lunedì , 8 Marzo 2021
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Il recupero della Caserma Osoppo: compartecipazione o impreparazione?

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È innegabile come la problematica del recupero delle grandi aree militari dismesse rappresenti uno dei principali temi di discussione e confronto delle amministrazioni locali in termini urbanistici.

Queste aree, infatti, data la loro notevole estensione e la loro ubicazione generalmente favorevole si configurano come portatrici di enormi potenzialità per la riqualificazione non solo dell’area stessa, ma dell’intero centro cittadino, il quale, allo stato attuale, risulta estremamente penalizzato dallo stato di degrado in cui esse versano.

L’incontro di mercoledì sera in sala Ajace trattava, appunto, questa tematica, essendo incentrato sul bando per le manifestazioni d’interesse inerenti al recupero della caserma Osoppo, area militare di vaste dimensioni localizzata in prossimità di via Cividale e del famosissimo P.E.E.P. Est di Gino Valle.

Tale appuntamento, che si preannunciava come importante momento di dibattito sulla sorte e sulle future possibilità per questo spazio, si è rivelato essere piuttosto una sterile presentazione corredata da pochi interventi, alcuni interessanti altri decisamente meno o, comunque, fuori luogo.

La problematica del recupero di tale area è stata affrontata in maniera parziale, affidando ad alcune fotografie ed alle tavole delle varianti in corso al Piano Regolatore Generale il compito di illustrare criticità e punti di forza di un’area che, a detta dei rappresentanti dell’amministrazione comunale, dovrebbe dare il via, tramite il suo recupero, al rilancio di un quartiere che, com’è ben noto, riversa in condizioni di degrado e di difficoltà.

Gli architetti incaricati di seguire l’intervento, assieme all’assessore alla gestione urbana Malisani, hanno chiaramente detto che l’obiettivo che si sono prefissi per l’area è quello di conservare, nei limiti del possibile, la maggior parte degli edifici e di realizzare una casa per le associazioni ed un parco urbano ad uso degli abitanti del quartiere nella attuale piazza d’armi, ma non si sono dilungati sulle destinazioni d’uso previste, forti della convinzione che esse dovranno essere concordate in seguito assieme agli investitori e, si spera, assieme alla cittadinanza.

Se ciò può inizialmente sembrare un tentativo di rendere elastico ed aperto il piano d’intervento, in un’ottica di compartecipazione tra gli enti pubblici, i cittadini e gli attori privati, essa può anche rivelare una lacuna che si sarebbe potuta facilmente colmare, come giustamente affermato dal professor Pedrocco nel suo intervento, attraverso un’analisi multi – obiettivo che andasse a definire necessità e bisogni del quartiere, in primis, e della città, successivamente.

Se, infatti, l’intenzione dell’amministrazione è quella di rendere aperto e partecipativo il processo di riqualificazione sarebbe forse stato utile presentare, assieme al bando, anche uno studio di fattibilità per l’area, corredato da ipotesi di scenario future e redatto prendendo in considerazione le opinioni dei cittadini futuri fruitori delle attività che si intende innestare in esso.

Il dibattito che ha seguito la presentazione ha fatto emergere anche un ulteriore punto debole, ossia la mancanza di una linea di indirizzo in merito alla concreta possibilità che non si riesca a trovare un unico investitore privato ma si debba spezzettare l’intervento in una moltitudine di piccole operazioni di recupero di porzioni a sé stanti.

Infatti, sebbene i portavoce dell’amministrazione abbiano, da un lato, condiviso l’opinione comune secondo cui sarebbe auspicabile un’unica azione che andasse a interessare globalmente l’area, e, dall’altro, espresso dubbi sulla reale possibilità che, al momento attuale, ciò avvenga, non vi sono stati accenni a strategie di mediazione tra molteplici partner privati o a piani di indirizzo che possano coordinare le operazioni di recupero anche in fasi distinte e successive, in modo da rendere l’intervento effettuabile e sostenibile, economicamente parlando, anche nel caso in cui l’aspettativa di un’unica operazione venisse disattesa.

Difficile, dunque, prevedere, sulla base di queste premesse, quale sarà l’esito del bando, se vi saranno effettivamente, come si spera, delle manifestazioni d’interesse o se la questione passerà inosservata agli occhi degli investitori privati come, purtroppo, già successo in passato per questioni simili.

Elisabetta Paviotti

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