1

Economia, felicità, Europa

Tutti ormai sono convinti che tra quindici anni la Cina trainerà il mondo mentre il nostro Paese, sesta economia globale, scenderà al ventesimo posto (zona oggi occupata da Svizzera, Arabia Saudita, Polonia, Svezia e Turchia). In effetti in questi giorni l’Europa sta vivendo momenti di crisi rivelati dalla situazione traballante di un membro troppo grande come l’Italia. Nessuno può dire cosa accadrà ma essere pessimisti non serve a nulla, anzi può servire a ritenere che non ci sia soluzione quando per ogni problema esistono vie di uscita. La cosa certa è che il momento attuale è un momento di transizione. Il “pacchetto di salvataggio” proposto dal Governo italiano all’Europa contiene misure che in Italia si propongono da vent’anni, questo è il sintomo del fatto che i cambiamenti, non esistendo una formula risolutiva unica, si formano con tentativi, sbagli, illusioni che nel tempo diventano sicurezze, innovazioni, prospettive.

L’Italia, l’Europa può formare dentro se stessa una forza che porti la civiltà umana ad un livello di consapevolezza ulteriore a quello attuale. Come accade nelle nostre famiglie sono spesso i figli a mostrare ai genitori la natura e la forma dei propri errori; gli Stati Uniti d’America, nati in risposta all’assolutismo europeo, sono “tornati a casa” durante i due conflitti mondiali per salvare da se stessa l’Europa malata. Gli Stati Uniti non hanno inventato nulla, hanno semplicemente imparato dalla propria madre cosa fare e cosa non fare. Lo hanno fatto guardandola.

Oggi l’Europa è il Vecchio Continente, è una delle più forti espressioni della natura umana. In un territorio relativamente piccolo, in confronto ad esempio a Cina e Russia, si trovano popoli diversissimi che stanno seguendo la via della comunità, della solidarietà, dell’unità degli intenti. Non che questo processo dalla mia breve descrizione sembri facile, ma la madre può insegnare ancora al figlio già maturo.

Il predominio culturale americano sembra, a noi contemporanei, qualcosa di artificiale e tendenzialmente negativo, è tuttavia una fase bella e radiosa della storia dell’uomo. L’Europa portò Botticelli, Michelangelo, Leonardo, Newton che nelle loro epoche ebbero lo stesso contributo che ha oggi la Coca-Cola. Non è una esagerazione ma, ritengo, una realistica visione comparativa anche se volutamente provocatoria. A sostegno di questa ipotesi basta fare un confronto non solo fra gli elementi che nella Storia hanno cambiato il mondo ma confrontare anche le rispettive genti ed economie delle medesime epoche.

L’economia appunto. L’economia è la norma, la consuetudine, l’andamento dell’ambiente in cui l’uomo, in quel dato periodo, vive. Come pensare che una bevanda ed il suo marchio siano meno importanti della Gioconda quando quel colore rosso, segno distintivo del brand, rappresenta il Natale (festa religiosa) per gran parte dell’Occidente. Questo è un esempio che il nuovo, spesso snobbato, cambia a lungo andare la percezione collettiva e, magari, non c’è momento migliore dell’attuale per rivedere i dogmi dell’economia moderna e dare maggiore peso e dignità a fattori nascosti ma con un grandissimo potenziale.

La disoccupazione avanza, le tasse e i prezzi aumentano, i consumi calano e le aspettative non sono positive né per le famiglie né per le imprese. Problemi simili li rilevò anche Giuseppe Mazzini ne “Dei doveri dell’uomo” del 1860 dove scrisse “Tra l’egoismo e lo schiavo non è che un passo” rivendicando la necessità di appartenenza all’umanità e alla patria (associazione e progresso). Oggi l’idea di integrare il Pil, l’utile, la produttività e la ricchezza con la “felicità” potrebbe essere una via e vi chiedo qual è, in questo mondo, la macroregione che più si avvicina a questo possibile cambiamento, la Cina? Gli Stati Uniti? L’India? L’Africa? L’Europa?

Insomma, quale sintesi è possibile trarre dalle ultime ricerche della psicologia sulla felicità? Le caratteristiche del pensiero umano danno una spiegazione plausibile del motivo per cui le persone non sono sempre in grado di raggiungere un’allocazione ottimale del tempo nei vari domini della vita, seguendo quelli che sono, peraltro, i risultati della felicità oggettiva e delle ricostruzioni giornaliere. Ciò che colpisce sono le conseguenze del fatto che le persone tendano a trascurare la misura del tempo e le rapidità con la quale si abituano alle nuove situazioni. Fare grandi sacrifici ed enormi sforzi per aumentare il proprio reddito o per acquistare un bene materiale, per poi scoprire che questo cambiamento nel tempo ha aumentato poco o nulla la propria felicità, potrebbe essere un problema da tenere seriamente in considerazione. Il timore è che l’individuo, lasciato solo con i suoi limiti cognitivi, rischi di non avere molte possibilità di progresso. Sarà possibile una risposta collettiva e coordinata? (GIACOMINI G., Che cos’è la felicità? Una prospettiva cognitiva e sperimentale, 2011. Testo completo su www.iaasm.net)

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata




SCUOLA: SEMPRE LA SOLITA MALATA.

Ricordiamoci che già dalla metà dell’800 la “pubblica istruzione” era in mano alla politica, e questa nel dare una direttiva all’insegnamento decise cosa insegnare ai suoi cittadini-sudditi-fedeli. Ieri insegnava il fascismo, l’altro ieri il culto dei Re (tali per volontà divina) e in un non lontano passato, una arrogante categoria insegnava e riteneva NON UTILE alla società alfabetizzare troppo il popolo:

Il ministro della P.I. BACCELLI nel 1894 nel fare il programma sulla nuova “Riforma della Scuola così si esprimeva nel suo preambolo:… bisogna insegnare solo a leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze sotto una………unica materia di “nozioni varie”, senza nessuna precisa indicazione programmatica o di testi, lasciando spazio all’iniziativa del maestro e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello delleducazione domestica; e mettere da parte infine l’antidogmatismo, l’educazione al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivere. Non devono pensare, altrimenti sono guai!”

Da oltre 150 anni il presupposto di chi governa è sempre stato più o meno palesato quello di avere una scuola “pubblica” sempre più precaria in una società anche essa precaria, nella quale il livello di istruzione sia sempre legato al censo ed al potere. Negli anni settanta si ottenne il sei politico, che se da un lato voleva garantire l’istruzione di massa, dall’altro non era che un contentino per i ceti più poveri di sentirsi padroni dell’istruzione anche senza il lignaggio della borghesia.

Il vero fallimento e la vera miopia degli intellettuali progressisti dell’epoca la ritroviamo oggi sotto i nostri occhi con milioni di diplomati e migliaia di laureati che a ben poco possono contribuire per l’innalzamento della società con le basi appena sufficienti  a dichiarare di aver pasciuto per circa trent’anni nella scuola senza mete ne ideali rivolti alla ricerca e alle novità.

Nell’era di Internet, dei cellulari, della globalizzazione e dell’informatica. Nell’era della finanza e dello spazio ci ritroviamo – con la Gelmini- in classi elementari gestite dal maestro unico. Con insegnati  vecchi formatisi oltre trentanni fa che si preoccupano più di difendere le proprie prerogative sindacali che pensare all’aggiornamento e al nuovo modo di inculcare cultura alle generazioni di facebook e twitter. Secondo le ultime indagini l’Italia ha il corpo insegnate più vecchio d’Europa dove le maestre elementari oltre i cinquantanni superano abbondantemente il 30% e i professori di medie ed istituti superiori superano il 40%. Questo serve a suffragare l’ipotesi che gli insegnanti italiani in media  sono anziani, e circa la lmetà vicini alla pensione, quindi demotivati e restii al continuo aggiornamento.

Come da anni ormai ci si lamenta il problema potrebbe essere assolto dando la colpa alla televisione che come aveva scritto Renato Parascandolo su “Telema” relativamente al rischio che la televisione possa diventare uno strumento di diffusione della stupidità generale si sbagliava in quanto sul rischio futuro è già stato  superato da quanto è apparsa la televisione commerciale e tutta la sua spazzatura mediatica che ha livellato verso il basso le aspirazioni e le menti dei nostri giovani. Abbiamo loro rubato il futuro del pensiero ed ora stiamo rubando loro il futuro economico.

Enrico Liotti

enrico.liotti@ildiscorso

© Riproduzione riservata