’esecuzione dei tempi veloci e forti, resa a tratti fumosa dall’uso del pedale e troppo concitata da un punto di vista ritmico e sonoro per l’approccio nervoso e verticale alla tastiera. Ottima la trattazione della “Hammerklavier”, sonata caratterizzata da una forma dilatata e complessa: la grande immediatezza interpretativa, giocata sulle escursioni di suono, ha reso agevole l’ascolto di un componimento tanto articolato e di difficile lettura per un pubblico medio. Il pianista ha poi espresso al meglio le proprie capacità nei brani brahmsiani, offendo al pubblico una performance eseguita con stile e raffinatezza, dove il canto emergeva con delicata grazia. La scelta della Sonata “Waldstein”, invece, non è stata forse la più adatta a mettere in luce le sue doti espressive, vista la preponderanza dei momenti virtuosistici e il carattere più improvvisativo e introspettivo che cantabile del secondo movimento. Essendo la conclusione di un programma così sostanzioso, poi, la stanchezza non deve aver certo aiutato… L’ascoltatore ha comunque potuto godere di buona musica e di un’interpretazione per la maggior parte convincente: ci sono stati momenti in cui veramente la fantasia poteva volare trasportata dalla cantabilità delle melodie e anche il giovane pianista tra il pubblico avere un esempio di quante sfumature si possano trarre dagli 88 tasti.

Lucia Ferigutti

lucia.ferigutti@ildiscorso.it

 




IL GIARDINO DEI CILIEGI DA DOMANI AL NUOVO TEATRO GIOVANNI DA UDINE

In programma da domani fino a sabato 4 febbraio in programmazione al Nuovo Teatro Giovanni Da Udine arriva il Giardino dei Ciliegi di Anton Čechov tratto da una traduzione di Gerardo Guerrieri, Željka Udovičić, Paolo Magelli e con la regia di Paolo Magelli. La piece vede sul palco la presenza di on Valentina Banci, Francesco Borchi, Valeria Cocco, Daniel Dwerryhouse, Corrado Giannetti, Elisa Cecilia Langone, Mauro Malinverno, Fabio Mascagni, Paolo Meloni, Silvia Piovan, Maria Grazia Sughi, Luigi Tontoranelli avvolti dalle scene di Lorenzo Banci e con i costumi di Leo Kulas. La produzione è del Teatro Metastasio di Prato- Teatro Stabile della Sardegna.

Un momento della rappresentazione

l giardino dei ciliegi è l’ultimo lavoro teatrale di Anton Cechov, fu rappresentato per la prima volta nel 1904 al Teatro d’Arte di Mosca dopo sei mesi  Čechov morì di tubercolosi. L’autore concepì quest’opera come una commedia più che come un dramma poiché contiene alcuni elementi di farsa. Tuttavia Stanislavski la diresse come una tragedia. Dopo questa produzione iniziale, i registi hanno dovuto attenersi alla duplice natura dell’opera: “«È l’alba, presto sorgerà il sole. È già maggio, i ciliegi sono in fiore, ma nel giardino fa ancora freddo, c’è la brina». Una scena completamente vuota, salvo alcune intermittenze scenografiche, e gli attori di due compagnie che, sotto la guida di Paolo Magelli, si confrontano con la dolorosa comicità cechoviana. Con le sue allegorie spietate e struggenti. Il terzo Giardino dei ciliegi diretto dal regista indaga, più che mai, sulla fragilità della vita. E ci ricorda che la bellezza, come quella dei rami fioriti, dura lo spazio di un respiro. Sebbene le critiche dell’epoca si dividessero, il debutto de Il giardino dei ciliegi,  fu un successo clamoroso e l’opera fu immediatamente messa in scena nelle città più importanti. Il successo non fu circoscritto solo in Russia: anche all’estero fu applaudito e apprezzato.

Enrico Liotti



The”King’s Singers” FRIENDS FROM TALLIS TO BEATLES

lunedì 16 gennaio 2012 ore 20.45

 

Immediatamente riconoscibili per l’intonazione
perfetta, così come per l’impeccabile fusione
vocale, i leggendari King’s Singers rappresentano
uno dei gruppi vocali a cappella più blasonati e
acclamati del mondo dagli spettatori, che affollano
regolarmente i loro concerti e dalla stampa, che
spende superlativi senza timidezza! Un formidabile
sestetto che, pur con vari cambi di formazione
dal 1968 a oggi, ha sempre mantenuto intatto il
suo splendore originario: lo stesso che trasmetterà
al pubblico udinese, affrontando un entusiasmante
viaggio sonoro dalle sponde rinascimentali di
Thomas Tallis fino alla rivoluzione pop dei Beatles,
passando per il jazz e per il folk-rock di Crosby,
Stills, Nash & Young.  Il gruppo formato da

David Hurley controtenore
Tim Wayne Wright controtenore
Paul Phoenix tenore
Philip Lawson baritono
Christopher Gabbitas baritono
Jonathan Howard basso

si esibirà nel NUOVO TEATRO GIOVANNI DA UDINE.

enrico liotti per la redazione

 




IL PRINCIPE DI HOMBURG : DILEMMA TRA SOGNO E REALTA’

Dopo la prima nazionale dello spettacolo Il principe di Homburg di Heinrich von Kleist, una coproduzione fra Css – Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia – e teatro Giovanni da Udine, continua per gli  appassionati al Teatro Nuovo, la stagione di prosa udinese. Certo non si è potuto respirare l’aria della prima e molti hanno maggiormente apprezzato l’appuntamento dell’altra sera che ha acceso i riflettori sulla città con un sapore  di prosa tale da dare lustro al capoluogo del Friuli in molti dei più importanti teatri italiani. Lo spettacolo ci è sembrato molto innovativo per il tipo di organizzazione e la bella costruzione dovuta alla collaborazione delle due realtà teatrali più importanti della città. Certo mettere in scena Il principe di Homburg di Heinrich von Kleist per ricordarne il duecentesimo anniversario della morte,  oltre all’evento inconsueto per la cultura locale, può essere di sprono per rivitalizzare l’interesse verso una scrittura poetica che riesce a comunicare anche con lo spettatore moderno abituato a ben altre forme dialettiche. Lo stile recitativo ci è sembrato insolito e privo di declamazioni e gli interventi musicali con quartetti d’archi di Beethoven e Schumann contribuiscono a concentrarsi sulla proposta moderna offerta dall’autore stesso: dove da un conflitto si esce grazie a un sogno, non pesando sul dramma di chi si trova in bilico tra sentimento e legge, libertà e obbedienza, inconscio e norma. A nostro giudizio la messa in scena, è una fatica enorme che doveva cimentarsi anche con la precedente  produzione del 1984  di Gabriele Lavia, ma ne esce modernizzata e scorrevole per un pubblico disincantato e molto esigente. Il dramma in versi e in 5 atti, scritto da Heinrich von Kleist nell’inverno 1809-10 e rappresentato nel 1821, dieci anni dopo il suo suicidio si recita attorno a un protagonista che  ha l’età giusta per sembrare giovane e presente, con lucida dinamicità e teatralismo vibrante  non privo di una sua forza trascinatrice nell’impostazione dei personaggi e nella tessitura degli scontri dialettici che ripagano degli sforzi profusi. I dieci cambi di scena danno un senso quasi di movimento cinematografico alla narrazione sospesa nello spazio tra neoclassico e irreale. I costumi sembrano rivivere dall’epoca di Kleist e poco hanno a che fare con i tempi della narrazione che sembra sospesa in una vicenda fortemente drammatica che coinvolge lo spettatore.   L’increscioso episodio di vigliaccheria del principe che rinuncerebbe alla sua gloria per paura della morte e dedicarsi all’amore pare abbia fatto dire al suo esordio che eroe è mai questo pronto a darsi alla vita agreste pur di continuare a vivere una vita dimezzata? Nonostante il suo apparente nazionalismo patriottico, fu proibita dal re di Prussia alla sua terza rappresentazione nel 1828, tanto che l’imperatore Guglielmo II (siamo nel 1901), avrebbe preferito che la scena iniziale fosse tranquillamente tagliata anche non nascondendo la sua predilezione per il Principe di Homburg. È forse per questo che il dramma insiste tanto sul processo di maturazione del principe che, dopo il confronto dialettico con il sovrano, comprende l’alto senso della sua condanna, accetta l’esecuzione e dunque supera la paura della morte, recuperando la perduta “dignità” e suscitando l’ammirazione della corte e della stessa principessa Natalia. E dopo l’evolversi della narrazione con la prese di posizione della principessa Natalia per ottenere l’assoluzione del suo amato o l’intervento dell’elettore principe che rappresenta lo status del sistema il finale di un eroe che ha paura della morte, della sua donna che esercita un ruolo politico attivo, e di un ufficiale che perora la causa della disubbidienza civile, la figura di un sovrano capace di ascoltare e di recedere dalle decisioni prese, la rappresentazione chiude il sipario tra la meraviglia e il lungo applauso del pubblico che sembra gradire ciò che la piece riesce a trasmettere e viene spontaneo chiudere con la domanda finale del dramma: «Ditemi, è un sogno? – Certo, un (bel) sogno».

Enrico Liotti

enrico.liotti@ildiscorso.it

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