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Occidente: recensione del film di e con Corso Salani del 2000, una chicca per cinefili che andrebbe riscoperta

Occidente di Corso Salani

 

Difficile classificare in una categoria cinematografica definita questo interessante film del 2000 diretto e interpretato da Corso Salani, ora gratuitamente disponibile in streaming sul sito di AdessoCinema.

La storia ruota intorno alle vicende vissute da Malvina (Agnieszka Czekanska), ragazza rumena che ha vissuto da protagonista la rivoluzione del 1989, che ha portato all’abbattimento del regime di Causescu. Dieci anni dopo si ritrova come immigrata in terra friulana, nella cittadina di Aviano, dove sorge l’omonima base aerea statunitense.

In lavoro di Salani trasforma Aviano in un non luogo, terra diventata crogiolo di molteplici etnie e lingue differenti, di fatto priva di una propria identità e ospitante una brulicante e diseredata umanità di passaggio.

Forse è proprio lo straniamento e l’alienazione la cifra stilistica di questo film, che si articola in una serie di piani sequenza privi di colonna sonora, che di fatto è limitata ai rumori diegetici, in primis le trasmissioni radiofoniche, sempre in lingua inglese, e il suono dei motori degli aerei da combattimento della USAF che sfrecciano sulle teste dei personaggi.

Un altro fatto inconsueto di questo film è che vengono parlate molte lingue (italiano, rumeno, inglese e friulano), con ampio uso di sottotitoli in italiano per rendere comprensibile il tutto.

Una serie di scelte che rendono questo lavoro cinematografico una entità a metà strada tra un documentario e una storia intimistica.

Occidente: una narrazione debole, funzionale a trasmettere l’irrequietezza e lo smarrimento dei personaggi

Il racconto comincia con una sequenza tipicamente documentaristica: annunciata da una laconica didascalia, la voce fuori campo di Malvina descrive il suo vissuto durante la rivoluzione rumena del 1989, mentre sullo schermo scorrono delle immagini legate a quei drammatici avvenimenti.

La giovane protagonista del film, incapace di trattenere le sue emozioni, ci racconta in modo sconnesso quelle dure giornate, dove molti suoi amici hanno trovato la morte, mentre con le armi in pugno lottavano per la libertà del proprio popolo.

La scena si sposta poi nella Aviano del 1999, seguendo la fine di una nottata di un gruppo di militari statunitensi. Mentre questi si allontanano, la telecamera indugia su un autocarro parcheggiato di fianco alla strada, dove Malvina ha appena consumato un rapporto sessuale con uno sconosciuto, che la crede una prostituta. Ma lei rifiuta i soldi che le vengono offerti.

Poco dopo viene introdotto il coprotagonista, Alberto, un insegnante di inglese di una scuola superiore locale, mentre assieme a dei suoi colleghi in un fredda notte invernale entra nel locale dove Malvina lavora come cameriera, in cerca di un pasto ristoratore.

Alberto rimane subito folgorato da Malvina. Se questo fosse un film convenzionale, sarebbe lecito aspettarsi l’inizio di una storia d’amore, seguendo un copione classico del genere: il bravo ragazzo che si innamora di una prostituta (o presunta tale), salvandola da un futuro incerto.

Ma i primi 15 minuti del film ci hanno già fatto capire che questo non è un lavoro convenzionale, e infatti la storia si snoda senza particolari colpi di scena narrativi, svelando con crescente chiarezza il vuoto esistenziale dei personaggi che la popolano.

Una metafora della disillusione nei valori dell’Occidente e del rifugio nei sogni vissuti nel passato

La vita che Malvina vive ad Aviano è avvilente. Anche se frequenta una scuola per infermiere, sognando una possibile ma improbabile assunzione nella base militare, di fatto ha tagliato i ponti con i vecchi compagni di lotta rimasti in patria, non ha veri amici e si concede a sconosciuti di passaggio.

Anche la vita di Alberto (interpretato dallo stesso Corso Salani) non è certo entusiasmante. Invaghito di Malvina, di fatto non riesce a comunicare con lei, riducendosi a seguirla nei suoi spostamenti in terra friulana, assistendo anche di nascosto ai suoi tristi accoppiamenti, con un comportamento che rasenta la patologia psichiatrica.

Anche i personaggi secondari appaiono sradicati e incapaci di progettare un proprio futuro, rimanendo ancorati al trantran di un presente senza ideali e senza entusiasmi.

La chiave di lettura del film ci viene probabilmente regalata da Salani grazie a un sofferto dialogo tra Malvina e una sua connazionale, compagna di lotta nel 1989 e come lei immigrata in terra friulana, dove però si è un unita a un imprenditore e vive una vita (apparentemente) agiata.

Malvina confessa la sua profonda sofferenza per il fatto di avere abbandonato la sua terra e per non essere stata in grado di trasformare in realtà i sogni della rivoluzione per la quale ha lottato, sentendosi quasi una traditrice di quanti hanno pagato con la vita il tentativo di rendere migliore il loro mondo: “Dopo la rivoluzione non era cambiato niente. … Io penso solo che noi non siamo stati capaci, guarda noi due, siamo qui, in Italia, a parlare, nell’89 abbiamo perso tanti amici, tanti fratelli, io penso sempre che, non lo so… che li abbiamo traditi, noi abbiamo saputo soltanto andarcene… ”.

Stridente la risposta della sua vecchia compagna di lotta: “… a noi tocca soltanto vivere il meglio possibile, o in Romania o qui, non importa, e poi io ho fatto quello che volevo fare, là in Romania e qua, adesso, io la rivoluzione l’ho fatta, e questo non me lo toglie nessuno, però adesso sto bene, come volevo… Vittorio, il lavoro, la casa, la macchina e tutto, magari non è niente, è poco, ma a me va bene così, Malvina, fino a quando non siamo arrivate qua noi non ce lo potevamo neanche immaginare che esistesse una vita normale…”.

È possibile che Salani abbia affidato all’amica di Malvina il compito di rendere noto il suo pensiero sull’Occidente: una società che ha smesso di sognare, limitandosi a godere di un buon tenore di vita. Ovviamente per chi può permetterselo. Per tutti gli altri, c’è solo disillusione e amarezza.

L’unica via di fuga possibile è rimanere disperatamente ancorati passato, come testimoniato da Malvina, che rimane legata alle vicende della rivoluzione rumena che, come confida all’amica che la invita disfarsi del passato, “sono gli unici ricordi che ho”.

Occidente: una vera chicca per cinefili… e amanti del Friuli Venezia Giulia

Insomma, la fuga nel passato come rifugio dalle disillusioni del presente, o come rifiuto di adeguarsi a una visione del mondo che vorrebbe relegare la soddisfazione dell’essere umano al solo perimetro dell’agiatezza economica.

Occidente è un film d’autore che a un primo sguardo superficiale può anche lasciare perplessi, ma se guardato in filigrana colpisce per la cura con la quale è stato concepito, sia pure con risorse limitate.

Si tratta di un lavoro fuori dagli schemi usuali, nel quale la telecamera si muove continuamente attorno a personaggi alienati, che vivono in una terra di confine, senza una propria identità.

Per chi ama il cinema indipendente questo film di Corso Salani, prematuramente scomparso a solo 49 anni nel 2010, è una vera chicca che andrebbe riscoperta, come tutto il lavoro di questo poliedrico regista, attore e sceneggiatore, del resto.

Un film girato in Friuli Venezia Giulia solo tre anni prima che la Film Commission stanziasse i fondi per agevolare le produzioni cinematografiche che valorizzano il territorio regionale, utilizzandolo come set cinematografico.

Corso Salani ha girato questo film in diverse location di questa regione di confine, anche al di fuori di Aviano, come per esempio la stazione delle corriere di Udine. inoltre questo è uno dei pochissimi film nei quali viene utilizzata (anche) la lingua friulana, cosa che fa di questo lavoro una chicca anche per gli amanti della terra friulana e della sua cultura…