Donne tra sogno e realtà

La mostra di Luciana Clemente esposta a Roma in via Vincenzo Monti n.8, presso il laboratorio/showroom VisuaLab ha ottenuto un successo imprevedibile per la stessa foto-pittrice. Il titolo “Sogno e Realtà: Donne” è la sintesi di un’arte che si sprigiona con la fermezza, la forte emotività, la chiara razionalità dell’essere femmineo.

Spazi di sorrisi, fessure di dolore, sguardi di vita tra i passi lunghi di un’esistenza da affrontare con la consapevolezza di custodire la memoria dei secoli. Sognare e stare al mondo, volare e guardarsi dentro, amare e saper rimanere da sole: questo è il racconto di tante donne reali, appunto.

Luciana Clemente mi disse, a ragione, che “oggi la donna è una figura in movimento, non più legata alle sue funzioni tradizionali ma con la possibilità di esprimersi nelle sue più disparate sfaccettature”, un intenso e bellissimo vivere, un bellissimo e intenso racconto di foto e pittura.

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Federico Gangi

federico.gangi@ildiscorso.it

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“La dimensione del sogno”, mostra personale di Elvio Zorzenon

Giovedì 12 aprile, alle ore 18  a Trieste, nella sala comunale d’arte di piazza dell’Unità d’Italia 4, s’inaugura la mostra “La dimensione del sogno” personale del pittore Elvio Zorzenon, una delle figure più rappresentative della pittura informale del Friuli Venezia Giulia. L’iniziativa è organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Trieste, nell’ambito della meritoria attività di valorizzazione dei talenti locali e regionali che garantisce agli stessi una vetrina d’eccezione nella splendida cornice di Piazza dell’Unità d’Italia.

Una lettura critica delle opere sarà proposta da Marianna Accerboni.

Il critico afferma “Elvio Zorzenon continua a ribadire la sua naturale inclinazione per una tavolozza cromatica tesa a ratificare i perenni fasti del colore di derivazione veneziana”.

Nato ad Aquileia nel 1939, Zorzenon può considerarsi a tutti gli effetti un “triestino” di adozione, avendo frequentato l’Istituto d’Arte di Trieste, a contatto con alcuni tra gli esponenti maggiormente impegnati nelle nuove ricerche estetiche quali Miela Reina, Bruno Chersicla, Enzo Cogno che, nella metà degli anni ’60, condividendone l’esperienza, lo introducono nel gruppo “Arte Viva“, in cui erano confluite le tensioni al rinnovamento, il desiderio di libertà, la voglia di contestazione di quegli anni.

Nella prima metà degli anni ’60 questo “movimento” diede origine agli anni raggianti della cultura giuliana. Agli iniziali interessi del “gruppo” – inizialmente animato dal maestro Carlo de Incontrera – si affiancarono in seguito quelli di altri giovani pittori, architetti, scenografi, fotografi.

Zorzenon, che nel frattempo si dedica anche alla realizzazione di molti affreschi, esordisce a Roma nell’anno 1962 – con una pittura di energico impatto visivo, caratterizzata dallo splendore di forme e colori – con la sua prima personale tenuta presso la Sala Civica di Monterotondo (RM), cui seguono moltissime altre, nel mezzo secolo di pittura che ne scandirà il percorso artistico e che lo vedrà partecipare a concorsi in Italia ed all’estero, ove riscuote ampi consensi, premi (più volte 1º classificato in varie rassegne) e segnalazioni.

Tra le personali del maestro va certamente annoverata l’esposizione a Villa Manin di Passariano (UD), tenuta nell’anno 2004, presentata da Licio Damiani, a cui il critico dedica una delle sue ultime presentazioni. Tra le collettive un posto di rilievo occupa la mostra del 2009 presso la sede del Palazzo del Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giulia, in Trieste. Di Zorzenon hanno scritto, tra gli altri, oltre a Licio Damiani, Paolo Maurensig, Paolo Rizzi, Carlo Milic, Domenico Zannier, Franco Savadori, Enzo Santese.

Diego Fabris scrive “…. quella di Elvio Zorzenon è una pittura dinamica, rotonda, nella quale le forme emergono improvvise da un universo onirico colorato e in movimento.. “.

Proprio per richiamare tale personale universo, la mostra che sta per aprirsi si intitola LA DIMENSIONE DEL SOGNO, un tentativo di delimitare il percorso artistico dell’artista aquileiese.

Artefice di una pittura mai uguale a se stessa, in continua evoluzione,  Zorzenon ha di recente dovuto superare gravi problemi di salute che ne hanno fortemente condizionato l’attività e lo hanno portato a dover modificare il proprio stile, costringendolo a lavorare con spatola e pennelli sulla tela orizzontale, incorporando nell’impasto pittorico inserti materici che determinano un effetto di velatura tale da rendere l’opera sempre diversa, a seconda della fonte di luce che la colpisce.

Il risultato di tanta sofferta ostinazione è sorprendente, come potranno valutare i visitatori della mostra che sta per iniziare, ove verranno esposte opere rappresentative delle varie fasi artistiche del maestro, comprese quelle più recenti. Tra queste, Fabbrica (1989) – personale interpretazione della produzione umana con vaghi richiami futuristi, e Pangea (2011),  rappresentazione della materia primigenia.

La mostra rimarrà aperta fino al 29 aprile 2012, dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20.




XIV^ EDIZIONE SGUARDO DEI MAESTRI: TRIBUTO A MARCO BELLOCCHIO

Sarà Marco Bellocchio il protagonista della quattordicesima edizione dello Sguardo dei Maestri, la rassegna organizzata dal Centro Espressioni Cinematografiche di Udine, da Cinemazero di Pordenone e da La Cineteca del Friuli di Gemona in collaborazione con La Cappella Underground di Trieste con il supporto di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia,  Fondazione Crup e con la collaborazione del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma/Cineteca Nazionale.  Al suo cinema inquieto, mai conciliante sulla realtà, raccontato attraverso i diversi generi e sempre nella direzione dell’utopia e della visione, sarà dedicata la retrospettiva L’inquietudine di un sogno. Curata dai ricercatori Denis Brotto e Farah Polato,  si aprirà al Visionario di Udine martedì 7 febbraio e proseguirà fino al 15 marzo a Cinemazero di Pordenone e al Teatro Miela di Trieste. Dopo Bresson, Buñuel, Tati, Ophüls, Dreyer, Fellini, Bergman, Welles, Resnais, Mizoguchi, Losey, Godard e Bertolucci, sarà dunque Marco Bellocchio, in questi mesi impegnato nella produzione de La bella addormentata proprio nella nostra Regione, a ricevere l’omaggio che si conviene ai grandi registi, a coloro che si sono imposti nel panorama cinematografico come maestri assoluti della Settima Arte.  L’inquietudine di un sogno proporrà nel corso di 7 serate 13 titoli (12 lungometraggi, di cui un documentario inedito, più un cortometraggio) attraverso i quali è possibile leggere alcune possibili direttrici, talvolta nel segno dell’evidenza, in altre occasioni attraverso accostamenti meno espliciti. Ad aprire, inevitabilmente (il 7 febbraio, lo ricordiamo, al Visionario di Udine) sarà I pugni in tasca (1965), primo folgorante film ma soprattutto opera dall’impatto inatteso e deflagrante che ha permesso a Bellocchio d’iscriversi a pieno titolo nella stagione del nuovo “giovane cinema italiano” degli anni Sessanta; al suo fianco Gli occhi, la bocca (1982), emozionante e inconsueto ritorno sui medesimi passi del film d’esordio, a 17 anni di distanza. A seguire, La balia (1999), tratto dal racconto di Pirandello, ritratto di un triangolo familiare ed affettivo oltre che profonda incursione nel mondo della follia, e Il sogno della farfalla (1994), al confine tra sogno e realtà, tra vita e “rappresentazione”, interessante esempio delle “discusse” opere scritte da Bellocchio assieme allo psicanalista Fagioli.  L’accostamento de L’ora di religione (2002) e de Nel nome del padre (1971) rinnova lo sguardo sull’istituzione familiare, osservata, in questi casi, nel rapporto con un’altra istituzione cruciale nel cinema di Bellocchio, quella religiosa. Enrico IV (1984) e Vincere (2009), apparentemente distanti fra loro, rivelano invece un risolutivo legame nel mostrare la dimensione di una “messa in scena” quale luogo dell’esercizio del potere e nel rappresentare la follia quale espressione di volontà in un caso, condizione imposta nell’altro. La scansione punteggiata da Buongiorno, notte (2003), Discutiamo, discutiamo (1969, episodio di Amore e rabbia) e il meno noto documentario, commissionato dall’UCI, Il popolo calabrese ha rialzato la testa (1969) introduce all’inquieta e complessa riflessione politico-sociale che da sempre attraversa la produzione di Bellocchio e che trova nella “revisione” del caso Moro una delle manifestazioni più intense, potenti, controverse. Una luce introspettiva e autobiografica chiude infine la rassegna, con i film Il gabbiano (1977) e Sorelle Mai (2011), nei quali si impone il valore della dimensione artistica per Bellocchio e l’amore mai sopito per Cechov. Bagliori di un cinema inquieto, a suggerire la forza penetrante dello sguardo di un maestro che ha saputo mutare, rinnovarsi, rischiare ad ogni nuova sfida, ad ogni nuova opera.  La manifestazione/tributo (sia a Udine che a Pordenone e Trieste) sarà accompagnata da un catalogo curato da Denis Brotto e Farah Polato.




IL PRINCIPE DI HOMBURG : DILEMMA TRA SOGNO E REALTA’

Dopo la prima nazionale dello spettacolo Il principe di Homburg di Heinrich von Kleist, una coproduzione fra Css – Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia – e teatro Giovanni da Udine, continua per gli  appassionati al Teatro Nuovo, la stagione di prosa udinese. Certo non si è potuto respirare l’aria della prima e molti hanno maggiormente apprezzato l’appuntamento dell’altra sera che ha acceso i riflettori sulla città con un sapore  di prosa tale da dare lustro al capoluogo del Friuli in molti dei più importanti teatri italiani. Lo spettacolo ci è sembrato molto innovativo per il tipo di organizzazione e la bella costruzione dovuta alla collaborazione delle due realtà teatrali più importanti della città. Certo mettere in scena Il principe di Homburg di Heinrich von Kleist per ricordarne il duecentesimo anniversario della morte,  oltre all’evento inconsueto per la cultura locale, può essere di sprono per rivitalizzare l’interesse verso una scrittura poetica che riesce a comunicare anche con lo spettatore moderno abituato a ben altre forme dialettiche. Lo stile recitativo ci è sembrato insolito e privo di declamazioni e gli interventi musicali con quartetti d’archi di Beethoven e Schumann contribuiscono a concentrarsi sulla proposta moderna offerta dall’autore stesso: dove da un conflitto si esce grazie a un sogno, non pesando sul dramma di chi si trova in bilico tra sentimento e legge, libertà e obbedienza, inconscio e norma. A nostro giudizio la messa in scena, è una fatica enorme che doveva cimentarsi anche con la precedente  produzione del 1984  di Gabriele Lavia, ma ne esce modernizzata e scorrevole per un pubblico disincantato e molto esigente. Il dramma in versi e in 5 atti, scritto da Heinrich von Kleist nell’inverno 1809-10 e rappresentato nel 1821, dieci anni dopo il suo suicidio si recita attorno a un protagonista che  ha l’età giusta per sembrare giovane e presente, con lucida dinamicità e teatralismo vibrante  non privo di una sua forza trascinatrice nell’impostazione dei personaggi e nella tessitura degli scontri dialettici che ripagano degli sforzi profusi. I dieci cambi di scena danno un senso quasi di movimento cinematografico alla narrazione sospesa nello spazio tra neoclassico e irreale. I costumi sembrano rivivere dall’epoca di Kleist e poco hanno a che fare con i tempi della narrazione che sembra sospesa in una vicenda fortemente drammatica che coinvolge lo spettatore.   L’increscioso episodio di vigliaccheria del principe che rinuncerebbe alla sua gloria per paura della morte e dedicarsi all’amore pare abbia fatto dire al suo esordio che eroe è mai questo pronto a darsi alla vita agreste pur di continuare a vivere una vita dimezzata? Nonostante il suo apparente nazionalismo patriottico, fu proibita dal re di Prussia alla sua terza rappresentazione nel 1828, tanto che l’imperatore Guglielmo II (siamo nel 1901), avrebbe preferito che la scena iniziale fosse tranquillamente tagliata anche non nascondendo la sua predilezione per il Principe di Homburg. È forse per questo che il dramma insiste tanto sul processo di maturazione del principe che, dopo il confronto dialettico con il sovrano, comprende l’alto senso della sua condanna, accetta l’esecuzione e dunque supera la paura della morte, recuperando la perduta “dignità” e suscitando l’ammirazione della corte e della stessa principessa Natalia. E dopo l’evolversi della narrazione con la prese di posizione della principessa Natalia per ottenere l’assoluzione del suo amato o l’intervento dell’elettore principe che rappresenta lo status del sistema il finale di un eroe che ha paura della morte, della sua donna che esercita un ruolo politico attivo, e di un ufficiale che perora la causa della disubbidienza civile, la figura di un sovrano capace di ascoltare e di recedere dalle decisioni prese, la rappresentazione chiude il sipario tra la meraviglia e il lungo applauso del pubblico che sembra gradire ciò che la piece riesce a trasmettere e viene spontaneo chiudere con la domanda finale del dramma: «Ditemi, è un sogno? – Certo, un (bel) sogno».

Enrico Liotti

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