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Francesco Targhetta presenta il suo nuovo romanzo

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Sabato 25 febbraio alla Libreria Ubik Marton di Treviso Francesco Targhetta ha presentato il suo nuovo romanzo Perciò veniamo bene nelle foto, edito dalla casa editrice ISBN.

Ambientato tra Padova e Treviso, può essere definito come un romanzo generazionale, che rispecchia le vicende di un’intera generazione, quella dei precari del nord-est alla perenne ricerca di un’occupazione stabile e gratificante.

È un romanzo sui generis, un romanzo misto di prosa e versi. C’è una rabbia forte, un’indignatio che muove il motore lirico-narrativo in cui si sviluppano gli 8000 versi. I personaggi del libro devono liberarsi dallo stato di immobilità in cui si trovano: c’è chi decide di andare all’estero, chi ha la fortuna di fare carriera, ma il personaggio più interessante è l’io poetante, che è scontento, rabbioso, costretto com’è a vivere nella condizione di insegnate precario. Non è un personaggio in cui facilmente ci si rispecchia, al di là delle condizioni lavorative che accomunano molti giovani della sua età. Oltre che come soggetto psichico è inafferrabile anche come identità di soggetto politico. È politico invece il modo in cui ha desiderio di condivisione della vita, delle esperienze di studio. È una specie di anarchico svizzero, un personaggio paradossale e per questo ben riuscito. È la storia di un giovane che si barcamena tra le possibilità offerte dalla ricerca universitaria e la volontà di ottenere un posto fisso nella scuola come insegnante. A fare da sfondo alle vicende narrate sono città molto agre, aspre, inospitali. In un affresco molto crudo e realistico, l’autore descrive la vita fatiscente dei sobborghi del ricco nord est, ritrae il flusso ordinario delle azioni umane al riparo dei grigi orizzonti disegnati dalle palazzine di periferia.

Il libro è pervaso da un forte sarcasmo, inteso come antidoto con cui il protagonista guarda le sue disavventure, ma anche da una sottile ironia che rende divertenti le situazioni più negative, che getta un po’ di luce sulla patina oscura e uniforme dell’esistente. Leggendo il romanzo il lettore se ne esce spesso con una risata liberatoria.

Dopo la pubblicazione del libro di poesie Fiaschi nel 2009, la casa editrice ISBN ha contattato l’autore chiedendogli di cimentarsi nel genere del romanzo in versi. La difficoltà principale, ammette Francesco, è stata quella di coniugare l’aspetto lirico, la poesia con il romanzo, la narrativa; se il compito della poesia è quello di suggerire piuttosto che descrivere, di essere elusiva, auto-referenziale, il romanzo si proporne obiettivi diversi, essendo un genere descrittivo, in cui l’autore deve dare giudizi su qualcosa, descrivere, costruire una trama con personaggi dotati di psicologia. Infatti, confessa Francesco “la mia opera ha qualcosa in più e qualcosa in meno del romanzo tradizionale: la trama è abbastanza sfumata, ma la poesia mi ha permesso di entrare più in profondità in certi aspetti, in certe tematiche”. Si tratta di un genere letterario che ha avuto un certo sviluppo nel corso del ’900, soprattutto nel contesto della prima guerra mondiale e nel periodo immediatamente successivo la seconda guerra mondiale.

Frutto di un lavoro di nove mesi, in cui Francesco dice di essere entrato in una sorta di “trance agonistica” per portarlo a compimento, il libro, sopravvissuto ad una prima fase di editing consistita nello scorcio di parti liriche che avrebbero altrimenti bloccato il motore narrativo, può dirsi un esperimento ben riuscito. Si tratta senza dubbio di un romanzo con forti connotati autobiografici: il protagonista vive uno stato di limbo tra una rivoluzione che non arriva e uno stare fermo immobile in attesa di qualcosa che cambi. Da qui il significato del titolo Perciò veniamo bene nelle fotografie. Quella di cui Francesco è espressione è una generazione educata ad accettare supinamente tutto ciò che viene imposto, ad aspettare silenziosamente il proprio turno senza protestare. Ecco che al sentimento di rabbia che pervade le pagine del romanzo si mescola una sensazione di rassegnazione e di amara consapevolezza. Alla consapevolezza della mancanza di una coscienza generazionale si affianca la convinzione che non esista e non sia praticabile una terza via tra integrazione e ribellione, tra accettazione delle regole imposte dal sistema e furia distruttiva. Le vie di fuga possibili sono assolutamente personali, rappresentano scelte meramente individuali: c’è chi come Francesco si rifugia nella scrittura e chi, come altri personaggi del romanzo, emigra all’estero dove può esprimere appieno le proprie potenzialità.

Innovativo, anticonvenzionale, rappresentativo di un’intera generazione, questo romanzo è destinato a suscitare discussioni e polemiche, anche per il messaggio politico di cui l’autore si fa portavoce. Si percepisce, infatti, nelle pieghe del romanzo una critica all’ideologia dominante – il consumismo, il capitalismo onnivoro, la cattiva educazione televisiva figlia dell’era berlusconiana – e ad una mentalità gretta e provinciale che si respira nella “Treviso bene”. Non mancheranno gli apprezzamenti e i riconoscimenti per un giovane che ha saputo ritrarre una condizione giovanile, più realisticamente forse di quanto possano fare saggi sociologici o indagini di mercato. Francesco è stato già contattato dalla SBS, la maggior emittente televisiva australiana, per la realizzazione di un’intervista telefonica. E questo rappresenta, senza dubbio, un ottimo battesimo per il suo romanzo.

Vito Digiorgio

vito.digiorgio@ildiscorso.it

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About Vito Digiorgio

Vito Digiorgio
Giornalista pubblicista iscritto all’Albo dei giornalisti dal 2013. Si è laureato all'Università di Udine con una tesi sulla filologia italiana. Collabora con alcune testate giornalistiche on line.

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