1917: la recensione del film di guerra di Sam Mendes

 

6 aprile 1917. A due soldati britannici viene affidata una missione suicida: attraversare le linee nemiche, che si suppone essere state abbandonate dai tedeschi, e consegnare una missiva urgente che potrebbe salvare 1600 vite umane.

Per uno dei due militari la missione è particolarmente importante, perché nel reggimento che potrebbe cadere in una trappola mortale combatte il proprio fratello. Il film è liberamente tratto da una storia vera, in quanto basato sul racconto del nonno del regista, Alfred Mendes, che realmente combatté nella Prima guerra mondiale, e al quale il film è dedicato.

Un racconto di per sé molto asciutto, che non sembra essere molto interessato a mostrare le inimmaginabili atrocità della Grande Guerra, o ad approfondire dettagli storici, ma che regala un’esperienza immersiva allo spettatore, che grazie a una eccellente fotografia e all’uso sistematico del piano sequenza viene letteralmente trasportato nel racconto.

1917: un film tecnicamente eccezionale

La povertà della storia narrata è però ampiamente compensata dal livello tecnico stellare della pellicola. Mendes tuttavia non ha utilizzato ritmi forsennati o fatto uso di effetti speciali mozzafiato, come attualmente sembra essere molto di moda nei blockbuster. Al contrario, la narrazione scorre lentamente, per un film di guerra, e le scene splatter o truculente vengono utilizzate con parsimonia, tenendo conto che stiamo parlando degli orrori della Prima guerra mondiale.

In pratica, il film è un unico piano sequenza, in quanto è molto difficile distinguere le diverse riprese. Inoltre la telecamera è per la maggior parte del tempo all’altezza dei due protagonisti. Lo spettatore trascorre virtualmente tutto il film di fianco ai due soldati inglesi, ed è molto arduo non rimanere rapiti da quanto viene narrato.

Anche perché la fotografia è di altissima qualità. In particolare i combattimenti notturni nella cittadina francese di Ecoust hanno una resa eccezionale, conferendo a quella parte del film una dimensione quasi metafisica.

L’effetto è quindi immersivo, e sottolinea la dimensione umana dei protagonisti, piuttosto che gli accadimenti bellici, e la stessa ricostruzione storica degli eventi narrati, peraltro ineccepibile, passa in secondo piano.

1917 film di guerra di Sam Mendes1917: un film semplice che funziona

Questa pellicola ha una sceneggiatura molto semplice e lineare, non sembra volere veicolare nessun messaggio particolare, e sicuramente non può essere paragonata a capolavori del cinema che con essa condividono l’ambientazione storica, come Orizzonti di Gloria, di Stanley Kubrick, del 1957.

Mendes non sembra neanche interessato a porsi domande metafisiche sul significato della guerra, o su come questa alteri il rapporto dell’uomo con la natura, come ha fatto Malik con il suo complesso La Sottile Linea Rossa, del 1998.

Il regista non indugia neanche sulla sete di gloria e l’imbecillità degli alti comandi, come il già citato Orizzonti di Gloria, né perde tempo a sottolineare le deviazioni umane e le perversioni che la guerra inevitabilmente alimenta nell’animo umano, come accade in Full Metal Jacket, sempre di Stanley Kubrick, del 1987.

Semmai questo film può essere concettualmente accostato a Salvate il Soldato Rayan, di Steven Spielberg, del 1998. In entrambe le pellicole quello che mette in moto la storia è la necessità di salvare vite umane al fronte, e il loro scopo sembra essere semplicemente quello di coinvolgere emotivamente nella narrazione, piuttosto che veicolare messaggi complessi.

Certo, in 1917 non c’è niente di neanche lontanamente paragonabile alla sequenza iniziale di Salvate il Soldato Rayan, dove l’orrore di quanto accade sulla spiaggia di Omaha Beach, durante lo sbarco in Normandia, viene buttato in faccia allo spettatore con spietata crudezza. Sam Mendes non sembra essere interessato neanche a fare vedere fino in fondo la crudeltà della guerra e le sofferenze inumane che infligge a combattenti e civili.

In compenso riesce a coinvolgere lo spettatore in una storia molto semplice, utilizzando inquadrature accuratamente studiate, una fotografia di alto livello, musiche efficaci e utilizzando in maniera magistrale il piano sequenza.

1917: un film da vedere

Lo spettatore vien rapito dalla narrazione, quasi sospeso nell’eterno presente della storia che scorre sullo schermo, e non può che immedesimarsi nei due protagonisti (efficacemente interpretati da Dean-Charles Chapman e George MacKay), due ragazzi che la guerra ha strappato dalle loro famiglie e scaraventato al fronte.

Due persone molto differenti caratterialmente ma accomunate da una visione molto semplice della vita, lontana da ogni intellettualismo, concentrati sull’unica cosa che può interessare un uomo al fronte: sopravvivere.

E i due protagonisti sembrano condividere con il regista la lontananza da ogni sovrastruttura ideologica. Tanto che nel film, per una volta, il nemico non è una figura ambigua, di difficile lettura, moralmente oscillante in una indistinta zona grigia, ma è semplicemente il cattivo da combattere. Per non essere uccisi. Mentre gli inglesi sono i buoni. Una visione manichea che forse farà torcere il naso a qualche fine intellettuale, ma che è senz’altro funzionale allo scopo di questa pellicola, che è coinvolgere lo spettatore in una storia molto semplice, utilizzando con maestria la tecnica cinematografica.

Tra l’altro questa scelta finisce per sottolineare l’assoluta imbecillità della guerra, dove l’unica possibilità è di uccidere per non essere uccisi. Una visione del mondo ristretta, è vero, ma che forse bene rispecchia la drammatica realtà di chi, in quegli anni terribili, si ritrovava al fronte, dove tra un assalto frontale e l’altro sicuramente non c’era molto spazio per fini intellettualismi.

1917 è candidato a 10 Oscar. Forse troppo per questa pellicola, che comunque vale tutti i soldi del biglietto d’ingresso. Per una volta, viva la tecnica e chissenefrega della storia raccontata. Il cinema è anche questo.