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Francesco Rotolo racconta i vini Confinis e l’amore per il suo Friuli

Francesco Rotolo racconta i vini Confinis e l’amore per il suo Friuli

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In una serata di mezz’estate, alla vineria La Botte incontro Francesco Rotolo per la presentazione della sua azienda vitivinicola Confinis. Una linea fresca e immediata ma fragrante ed elegante allo stesso tempo. La grande cordialità di Francesco mi lascia un’impressione di competenza e saggezza.

Se dovessi paragonarlo a un vino, lo vedrei come il suo Friulano, fresco, immediato ma allo stesso tempo ricco di conoscenza, tradizione e passione per la ricerca. La maestria è amica della semplicità.

Francesco, ci racconti la storia della cantina?

La storia è recentissima, in famiglia facevamo già vino in Friuli. Dal 1995 ha iniziato mio papà rilevando un’azienda storica del Friuli collinare, poi io ho studiato enologia e nel 2017 mi sono messo in proprio. D’accordo con la mia famiglia ho avviato la mia piccola azienda agricola, partendo da alcuni ettari di collina del comprensorio collinare friulano. Ho un piccolo appezzamento a Prepotto di Cividale ma per lo più le vigne si trovano in zona Cormons, Capriva, Farra d’Isonzo, tutte zone di collina. Essendo io un tecnico vitivinicolo, ho pensato ad un prodotto per le nuove generazioni di consumatori, quindi vini che raccontassero il territorio, come fanno già tanti vignaioli della zona. Parlare di cose innovative è molto pericoloso in questo mondo, perché il vino si basa su aspetti di grande tradizione, come cifra stilistica dei miei vini ho cercato di mettere al centro l’aspetto della bevibilità e della freschezza.

Quindi prediligi una facile bevibilità?

Sì, prediligo delle caratteristiche di immediatezza e piacevolezza, questo perché lavorando tanti anni con la mia famiglia mi sono potuto rendere conto, girando anche i mercati internazionali oltre quello domestico, che le cose cambiano velocemente, non solo in settori di largo consumo come l’elettronica ma gli stili vita ma cambiano anche nel vino. Nelle tendenze al consumo c’è un grosso spartiacque tra come beve un under 40 rispetto a come beve un giovanotto un po’ più attempato. Oggi ci troviamo a Udine e ci sono tavoli anche con giovani, se ci trovassimo a New York, a Berlino o a Roma, un tavolo di giovani, anche se con estrazioni sociali, cultura e provenienza diversa, tendono a bere quando si tratta di vino bianco italiano, tutti vini della stessa cifra stilistica quindi freschi, fragranti, puliti, piacevoli. Questa è l’idea che cerco di portare nei miei vini, senza che questa stilistica mi omologhi a una Falanghina campana o a un Gewurztraminer Alto Atesino; anzi quest’idea, questa stilistica di freschezza e fragranza, vorrei venisse implementata sul terroir unico, sull’impronta incredibile che i bianchi Friulani hanno.

Da cosa nasce la tua passione per il mondo del vino?

Prima della passione per il mondo del vino c’è la passione della mia terra, io sono follemente innamorato del Friuli. Come tutti gli innamorati vedo prima i grandi difetti che la nostra terra e i suoi figli hanno, però sono fatalmente attratto da quelli che sono i suoi pregi e le sue unicità. Quando si parla di vino Friulano, prima di tutto si parla di Friuli inteso come territorio, come terra e come persone che lo abitano e che lo vivono. Il vino è un’espressione della terra e degli uomini che lo abitano, non solo una delle due cose, ma è l’espressione di questo binomio tra esseri umani e territorio.

Qual è il tuo primo ricordo legato al vino da bambino?

Uno dei primi ricordi è quando sono andato ad aiutare mio papà a vendemmiare. Era la vendemmia del ’98, avevo 10 anni, sono andato a vedere come si facevano i lavori con il capo campagna Tarcisio, che governava la squadra di vendemmiatori. Eravamo andati in un vigneto di pinot grigio bellissimo, si chiama zia Maria, contavo i secchi di uva, ero arrivato a 13/14, mi sembrava un bel numero, in realtà avevo fatto poco e nulla, però fu un’esperienza in cui mi sentivo responsabilizzato, perché era la prima volta che mi approcciavo alla natura.

Oggi, ad esempio, qualcuno dice di produrre vino, ma che cosa rappresenta per lui? Prima di tutto, oltre che una sussistenza economica, che è una delle cose meno poetiche ma realistiche, per me rappresenta anche dei doveri. Oggi un produttore di vino, prima che produrlo è un custode del territorio, della terra in cui si trova, del contesto in cui vive e opera. Quindi fare vino è anche un dovere rispetto al proprio luogo di appartenenza. Quello che fai in qualche modo segna quello che avverrà dopo e come apparirà l’ambiente in cui vivremo. Quindi fare le cose con responsabilità, con etica, con un’idea è fondamentale. Questa è la prima cosa che una persona dovrebbe sentire quando produce vino. Il vino è legato a momenti positivi, si può dire con sufficiente certezza, che la parola vino solo nella bibbia, uno dei libri più famosi della storia umana, è riportata centinaia se non un migliaio di volte. Esso è sempre legato a momenti di vittoria, d’incontro, di nascita, di feste, di momenti positivi della vita dell’uomo, è ovvio quindi che nella nostra cultura occidentale quando si parla di vino, si parla di qualcosa di positivo fino a rappresentare il sangue di Cristo.

Quale pensi sia il tuo prodotto che ti caratterizza di più?

Il Tocai Friulano, che è il grande vino di questa regione senza ombra di dubbio. Il Friuli è una terra incredibile, perché è capace di generare non una grande espressione su uno o due vitigni ma su diversi. Se andiamo nelle migliori zone al mondo, solitamente non più di una o due varietà di vitigno diverso raggiungono l’eccellenza, in Borgogna il Pinot Nero e lo Chardonnay, a Bordeaux il Merlot o il Cabernet, in certe zone in Toscana il San Giovese, il Nebbiolo in Piemonte, Riesling per parlare di bianchi in Mosella o in Alsazia. Solo in Friuli ci sono diverse varietà di vino bianco, la Ribolla, il Friulano, il Sauvignon, la Malvasia, il Pinot Grigio e anche altri raggiungono l’eccellenza. Questa è una cosa che ci unicizza a livello internazionale, tra tutti questi vitigni che a seconda di dove vengono piantati nelle nostre colline, raggiungono espressioni incredibili. Quello che prediligo è il Friulano, perché è quello che legge meglio il nostro territorio. Mentre il Sauvignon a Dolegna del Collio o in certe zone dei Colli orientali raggiunge una grandissima espressione  o il Pinot  bianco diventa  grandioso a Capriva, Novali di Zegla e questo lo potrei dire per diversi vitigni, solo il Friulano un po’ in tutta l’ areale vitivinicolo raggiunge delle espressioni molto originali. Gli appassionati di vino e anche i bravi degustatori, con il Tocai possono riconoscere la provenienza più di qualsiasi altro vitigno, perché marca tantissimo la propria espressione nel territorio friulano. Mi fa impazzire per questo motivo, perché legge la nostra terra in maniera unica, poi altri vitigni vengono altrettanto grandiosi, però in zone più particolareggiate, il Tocai invece ti mappa il territorio come un’impronta.

Questa grande varietà di vini che si possono fare in Friuli può essere dispersiva per una cantina e quindi creare magari difficoltà?

Può essere un boomerang, un’arma a doppio taglio. Da un lato ci caratterizza, dall’altro ci rende un po’ più dispersivi, la soluzione non è produrre meno vitigni, perché se viene eccellente un vitigno e con una buona costanza da un anno all’altro secondo me merita che non siano persi e che si continuino a fare, perché in fin dei conti il nostro paese, l’Italia, in passato veniva chiamata Enotria per una ragione. L’Italia è la patria di una miriade di vitigni o caratterizzazioni, nel solo mezzogiorno italiano, più precisamente, tra la Sicilia e la Calabria, ci sono centinaia di varietà autoctone piantate. Quindi non mi spaventano 7-8 varietà prodotte in Friuli, sicuramente a livello internazionale si rischia di fare più confusione. La soluzione non è di andare a dire coltiviamo solo questo tipo di vitigno, ma fare un distinguo territoriale. Un po’ come fanno in zone che nella comunicazione del vino sono a livello più avanzato, rispetto a noi friulani. Mi viene da pensare al Piemonte, quando un Nebbiolo viene prodotto per esempio nel vigneto della Bussia, viene chiamato Barolo. Invece se si trova nella zona del Barbaresco e segue il disciplinare di quella zona prende il nome di Barbaresco. Il vitigno è sempre lo stesso, hanno una differenziazione che è territoriale, non tecnica. Il mio sogno da produttore friulano è arrivare ad una differenziazione territoriale. Mi immagino un giorno in cui non si dovrà più chiamare il Friulano di Zegla Friulano, mi piacerebbe chiamarlo Zegla, così che la gente possa chiamarlo Zegla con le sue caratteristiche. I maestri di questo sono in Borgogna, un Pinot nero fatto a Volnay si chiama Volnay, s’è fatto Musigny che è un comune come dire Capriva o San Floriano si chiama Chambolle Musigny. Il Domain ha questa caratteristica, va a fare questo distinguo territoriale. Il futuro non è quello di fare un vitigno unico e di fare concorrenza a territori che hanno delle dimensioni e una stazza diversa rispetto alla nostra, perché non fa facciamo massa critica. Il mio sogno è arrivare a una differenziazione territoriale, dove non è importante il vitigno ma la zona di provenienza friulana.

Cosa ne pensi del mondo del vino e che ruolo ha il vino friulano?

Lo vedo come una goccia in un oceano, dove l’unico modo per emergere è quello di puntare sulla qualità, ma non come slogan politica anni ’80 o ’90.

Puntare sulla qualità significa puntare su quello che ci differenzia e ci rende unici. Questo è l’unico modo per emergere, chi lo ha fatto tempo a dietro all’estero ha poi riscontrato in Italia risultati ben noti.

Cosa pensi dell’enoturismo?

Penso che sia il futuro del settore. È fondamentale per le zone di oggi più popolari, perché il settore vino vive di mode, di tendenze, di popolarità. Le zone che hanno successo, hanno puntato sull’accoglienza e posto l’enoturismo al centro del loro sistema produttivo. Ho visitato la zona prima al mondo in questo, cioè la California, che dell’accoglienza fa il suo “ABC”.  Io penso che non ci sia un appassionato di vino nel mondo, che non sappia che in California si fa vino rosso o addirittura qualcos’altro. Quindi l’aspetto dell’enoturismo è e sarà sempre di più nei prossimi anni, l’anello spartiacque tra il successo è l’insuccesso di una zona. Dove finisce la qualità, il sostegno viene dato dalla capacità di saper fare accoglienza e di trasmettere il territorio.

Dietro il calice di vino c’è il sudore della fronte del viticoltore e tante altre cose. Ci sono anche la storia, la cultura, il lavoro e il sudore di questo popolo. Saperlo raccontare e raccontarlo sapendo accogliere è fondamentale, se non sappiamo fare turismo possiamo fare le cose più meravigliosi del mondo senza condividerle e crescere. Io sono apolitico, però penso che dovremmo avere più a cuore ed essere meno schiavi degli equilibri di geopolitica. Confrontando il Friuli col Triveneto o altre macroaree in campi come le infrastrutture dei trasporti, siamo indietro. Sogno un aeroporto che funziona. Sogno delle autostrade che collegano.

Come ti vedi tu tra 10 anni e la tua cantina di conseguenza?

Vorrei che il mio territorio sia affermato, perché in questo modo sarà più facilmente valorizzato ciò che io faccio.  Mi aspetto di riuscire a fare dei vini che non siano più Pinot Grigio o Friulano, ma che siano Capriva, Pradis, Montefortino ecc. Questo vorrebbe dire che il mio territorio ha vinto e che sono riuscito a metterlo al centro del mondo enogastronomico. Quando andrò a New York e sentirò ordinare al tavolo di un ristorante il vino Zegla, allora sarò contento. Spero di arrivare a questo, che poi quel vino, quell’etichetta fatta Zegla sia fatta da me o da un collega è secondario, se vince il territorio vince anche chi lo abita.

 

Filippo Frongillo

©Riproduzione riservata

About Filippo Frongillo

Grande appassionato di vino e gastronomia, sente la missione di raccontare e valorizzare le aziende e i prodotti del Friuli Venezia Giulia dopo aver vissuto 5 anni in Trentino-Alto Adige.

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