mercoledì , 24 Febbraio 2021
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L’Associazione Cifrematica di Pordenone organizza il ciclo di conferenze “Il bilancio dell’avvenire”

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Per i non addetti ai lavori potrebbe suonare come un cozzo di termini. Ma la cifrematica, termine coniato nel 1988 dallo psicanalista lacaniano Armando Verdiglione, designa una disciplina a cavallo tra la logica matematica, la linguistica, la semiotica e la psicanalisi, improntata a studiare la logica e la struttura della parola. La scienza della parola intesa come cifra, si potrebbe sintetizzare. Ogni parola secondo questa disciplina può essere analizzata secondo la sua “logica” (idiomatica) o la sua qualità o “cifrema” (cifratica). Inevitabile la tendenza alla semplificazione nel momento in cui ci si addentra in una materia piuttosto complessa e tortuosa come questa. Il ciclo di conferenze organizzato dall’Associazione La Cifra di Pordenone, articolato in tre incontri (2, 9 e 16 maggio), ha per titolo “Il bilancio dell’avvenire”. Le lezioni sono tenute dalla psicanalista Antonella Silvestrini e si svolgono presso la Sala conferenza della Biblioteca Civica di Pordenone.

I titoli degli incontri (“Il debito”, “Il credito”, “L’investimento”) descrivono un percorso ben preciso. A prima vista si tratterebbe di termini legati all’ambito economico e finanziario, ma costituiscono in realtà materia intellettuale, sostanziano pensieri e nostre paure. Il terrore dei debiti, il sentirsi in credito, l’idea di investire sono tutte preoccupazioni che implicano la tenuta di una vera e propria contabilità quotidiana. Un’operazione questa che richiede dispendio di energie, essendo fonte di angosce e preoccupazioni. L’ipotesi di un bilancio futuro permette di liberarci dell’ansia contabile che alimenta paure quotidiane e di esprimere al meglio il nostro spirito costruttivo.

Molte le esemplificazioni pratiche messe in campo per fornire al pubblico una spiegazione chiara di concetti che affondano nel terreno della psicanalisi freudiana e lacaniana. Nella nostra quotidianità, nelle relazioni con gli altri, con i familiari e i colleghi siamo portati a contabilizzare il dare e l’avere, a collocare le nostre fantasie, i nostri sentimenti nelle colonnine del’attivo e del passivo. Entriamo spesso nel meccanismo della compensazione, che ci spinge a dire “se ho dato, ora mi prendo, mi aspetta questo”. È l’atteggiamento del genitore che dà qualcosa al figlio, aspettandosi che gli venga restituito, oppure del marito che, avvertendo la relazione coniugale come una prigione, trova nello sport un’alternativa parallela. Quando facciamo qualcosa per sfogo, la togliamo dal simbolico e la mettiamo nella dimensione del riscatto sociale, facendo un vero e proprio bilancio contabile della nostra vita.

Debito e credito vengono inscenati e impersonati nei nostri comportamenti quotidiani. Il debito (dal latino de habeo = avere da), inteso come debito simbolico, indica un avere senza possesso; esso scatta quando avvertiamo la condizione di essere a posto con noi stessi e innesca presunzione e arroganza nei confronti dell’altro. Quando diamo qualcosa con la consapevolezza di ciò che stiamo dando, mettiamo quel qualcosa nel nostro conto, aspettandoci un ringraziamento che chiuda la partita doppia, il nostro conto economico. Si instaura un circolo vizioso di dare/avere, ricatto/riscatto. Basta un debito di pochi euro con un nostro amico per farci entrare in un pericoloso cortocircuito manovrato dalle logiche inconsce del debito e del credito. C’è poi l’atteggiamento di chi rappresenta il credito, tipico di chi avanza diritti, accusa, rivendica, si aspetta tutto da gli altri. Chi si muove come se fosse in credito nella sua vita – attende che lo chiamino per un lavoro, che lo avvisino su tutto, che gli dicano come comportarsi in ogni situazione – assume il ruolo della vittima, è in credito perché ritiene di aver già dato e gli deve essere restituito qualcosa. Esistono due modi di rappresentare il credito: c’è chi pensa di non aver avuto un trattamento alla pari del fratello maggiore, di non essere stato investito da un’adeguata razione di affetto, e c’è il credito che deriva da un’idea di elezione, dall’essere stato oggetto di eccessive attenzioni, dall’essere considerato eccessivamente bravo e capace. In entrambi i casi, seppur opposti, c’è sempre una rivendicazione nei confronti dei genitori. Ci sono altre casistiche di rappresentazione del credito. Pensiamo al comportamento di chi è perennemente in ritardo e accampa ogni volta una trafila di scuse per giustificarsi; altro non è che un atteggiamento vittimista, di una persona che, soppesando dare e avere, sente di essere sempre in credito con gli altri. Sono tutti comportamenti che hanno l’effetto di aumentare l’angoscia dell’individuo e di ridurne le capacità di reazione.

I ragionamenti sul debito/credito sono indissolubilmente legati al problema dell’identità dell’individuo. Se partiamo dal presupposto che l’io non è un’identità fissa, un centro organizzatore, ma un qualcosa che fluisce nel divenire, nel differire da sé, ciò che permane, che è indistruttibile e resiste al divenire è il desiderio. Nell’atteggiamento di chi si ritiene in credito, c’è sempre una fantasia di identità, una volontà di essere identico a se stesso prima di tutto. La struttura pulsionale è debordante, non è lineare né contabile; ciò significa che fare le cose in modo contabile è contro natura. La perfetta contabilità, la giustizia distributiva preannunciano la tragedia, lo squilibrio, l’angoscia. Pur riconoscendo la difficoltà di talune concettualizzazioni, la relatrice ha precisato che l’assioma di fondo su cui poggiano queste teorizzazioni è la presa d’atto che le cose non entrano nella parola e che fino a quando non vengono elaborate nel processo linguistico-verbale ognuno di noi può valutarle, conferire ad esse il valore che vuole, secondo le proprie idee e convinzioni. È una pratica riscontrabile inevitabilmente nella vita di ogni giorno.

Su come debito e credito siano strutturali e si combinino nell’investimento, Antonella Silvestrini riserverà l’ultimo appuntamento del 16 maggio presso la Biblioteca Civica di Pordenone. Per chiunque volesse approfondire questo indirizzo psicanalitico può confrontare la bibliografia presente nel sito dell’associazione all’indirizzo www.pordenone.cifrematica.com.

Vito Digiorgio

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About Vito Digiorgio

Vito Digiorgio
Giornalista pubblicista iscritto all’Albo dei giornalisti dal 2013. Si è laureato all'Università di Udine con una tesi sulla filologia italiana. Collabora con alcune testate giornalistiche on line.

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