Al Teatro Alla Scala Die tote Stadt è più viva che mai

Mentre Paul contempla la processione dei bambini con una partecipazione che sfiora il fanatismo, Marietta gli si inginocchia davanti, spalle al pubblico, e inizia ad ancheggiare delicatamente per traviare la sua devozione. Niente di che, qualche oscillazione del capo che scende come un’onda lungo la schiena. Non si vede il suo viso, è praticamente ferma, tace, eppure le si cade ai piedi. Ecco, Asmik Grigorian è questa cosa qui: un’artista totale. Canta – e come canta! La sua voce elastica come una fionda sale e scende senza colpo ferire, anzi, in realtà qualche spallata negli estremi acuti la soffre, ma farci caso è una perversione da feticisti – danza e soprattutto recita. Ma non recita come una cantante che recita, semplicemente è. Sta nel personaggio, ci entra dentro con con ogni gesto, alzata di sopracciglio, sguardo. Appare sulla scena e tutto il resto diventa contorno. È lei insomma la prima ragione per comprare il biglietto di uno spettacolo che poi ha anche tanto altro da offrire.

Klaus Florian Vogt ad esempio regge il confronto (e la micidiale scrittura della parte) senza soffrire troppo. È un po’ impalato, è vero, ma in fondo lo è il personaggio stesso, mummificato nel ricordo di un passato che non vuole più né tornare, né andarsene. La voce è sempre avvolta da un alone diafano, almeno nel timbro, ma d’altro canto questa sua chiarezza le consente una duttilità dinamica molto spinta, fino a certi suoni in odore di falsetto.

Che poi in realtà il protagonista sarebbe lui, Paul, il vedovo che trasforma casa in un santuario alla memoria della venerata moglie almeno finché non ci piomba dentro una ballerina giovane e bella che assomiglia alla defunta in modo più che sospetto. Quel che succede davvero, tra illusioni, fantasmi, finzione (Vick lascia una porta aperta in questa direzione), proiezioni ed elucubrazioni della mente nella città (morta) non lo capisce nessuno, nemmeno lo stesso Paul, che però riesce in qualche modo a elaborare il lutto e a salvare se stesso.

Markus Werba completa con onore il tris d’assi: è bello, tiene il palco con consumato mestiere e sa cantare, in sintesi è un Frank ideale. Certo lo spessore vocale non è dominante, ma poco importa, anche il Lied di Pierrot, tutto chiaroscuri, gli riesce splendidamente.

Le parti di fianco girano tutte a meraviglia nell’andirivieni di realtà vera e presunta immaginato da Graham Vick. La sua Bruges, più che una città morta, è una stanza spoglia in cui si rincorrono immagini evocate indirettamente, o come rivissuto, o come proiezioni tecnologiche. C’è un mondo al di fuori, caotico, colorato, ostile, un po’ promiscuo e molto, molto fracassone. A tratti questo Paul pare uno zio del Sir Morosus della Donna silenziosa, stritolato dall’invadenza e dal chiasso di una realtà che non vuole restarsene fuori dalle porte di casa. D’altronde se qui Korngold pensa a Strauss, ed è evidente, perché non supporre che anche Strauss più in là si sia ricordato di Korngold?

Inoltre Vick è un regista vero, di quelli che sanno far recitare anche i sassi (o i tenori): con la Grigorian ha gioco facile, ma se la cava ottimamente anche con tutti gli altri. Basti vedere come sviluppa l’orgia da retropalco che monta nel second’atto.

Chi tiene in piedi tutto il macchinario psico-dramma-meta-teatrale è Alan Gilbert, il quale è innanzitutto il genere di direttore che non si perde una nota: ha un gesto chiaro, controllo assoluto di palco e orchestra e, come si evince dalla qualità dell’esecuzione, è anche un signor concertatore. Certo è un direttore più analitico e razionale che “emotivo”, quindi a momenti fa prevalere il buonsenso sul rischio, o comunque osa meno di quanto potrebbe permettersi. Ci sono alcuni passaggi di stallo in cui si pensa “Dai, perché non stringi un po’ qui? Perché non azzardi qualche sciabolata più tagliente?”. Però il suono è splendido, gli equilibri buca/palco paiono equalizzati al computer e la narrazione è squadratissima. Quel colore di velluto scuro che pesca sul finale, quando Paul riprende il tema della canzone in un falsetto evanescente prima di uscire dalla sua personalissima recita nel colpo di teatro finale escogitato da Vick – che non vi svelo, così andate a guardarvelo dal vivo – è suono che si fa teatro: abbandono, malinconia, sostanza.

Spettacolo da non perdere. Il pubblico se ne rende conto e applaude più che può.

Bel-lis-si-mo!

Ultime repliche il 10, 14 e 17 giugno.

Paolo Locatelli
paolo.locatelli@ildiscorso.it
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L’Elisir d’Amore di Donizetti trionfa alla Scala

Recensione – Sono assai belle le scene firmate da Tullio Pericoli per l’Elisir d’Amore in scena al Teatro Alla Scala di Milano, spiace quindi che Grischa Asagaroff si impegni a fondo per mortificarle. Il lavoro del regista assembla sistematicamente tutto ciò che nell’Elisir, o nell’opera buffa in generale – ammesso e non concesso che tale sia il capolavoro donizettiano – sarebbe auspicabile bandire: mossette, ammiccamenti e sottolineature del grottesco, stereotipi e luoghi comuni. Il resto è lasciato all’iniziativa dei cantanti, con alterna fortuna e poca coerenza.
Ben più convincente e compatta risulta l’esecuzione musicale, a partire della direzione attentissima e brillante di Fabio Luisi il quale compensa i limiti di fantasia con una professionalità ed un’attenzione alla narrazione assolutamente impeccabili. Vittorio Grigolo poi è un Nemorino notevolissimo: vocalmente teme pochi confronti, la voce è bella e ben sostenuta, il volume importante; l’interprete è estroverso, si aiuta con qualche trucchetto di seconda mano ma restituisce un personaggio vivo e travolgente. Sul palco il tenore è incontenibile, salta, balla, si dimena, esaspera ogni smorfia e concetto, sempre ai limiti – e talvolta oltre i limiti – della forzatura.
Non è meno brava Eleonora Buratto, Adina pienamente risolta nel canto, morbido e rotondo, ma più timida sulla scena, il che non è necessariamente un limite.
Se la cava con classe Michele Pertusi, Dulcamara, pur palesando qua e là qualche segno di fatica; solido e convincente il Belcore (maltrattatissimo dal regista) di Mattia Olivieri. Molto positiva la prova di Bianca Tognocchi, Giannetta.
Scala gremita e applausi convinti per tutti. Ovazioni da stadio per Grigolo.

Paolo Locatelli
paolo.locatelli@ildiscorso.it
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Proseguono gli incontri pomeridiani del ciclo Aspettando la bella Stagione, organizzati dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

Lunedì 1 ottobre alle 17.30 alla Sala Bartoli si discuterà di drammaturgia shakespeariana. A condurre, il direttore della British School di Trieste, Peter Brown vero esperto e appassionato in questo campo. Conosceremo i sortilegi inquietanti di Macbeth e la esilarante rilettura dei maggiori capolavori – con protagonisti Zuzzurro e Gaspare – offerta invece in Tutto Shakespeare in 90 minuti. Il pubblico potrà vedere interessanti brani video degli spettacoli.

Martedì 2 ottobre Rossella Brescia, protagonista del balletto Amarcord si collegherà con il pubblico di Trieste per  parlare di danza. Supportati anche da ricche immagini video si anticiperà qualche emozione dagli altri titoli in cartellone compresi l’attesissimo L’altra metà del cielo, con il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala sulle musiche di Vasco Rossi e il poetico Swan Lake on Ice e il sorprendente Ballet Revoluciòn.

Tutti gli incontri sono a ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Lunedì 1 ottobre segna inoltre l’apertura della seconda fase della campagna abbonamenti dello Stabile regionale:  è infatti il giorno in cui vengono resi disponibili i posti non riconfermati per gli abbonamenti “a turno fisso”. I nuovi interessati o chi desidera migliorare la propria posizione in sala sono dunque invitati a rivolgersi alle biglietterie.

Informazioni anche sul sito www.ilrossetti.it e al centralino del Teatro 040-3593511.




ENNIO MORRICONE:“TEN – 2002/2012 DIECI ANNI DI CONCERTI”

 

SABATO 8 SETTEMBRE 2012 – UDINE, Piazza Primo Maggio

Apertura porte ore 19:30 – Inizio spettacolo ore 21:00

 

 

 

Il 28 settembre 2002 haavuto inizio, di fatto, una nuova vita artistica per il Maestro ENNIO MORRICONE: il primo concerto all’Arena di Verona, ovvero il luogo più grande fino a quel momento, dove il Maestro avesse mai diretto la sua musica dal vivo. Da allora a oggi altre città e altre venue hanno potuto godere della musica di ENNIO MORRICONE. Oltre 200 i concerti realizzati in tutto il mondo: dal primo storico concerto nella sala dell’Assemblea Generale dell’ONU a New York, passando perla Royal Albert Hall di Londra e il Teatro del Popolo sulla Piazza Tienanmen di Pechino, al Teatro alla Scala di Milano, a Piazza San Marco a Venezia, a Mosca, San Pietroburgo, Kiev, Messico, Cile, Corea del Sud, Giappone, Spagna, Ungheria, Marocco, Australia,…Tutto è partito da quella sera del 2002. Oggi, a dieci anni da allora, finalmente si è riusciti a perfezionare un progetto di concerti “seriale” in Italia: TEN – 2002/2012 DIECI ANNI DI CONCERTI e, naturalmente, anche in questa occasione tutto parte dall’Arena di Verona (già sold out da settimane), con una specialissima ed esclusiva anteprima in programma domani sabato 8 settembre (apertura porte ore 19:30, inizio concerto ore 21:00) in Piazza Primo Maggio a Udine inserita nel programma di “BIANCO&NERO”, la prestigiosa rassegna culturale, realizzata in collaborazione con la Regione Friuli Venezia Giulia e il Comune di Udine, con la sponsorizzazione di Fondazione Crup, Provincia di Udine – Terra dei Patriarchi e Camera di Commercio di Udine, che nella prima decade di settembre ha proposto nella città friulana alcune tra le massime espressioni italiane e internazionali di arte, fotografia, cultura e si concluderà domenica 9 settembre con il 5° Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro, organizzato dall’Accademia Nico Pepe all’Ex Oratorio del Cristo in Largo Ospedale Vecchio, con ospite d’onore il celebre attore Giuseppe Battiston. Domani sera il grande Maestro sarà accompagnato sul palco da due straordinarie formazioni: l’Orchestra Roma Sinfonietta, costituitasi nel 1993, che nel mondo esegue al meglio per la lunga collaborazione con Morricone le sue musiche sia dal vivo che in studio e il Coro Lirico Sinfonico di Verona diretto dal Maestro Giovanni Andreoli per un totale di oltre 160 elementi chiamati a proporre alcune tra le innumerevoli composizioni che hanno entusiasmato ed emozionato milioni di persone in tutto il mondo. I biglietti (prezzi a partire da 52 euro) per l’esclusiva anteprima sono ancora disponibili nei punti vendita autorizzati e dalle ore 19:00 di sabato 8 settembre si potranno acquistare direttamente alla cassa posizionata all’ingresso di Porta Manin. La rassegna “BIANCO&NERO 2012” è organizzata dall’Associazione Bianco e Nero in collaborazione con la Regione Friuli Venezia Giulia e il Comune di Udine, con la sponsorizzazione di Fondazione Crup, Provincia di Udine – Terra dei Patriarchi e Camera di Commercio di Udine.

Il programma di Bianco&Nero è consultabile sul sito www.biancoeneroudine.com

 UFFICIO STAMPA BIANCO&NERO 2012:

Luigi Vignandopressbiancoenero@gmail.com – tel. +39 348 9007439




In Noi, Giulia Iacolutti a Villa Job di Zuliano

L’inaugurazione sabato 19 maggio alle ore 18.00

Continuano le collaborazioni tra Ampio parcheggio e le migliori realtà produttive della nostra provincia per una promozione innovativa dell’arte contemporanea. Sabato 19, per tre settimane, a Villa Job, nella splendida tenuta Savorgnan di Zugliano, inizia un percorso espositivo che durerà tutta l’estate dal titolo “Tu sai cosa voglio da te”.

La prima personale, dal titolo “In Noi” è dedicata a Giulia Iacolutti. Giovane fotografa udinese,   perfezionatasi a New York e attualmente iscritta al corso di fotografia di scena presso Accademia del Teatro alla Scala di Milano, è stata a ragione definita “evocativa” dalla rivista Tutti Fotografi.

Nella mostra saranno esposte diverse  serie di opere: Love(in)gNYC e Meravigliami!, ad esempio,  scandagliano, attraverso dei ritratti, il microcosmo della coppia e l’impeto della meraviglia. Saranno presenti foto delle serie La Baka, Ante dies nuptus, Barbarova Draga e Sleeping Indians. Giulia Iacolutti risponde attraverso i suoi scatti alle aspettative del sentimento. Momenti inaspettati preposti alla seduzione, al turbamento, all’alterazione e alla reciprocità. La ragione smette di dare ordini ed echi eleganti stimolano l’immaginazione e la fantasia, riuscendo a vedere tenere reciproche attenzioni, a preservare  leggerezza e  libertà anche nel brulicare alienante della grande città.

Ampio Parcheggio nasce con l’obiettivo di sperimentare l’esistenza di un mercato (non solo in senso commerciale) alternativo per l’arte,  di aumentare la curiosità delle persone per le opere contemporanee, ricercando i collezionisti tradizionali ma anche cercandone e magari creandone di nuovi attraverso la partecipazione diffusa dei cittadini all’esperienza artistica. Opere che tutti possono permettersi, per togliere la patina di irraggiungibilità che il mercato delle aste milionarie  e delle gallerie spesso attribuisce agli artisti odierni. Ampio parcheggio intende, per questo,  mettere in contatto gli artisti e il loro potenziale pubblico

Villa Job non è solo produzione di vino ma è anche un polo multifunzionale volto a promuovere attività di ricerca e di esposizione nei settori dell’architettura, delle arti visive, del design, dell’artigianato, della produzione industriale, della moda, della comunicazione audiovisiva, della musica e del food and beverage. Ci saranno concerti musicali, esposizioni d’arte contemporanea, eventi enogastronomici, il tutto per creare intorno al visitatore un coinvolgimento attraverso i 5 sensi.

 

Il programma:

sabato 19 maggio: – art ore 18:00 Tu Sai Cosa Voglio da te vol.1  Giulia Iacolutti  In Noi
– food and drinks ore 20:00 show cooking di Micol Pisa per inaugurare la stagione enogastronomica: Chef, prodotti e produttori.
– sounds ore 21:00 inaugurazione stagione musicale

 

me. – do. 19.00 – 23.00 

ingresso libero

Per maggiori info:  ampioparcheggio.arte@gmail.com




Don Giovanni apre la stagione del Teatro Alla Scala

Ce l’ha fatta alla fine monsieur Lissner a fare il colpaccio: portare Robert Carsen, regista di punta nel panorama operistico, al Piermarini in un titolo celeberrimo che fin’ora non aveva osato avvicinare. Si aggiunga l’impressionante “catalogo” di stelle convocate per l’occasione ed ecco creato l’evento. Ed evento è stato. Il pubblico ha salutato trionfalmente il Don Giovanni scaligero tributando calorosissimi appalusi all’intera compagnia, al direttore Barenboim ed anche al regista che è sfuggito all’ormai rituale contestazione riservata alle prime scaligere.

Sicuramente lo spettacolo farà discutere e dividerà il pubblico come puntualmente avviene quando un allestimento si propone di dare una lettura che vada contro le certezze consolidate. Niente di rivoluzionario, sia chiaro, ma sicuramente la lettura di Carsen getta una nuova luce sulla figura del protagonista, non il dissoluto condannato a bruciare all’inferno ma un uomo all’apparenza normale eppure inumano nella capacità di vivere la propria libertà al massimo, un dandy perfettamente consapevole della condotta di vita che porta avanti senza imbarazzo alcuno non curandosi di quale sia la giusta morale. Saranno infatti i moralisti, la buona gente a sprofondare tra le fiamme dell’inferno in luogo del protagonista. In realtà Carsen non intende certo mitizzare Don Giovanni per gli atti che compie, l’eccezionalità del personaggio va invece ricercata nell’assoluta votazione alla libertà che egli persegue. Don Giovanni sceglie di essere libero e pertanto può godere di ogni istante della propria vita senza doversi preoccupare di rispettare le convenzioni, le leggi che invece regolano e soffocano l’esistenza degli altri uomini. Ed è per tale ragione che non ci può essere morte per questo Don Giovanni, la morte è riservata a quanti non sanno vivere. Nello scegliere l’ambientazione dello spettacolo il regista canadese ripropone l’abusato gioco del teatro nel teatro ricreando in palcoscenico il palco del Piermarini stesso. I protagonisti si muovono tra sipari e quinte su questo finto palcoscenico che è facile leggere come metafora della vita o meglio delle finzioni che regolano i rapporti tra esseri umani i quali non sanno rapportarsi gli uni con gli altri senza rinunciare al corteo di maschere che sono abituati, o probabilmente costretti, ad indossare.

La forte idea registica ha trovato perfetta attuazione grazie ad un cast che raccoglie artisti capaci di unire al talento vocale abilità attoriali non comuni. Peter Mattei è un grande Don Giovanni, entusiasta della vita al punto da non curarsi delle miserie altrui, forse frivolo, forse cattivo ma senza l’intenzione di esserlo. Il cantante è eccellente, fraseggia con gusto modulando la bella voce in un’infinità di sfumature. Bryn Terfel, Leporello, compensa alcune mende vocali con lo strabordante carisma che ha sempre dimostrato di possedere. Anna Netrebko (Donna Anna) è la stella del panorama operistico ormai da diversi anni, troppo bella per essere anche brava è stata snobbata dai teatri italiani praticamente fino ad oggi. Brava invece la bella Anna lo è davvero e anche se nell’aria del secondo atto ha mostrato alcuni problemi di gestione dei fiati, si dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, artista è di rango. Positiva la prova di Barbara Frittoli, Elvira, chiamata a sostituire l’annunciata Elina Garanca. Da rivedere il Don Ottavio di Giuseppe Filanoti spesso in difficoltà nell’intonazione. Anna Prohaskacanta e Štefan Kocán, rispettivamente Zerlina e Masetto, si fanno ricordare più per la presenza scenica che per il canto mentre Kwangchul Youn disegna un Commendatore musicalmente rifinito benchè poco incisivo.

Barenboim dirige il tutto come ci si aspetta che faccia. Ripropone il suo Mozart, un Mozart che guarda al passato, romantico, forse inattuale con quel suono denso ed ipertrofico, estenuante nella scelta dei tempi, con archi languidi ed esplosioni quasi wagneriane. Insomma un Mozart che rinnega le conquiste degli intepreti recenti, da Abbado a Harnoncourt, da Gardiner a Jacobs pescando a piene mani nella poetica dei Klemperer. Ciononostante convince, l’orchestra suona molto bene sostenendo al meglio le voci ed illuminando la musica con suggestive pennellate. Tempi larghi dunque e sonorità morbide e rotonde ma senza perdere la tensione teatrale anzi, trovando un equilibrio perfetto tra le dimensione comica, o meglio buffa, dell’opera e l’atmosfera tragica che già dalla sinfonia si spalanca sulla musica mozartiana.

Paolo Locatelli
paolo.locatelli@ildiscorso.it

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