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CINEMA, VERSO LE SELEZIONI DI CANNES 2016 IL FILM “TRA LE ONDE, NEL CIELO”

Mancano pochi giorni alla prima presentazione del docufilm “Tra le onde, nel cielo”, che racconta la “meglio gioventù” del nuoto italiano di metà anni Sessanta scomparsa il 28 gennaio 1966 quando un aereo della Lufthansa partito da Francoforte – il Convair Metropolitan – precipitò in fase di atterraggio all’aeroporto di Brema. Nessun superstite. Tra le 46 vittime anche i sette giovani componenti della Nazionale di Nuoto italiana diretta al meeting di Brema. E nel rush finale verso la prima nazionale di sabato 20 febbraio, a Modena, arriva la notizia che il film è in gara nell’ambito delle selezioni per la Settimana della Critica a Cannes 2016, L’appuntamento più prestigiosi per il cinema di tutto il mondo. «Ho appreso con emozione la tra le onde nel cielo locandinacomunicazione ufficiale pervenuta ieri dal Bureau della 55^ Settimana della Critica al festival di Cannes – spiega  Francesco Zarzana, che ha scritto e diretto il film e che firma la direzione artistica di BukUn ottimo viatico verso la prima nazionale del film che sarà evento centrale a Modena, con la proiezione di sabato 20 febbraio (alle 21 nella Tenda di viale Monte Kosica) e che sarà poi presentato nel mese di marzo alla Casa del Cinema di Roma (data in via di definizione) e il 24 aprile a Riccione, in occasione della Coppa Caduti di Brema 2016».

Sabato sera l’ingresso è libero, fino ad esaurimento dei posti disponibili.. info: www.bukfestival.it  “Tra le onde, nel cielo” è una produzione di Modena Buk Festival 2016 e ProgettArte, in sinergia con BPER Banca, con il patrocinio di Federnuoto.

 

Brema ’66:  l’atleta più giovane, Daniela Samuele, aveva sedici anni, il più “anziano”, Bruno Bianchi, aveva 23 anni ed era il capitano della nazionale azzurra di nuoto. Con loro si trovavano a bordo del Convair anche Carmen Longo, Amedeo Chimisso, Sergio De Gregorio, Luciana Massenzi, Bruno Bianchi, Chiaffredo Dino Rora. Li accompagnavano Paolo Costoli, l’allenatore ed ex nuotatore che aveva preso il posto di Dennerlein, e il giornalistaNico Sapio, telecronista RAI, voce del Nuoto Italiano nelle occasioni importanti. Cinquant’anni dopo arriva “Tra le onde nel cielo”, un film per non dimenticare: ogni sport ha la sua Superga. Il nuoto ha Brema ’66. Vite improvvisamente spezzate. Intessuto fra fiction e materiale documentario d’archivio, il film proporrà molte testimonianze dirette di familiari, amici dei ragazzi e atleti di quegli anni: Roberto, fratello di Amedeo Chimisso; Sonia, sorella di Sergio De Gregorio; Paola Saini e Daniela Beneck, ex campionesse di nuoto e compagne di nazionale dei ragazzi;  Nicoletta Longo, sorella di Carmen Longo, anche lei nuotatrice; Luciana Sirveni, compagna di banco di Carmen Longo; Marzio Casadei e Alessandro Anfossi, compagni di squadra a Bologna di Carmen Longo nella R.N. Bologna;  Elisabetta Fusi, ex nazionale di nuoto degli anni ’80 e figlia di Marcello Fusi, allenatore di  Sergio De Gregorio; Franco Del Campo,ex olimpionico (andò a Brema l’anno dopo la tragedia); Gloria Sapio, figlia del giornalista Rai Nico Sapio; Paolo Barelli, Presidente Federnuoto. Sul piano della fiction il film segna lo straordinario ritorno al set dell’attrice Laura Efrikian, che nel 1966 era all’apice della sua carriera e che interpreterà la prof.ssa Maria Andreani del Liceo Minghetti di Bologna nonché insegnante della felsinea Carmen Longo. Accanto a lei Marco Morandi che vestirà i panni del grande giornalista e intellettuale Dino Buzzati, e ancora le attrici Claudia Campagnola, Lucia Fossi, Elena Polic Greco, Lucia Bendia. La colonna sonora è affidata alla pianista e compositrice francese Valérie Marie e il film ha la sua canzone: “Among the waves, in the sky”, scritta da Francesco Zarzana e interpretata dalla cantante Eleonora Mazzotti.

E il film apre anche una pista gialla sulle cause della tragedia: «personalmente – afferma il regista Francesco Zarzana –non ho mai creduto all’ipotesi che l’incidente aereo fosse stato causato semplicemente dalle avverse condizioni meteo o da altre ipotesi assurde che sono circolate. Certo, il maltempo in parte ha contribuito, ma la nostra indagine ha verificato che il centralino dell’aeroporto, mezz’ora prima dell’arrivo del Convair, riceveva una telefonata di avvertimento sulle luci della pista che non funzionano bene. Si doveva trattare di qualcuno che arrivava dal cielo: l’ultimo ad atterrare quella sera fu un piccolo velivolo guidato da Rolf Reese, istruttore di volo, un’ora prima del Convair con gli azzurri … Reese negò sempre di avere fatto quella chiamata, ma la sua telefonata è rimasta registrata. Quando il Convair arrivò, non ebbe punti di riferimento sulla pista: all’ultimo momento, dunque, il pilota tento’ di “riattaccare’, cioè di risalire e rifare la manovra di atterraggio. Ma non ci riuscì: l’aeroporto di Brema non era neanche dotato del radar-guida. Non so se questa sia la verità sulla sciagura aerea, ma penso di esserci andato molto vicino».

 

28 GENNAIO ’66: L’ITALIA ERA DAVANTI AL FESTIVAL DI SANREMO.

Morirono per un ritardo di 12 minuti, i sette giovani atleti azzurri: l’aereo che persero decollò e atterrò senza problemi, con nove posti vuoti, i loro. Quello seguente, un Convair, non arrivò mai: un boato e mille pezzi. C’era pioggia e nebbia quella notte su Brema. L’oste Heinz Strangmann uscì fuori dal suo locale e corse per i campi: chiamò, nessuno rispose. Nessun superstite. L’Italia era davanti alla TV a vedere il Festival di Sanremo: “Dio come ti amo” cantavano Modugno e Cinquetti.

«Non erano ricchi né famosi. A guardare le loro foto fanno tenerezza e pietà. E poi l’Italia era a seguire Sanremo, una gara di nuoto in un paese che non sa stare a galla, non era così interessante»: così commentava Dino Buzzati, nel 1966. La tragedia di Brema non poteva non suscitare fortissima emozione, anche Pier Paolo Pasolini commentò l’accaduto:  «Quei visi dimostrano un completo, totale abbandono alla vita. Alla vita come forza, come gioventù, come vitalità. L’amore per la vita quotidiana di tutti i giorni per un futuro di cittadini onesti».

Il regista, Francesco Zarzana, ha praticato per molti anni il nuoto agonistico, e spiega: «bisognava allenarsi sempre bene e dare il massimo. C’era una gara che aveva un nome curioso. La Coppa Caduti di Brema. Partecipare era interessante perché curioso era il suo nome. Ma qual era il suo significato? Nessuno mi aveva spiegato cosa fosse questa Coppa Caduti di Brema e, per la verità, io non l’avevo mai chiesto. Una gara come le altre che serviva per provare a realizzare buoni tempi. Tutto lì. Passati parecchi anni, il continuare a muovermi nell’ambiente del nuoto e della pallanuoto mi ha fatto nuovamente imbattere, per puro caso, in questa manifestazione. Questa volta però ho deciso di saperne di più. Cominciate le prime ricerche, ho finalmente capito di che cosa si trattasse: il ricordo della tragedia di sette ragazzi, e del loro allenatore, che avrebbero rappresentato l’Italia in un’importante manifestazione natatoria in Germania. Ho così scoperto che con loro viaggiava, in quel giorno drammatico, anche un famoso cronista della Rai, anch’egli perito. Ma non basta. È nata in me la voglia di saperne di più, di “conoscerli”, di scoprire come fosse la loro vita, quali le loro passioni, aspirazioni, gioie, dolori. E che cosa sia davvero successo in quel tragico viaggio del 28 gennaio 1966. Sono così riuscito a raccogliere molto materiale, con pazienza certosina. E mi sono affezionato a questi giovani. Da qui il desiderio di narrare attraverso un film-documentario a 50 anni di distanza dall’accaduto, la loro vicenda umana e sportiva, la loro straordinaria voglia di vivere, onorandone la memoria e tramandarla alle nuove generazioni quasi come fossero dei nuovi amici, così come lo sono diventati per me.  Erano campioni, ma erano anche giovani che stavano donando tanto allo sport ma che si aspettavano ancora tutto dalla vita.  E furono dimenticati. Troppo presto».

LE VITTIME DI BREMA

A Brema nel 1966 fu distrutta una nazionale, una gioventù, povera e sconosciuta, che studiava, lavorava, nuotava. Daniela Samuele era di Milano e aveva 17 anni. Faceva il liceo artistico e in valigia con il costume e l’accappatoio mise il suo primo abito da sera di chiffon. Carmen Longo, ranista di Bologna, 19 anni, partì con la borsa azzurra con la scritta “Italia” delle Olimpiadi di Tokyo 1964, e con la preoccupazione della scuola (2° liceo). Trovarono sul suo quaderno un verso di Saffo “Tu giacerai morta, né più alcuna memoria si avrà di te”. Amedeo Chimisso, 20 anni, dorsista, figlio di uno scaricatore di porto di Venezia, lavorava come fattorino perchè il padre gli aveva detto: “Siete sei figli, non posso mantenervi tutti, se vuoi nuotare, arrangiati”. Sergio De Gregorio, 20 anni, si allenava anche di notte, era di Roma come Luciana Massenzi, 21 anni, dorsista, che per migliorare era andata anche in Francia. Bruno Bianchi, 23 anni, era il più anziano e anche il capitano, nato a Trieste, viveva da solo a Torino e lavorava alla Fiat per mantenersi all’Università. Era preoccupato di volare d’inverno visto che un aereo indiano si era appena schiantato sul Monte Bianco. Chiaffredo “Dino” Rora, 21 anni, dorsista, torinese, anche lui impiegato alla Fiat, dove suo padre era collaudatore, prima di partire chiamò casa e disse: “Perdonami, mamma”.  Di cosa, scherzò lei. “Di tutto”, rispose lui. Paolo Costoli, 56 anni, l’allenatore che sostituì Dennerlein, era un tecnico ed un ex nuotatore molto famoso. Nico Sapio della RAI, si era aggiunto all’ultimo, Brema era un meeting internazionale molto importante. E per la prima volta il nuoto era in  Eurovisione ed entrava nelle case degli italiani.