giovedì , 25 Febbraio 2021
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Le quattro giornate di Napoli: raccontare la storia della Resistenza.

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  • La scena si apre nel 29 settembre 1953, tre sedie e una corda da panni (da cui penzolano pochi strumenti da cambio scena), suggeriscono che la vicenda della Resistenza napoletana sarà raccontata con le tecniche del flashback e del flashforward. Gli occhi dell’interprete, Maddalena Stornaiuolo, brillano nel riflesso di uno scialle rosso, simbolo del sangue e della passione della partigiana Maddalena Cerasuolo detta “Lenuccia”.

    Quando il destino è già nel nome.

    Aniello Mallardo amabile e versatile, canticchia la canzone “Fischia il vento urla la bufera, scarpe rotte e pur bisogna andar a conquistare la rossa primavera dove sorge il sol dell’avvenir “ Lo spunto di partenza è semplice ed efficace, dieci anni dopo “le quattro giornante di Napoli”, Lenuccia osserva un bambino intento a giocare alla guerra: “ tu eri nu muccusiello e come tutti e criature -pazziavi – a fare ‘a guerra”. In un’acustica non ottimale, e tra qualche problema tecnico agli effetti audio, lo spettacolo, ben rodato, vede in scena due soli attori, ma tanta vita. Umili, energici e preparati, rappresentano Vodisca Teatro e la sua squadra, nella trepidazione delle tre repliche, del 27-28 e 29settembre 2013, proposte proprio nel quartiere dell’eroina a cui è dedicato la rappresentazione“Lenuccia. Una partigiana del sud” Forse gli spiriti di tanti partigiani, e quello della stessa Lenuccia hanno sostenuto e approvato che fossero proprio loro ad inaugurare l’apertura del Nuovo Teatro Sanità con la rassegna “Nuove Resistenze”. La tenuta dei personaggi dimostra che si può(e si deve)raccontare il senso di disorientamento provato dagli italiani quando, a seguito dello sbarco anglo- americano nell’estate del 1943 nel Sud Italia, il paese precipitò nel caos: “ Comme? Mo nun stamm cchiù coi tedeschi ma con gli Inglesi-americani?!”

    I nazisti, per reazione, occuparono molte città, punendo duramente i tentativi di resistenza, ma Napoli riuscì a cacciarli:“Napulità nun vi annascunnite, ‘sti muorti ve chiamano!” Come attore e regista, Aniello Mallardo sa dare leggerezza agli eventi senza sminuirli, sa dire “della gente che si affacciava dalle finestre e buttava i mobili in testa ai tedeschi” che volevano rubare gli uomini e la città, sa diventare Gennarino che a dodici anni venne ucciso da una granata, mentre a lei, a Lenuccia, non importava che“a guerra nun è cosa e femmina”.  Si può essere ironici e raccontare la disperazione attraverso la determinazione di chi è disposto a costruire bombe Molotov, di chi aguzza l’ingegno. Così Totore, il fratello di Lenuccia, si finge lebbroso per sfuggire al reclutamento tedesco. Ma la claustrofobia dei rifugi sotterranei, e l’angoscia di una pioggia di bombe , tocca lo stesso la platea, a volte indecisa se ridere o tacere. Sembra di vederli tutti, quegli uomini che vanno al rifugio per la prima volta “come fosse ‘na scampagnata”, i due innamorati freschi sposi speranzosi che “tanto prima o poi a guerra addà fernì”, e gli armadi con il solo vestito di chi soffre la fame. Si vedono, perché sono negli occhi dei due attori e nella mente di chi ha lavorato e continua a credere in questo progetto che proseguirà la sua tournée a Belluno (23 e 24 ottobre), a Livorno (17 novembre), a Vercelli (24 novembre), ancora a Napoli (16 gennaio) ed a Caserta(3 e 4 Maggio). Esposta nel centro del palco, così come lo fu durante le sue battaglie sotto il ponte della sanità, che a Napoli si chiama proprio “Ponte Maddalena Cerasuolo”, corpo e cuore delle due Maddalena, di fronte ad un soldato nemico sanno perdonare in nome di un’umanità che ci accomuna: “Tu, da solo, tremi come noi e magari stai pensando a mamma toja”. Non tragga in inganno la considerazione, assistiamo, infatti, ad uno spettacolo senza pietismi, diretto in maniera impeccabile, e interpretato con coscienza storica e carica umana tale che va ben oltre il racconto di un popolo che difende la sua città (come, a dire il vero, raramente ha saputo fare nella sua storia). Le ferite che restano dieci anni dopo, appartengono a tutte le donne che non hanno saputo spiegare ai loro figli cosa sia la guerra; ma quelle che restano oggi, 70 anni dopo,sono una macchia indelebile per chi è cosciente che “a guerra nun guarda in faccia a nisciuno” come ancora accade nei conflitti contemporanei.

    “ Lenù che è la guerra? Quando si muore? Quando si diventa vecchi? Ed io sono vecchia?”.

     

    Anita Laudando

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