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GRAN FINALE DELLE GIORNATE DEL MUTO CON IL FANTASMA DELL’OPERA (CON REPLICA DOMENICA 11 OTTOBRE)

GRAN FINALE DELLE GIORNATE DEL MUTO CON IL FANTASMA DELL’OPERA (CON REPLICA DOMENICA 11 OTTOBRE)

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“Senza Lon Chaney questo film non s’ha da fare!” Fu quanto mai esatta l’opinione che il regista Rupert Julian espresse alla

 Il fantasma dell'Opera

Il fantasma dell’Opera

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Amore tra le rovine,

produzione dopo aver letto il soggetto del Fantasma dell’opera. E bene fece la Universal a seguire il consiglio e a riprendersi l’attore che incautamente si era fatta soffiare da una major concorrente. La leggenda di Il fantasma dell’Opera, film che corona degnamente una delle migliori edizioni delle Giornate del Cinema Muto (proiezione alle 20.30 e replica domenica 11 ottobre alle 16 al Teatro Verdi), inizia così. E poco importa che i rapporti fra protagonista e regista presto si deterioreranno, che si butteranno soldi e tempo girando materiale che non verrà utilizzato, resta il fatto che Il fantasma dell’Opera sarà un successo in tutto il mondo, ispirerà altri film, opere teatrali, musical, ma soprattutto consegnerà all’eternità l’arte di Lon Chaney, qui nella sua migliore prova. L’uomo dai mille volti non è stato soltanto un attore capace di sottoporre il proprio corpo a sforzi titanici per assumere le sembianze di esseri mostruosi e deformi; il suo merito principale è stato quello di infondere umanità ai personaggi sgradevoli che portava sullo schermo. Sensibilità che sicuramente derivava da un’infanzia difficile, essendo i suoi genitori entrambi sordomuti e avendo dovuto egli imparare a comunicare con il linguaggio del corpo. La carriera di Lon Chaney si svolse interamente nel periodo del muto e molti dei suoi film purtroppo sono andati perduti. A differenza di tanti altri divi che all’avvento del sonoro si ritirarono, egli però volle accettare la nuova sfida e decise di fare il remake di uno dei suoi film muti. Fu la sua unica prova nel sonoro, perché poco dopo morì. Il fantasma dell’Opera viene accompagnato musicalmente con la partitura di Carl Davis eseguita dall’Orchestra San Marco di Pordenone diretta dal Maestro Mark Fitz-Gerald.

Il nome di Lon Chaney è stato spesso accoppiato a quello del regista Tod Browning. Ebbene la giornata conclusiva delle Giornate riscopre proprio un film di Browning che non si vedeva da oltre novant’anni, Drifting, La perduta di Shanghai, del 1923, interpretato da Priscilla Dean, una delle dive più richieste dell’epoca. In questo film troviamo parecchi dei temi tipici di Browning in quel periodo, dalla caratterizzazione antieroica e criminale dei personaggi principali, all’esotismo di ambienti e atmosfere.

Wolf Song,

Wolf Song,

Chiude la rassegna dedicata a Victor Fleming (ore 14.30 Teatro Verdi) Wolf Song, La canzone dei lupi, del 1929, con Gary Cooper che aveva iniziato come comparsa solo quattro anni prima e che in questo film è già assurto allo status di star. Il film è una storia ben congegnata, ambientata tra i cacciatori di pellicce negli anni ’40 dell’Ottocento e sfrutta l’alta tensione erotica che esisteva anche nella vita tra l’attore e la protagonista femminile Lupe Velez, appena uscita peraltro da una relazione con lo stesso Victor Fleming.

In finale di serata (ore 22.30 Teatro Verdi) un tributo al cinema italiano delle origini con la proiezione di Amore tra le rovine, 2014, di Massimo Ali Mohammad, un falso documentario sulla miracolosa scoperta e il restauro di un film muto italiano perduto e ritrovato tra le macerie del terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna nel 2012. Il titolo del film fa riferimento ad un famoso quadro preraffaelita ed è sì testimonianza di una storia d’amore raccontata nel melodramma muto, ma soprattutto dell’amore del giovane regista per un’arte capace di rigenerarsi  come il cinema muto che lui, napoletano, aveva imparato ad amare proprio seguendo le Giornate di Pordenone. Significativamente i produttori del film sono altri due amici di vecchia data del festival, Susan Harmon e Richard Meyer.

Completano il programma odierno le Risate russe (ore 9.00 Cinemazero) con La carriera cinematografica del campanaro, del 1927, e Cuori e dollari, del 1924; e per i film dell’America Latina, va sottolineata la proiezione delle 12 di El Bolillo Fatal… O el Emblema de la Muerte, del 1927, di Luis del Castillo González, pioniere del cinema boliviano. Di questa cinematografia abbiamo scarsissima testimonianza perciò El Bolillo è una scoperta preziosa e un caso unico in quanto costituisce la documentazione autentica di un’esecuzione capitale comminata in seguito all’assassinio dell’ex presidente della repubblica. El bolillo è la pallina che viene lanciata per estrarre a sorte, tra quattro persone incriminate per il delitto, l’unico che avrebbe dovuto pagare.

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