martedì , 26 Maggio 2020
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La Messa di Requiem al teatro Verdi di Trieste

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Recensione – Con la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, il teatro triestino termina gli appuntamenti in cartellone nell’anno 2013 per la stagione di musica sinfonica, in attesa di inaugurare a gennaio quella di opera e balletto con Un Ballo in Maschera, altro capolavoro del bussetano. Nota è la genesi del lavoro musicale verdiano, dedicato alla memoria di Alessandro Manzoni, figura verso cui il compositore ha sempre nutrito un’ammirazione profonda e sincera, come testimoniano, ancor prima del Requiem stesso, diversi passaggi biografici facilmente rintracciabili nell’epistolario. Quale sia poi la natura prevalente del lavoro, per stile e sensibilità affatto unico nel panorama della musica sacra, rimane ad oggi una sfida affascinante per l’interprete che vi si pone di fronte. Il dilemma di individuare quale sia il carattere della messa, quale la sua anima o il suo messaggio e in quale posizione collocarlo rispetto alla produzione operistica verdiana (che inevitabilmente si intravede tra le pagine del requiem) è affare tutt’altro che risolto ed è compito del direttore scegliere una direzione interpretativa, in base alla propria sensibilità e formazione.
Gianluigi Gelmetti, a capo dell’orchestra del Teatro Verdi, optava per una lettura di buon passo, privilegiando l’aspetto teatrale ed epidermico della musica. Il maestro dimostrava di saper reggere la tensione senza cedimenti, con mestiere e buon senso, senza ricercare calligrafismi od approfondimenti eccessivi. Gelmetti sceglieva tempi sostenuti, così da andare incontro alle esigenze dei solisti e dell’orchestra, meno brillante che in altre occasioni. Piaceva la compattezza di suono e la precisione: la pulizia degli attacchi e la varietà di dinamiche evidenziavano il buon lavoro del direttore, mentre lasciava qualche perplessità la cura del colore e della qualità di suono (soprattutto gli archi non parevano in forma smagliante) e sarebbe piaciuta una maggiore trasparenza. Al solito convincente il coro preparato da Paolo Vero.
Luci ed ombre nelle prove dei quattro solisti. Convinceva Laura Polverelli per stile e musicalità; la voce, benché di modesto volume, suonava uniforme e ben emessa, ottimi il gusto nel porgere ed il fraseggio.
Il tenore Gianluca Terranova, forse in non perfette condizioni vocali, mostrava diverse opacità e spoggiature nella mezzavoce mentre il registro acuto pareva meno brillante che in altre occasioni. Lasciavano buone impressioni tuttavia i tentativi di alleggerire il canto e di lavorare sulle dinamiche.
Enrico Iori forniva una prova positiva: la voce di buon volume e colore, risultava omogenea e ben controllata; il basso sceglieva di leggere il capolavoro verdiano accentuando la sua dimensione teatrale – impostazione che taluni potrebbero trovare fuori stile – lavorando sulla parola e sull’accento.
Rachele Stanisci, soprano, a dispetto di una voce poco affascinante per qualità intrinseche, palesava buone intenzioni (che non sempre trovavano realizzazione) cercando un canto sfumato ed espressivo, soprattutto nel “libera me domine”. Purtroppo la voce evidenziava non poche asperità e forzature nel registro acuto, soprattutto nella prima parte di concerto.

Paolo Locatelli
paolo.locatelli@ildiscorso.it
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Paolo Locatelli
Giornalista e critico musicale.

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