sabato , 8 Maggio 2021
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Un secondo passo in Germania: il lavoro

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Dal nostro inviato in Germania

Trovare lavoro in Germania, come ho scritto nel mio precedente articolo a riguardo, non è assolutamente una cosa immediata. Per chi conosce bene la lingua tedesca, in realtà, non è di per sé un grosso problema (è fondamentale, ovviamente, non essere choosy come lo sono proverbialmente diversi giovani italiani). Stesso dicasi per chi conosce bene un mestiere: per chi ha esperienza, infatti, specie come cuoco o pizzaiolo, i datori di lavoro tedeschi possono chiudere un occhio su un eventuale handicap linguistico. Un discorso a parte di può fare per gli ingegneri e per chi abbia buone conoscenze del mondo informatico: in quei casi le numerose ditte di importanza mondiale (vedasi, per citare quelle nella zona di Monaco, la Intel o l’Infineon) pretendono unicamente una fluida conoscenza dell’inglese e, in alcuni casi, si accollano volentieri le spese di un corso di tedesco per i propri dipendenti stranieri. Scorrendo le innumerevoli inserzioni che costellano i giornali locali ci si può fare un’idea di come la conoscenza di una professione sia un aiuto decisivo alla ricerca di un lavoro (come in Italia, alla fine, ma con meno pretese riguardo ad un’esperienza nel settore che comunque si guardano bene dal far fare). Vero è che ci si può imbattere anche in inserzioni di italiani, in genere ristoratori, che cercano personale offrendo paghe che neanche in Italia si potrebbero accettare (forse per sfruttare chi è alla disperata ricerca di un lavoro, senza avere troppi requisiti). Comunque sia, il problema della lingua rimane il maggiore, per chi voglia cercar fortuna al di là delle Alpi. Una prima scrematura la effettua il collocamento tedesco, l’Arbeitsamt, dove nessun impiegato è autorizzato a parlare un idioma differente da quello tedesco, forse perché troppo affezionati ai regolamenti post-Repubblica di Weimar. Il che, di per sé, suona come una velata presa per in giro, in una società multiculturale come quella germanica, dove chiunque parla almeno un po’ di inglese. Una volta ottenuto un lavoro, a meno che non ci pensi il datore, è necessario farsi un’assicurazione, questione burocratica che si può estinguere in pochi minuti, in una qualsiasi agenzia assicurativa (per giunta pagando una polizza non troppo esosa). Dopo l’assicurazione, bisogna visitare la sede del Ministero delle Finanze, il Finanzamt, dove si viene dotati di un numero finanziario che servirà al datore di lavoro per pagare i contributi. Come era già stato spiegato, la tassazione di uno stipendio medio è piuttosto alta, ma permette al lavoratore di usufruire di un efficientissimo sistema assistenziale. Inoltre, dopo 18 o 24 mesi di contributi, nel caso di perdita del lavoro, si può percepire una sostanziosa disoccupazione e, nel caso che il tedesco rimanga la classica notte nera in cui tutti i gatti sono neri, il famigerato Arbeitsamt si accollerà le spese di un corso intensivo di tedesco, oltre al compito di trovare un nuovo lavoro al malcapitato (che potrà permettersi di rifiutare per tre volte). Bisogna anche tener conto che, in Germania, gli orientamenti scolastici hanno una funzione fondamentale (non come in Italia, dove in genere servono solo a deludere i genitori): qui vengono fatti dei test attitudinali per decidere il mestiere e, di conseguenza, il futuro di una persona, indirizzandola in specifiche scuole senza possibilità di appello. Formula classica trovata nelle inserzioni, per qualsiasi lavoro, è “il candidato deve aver completato la formazione relativa …”, come dire che ci non ha studiato da imbianchino non si può permettere di comprarsi un pennello. Fortunatamente, i datori di lavoro non sono sempre così “teutonicamente rigidi” come prevede il regolamento.
In sintesi questi, e in particolar modo quelli riguardanti la lingua, sono i principali scogli da superare per poter accedere al mare di opportunità che offre la società tedesca. Forse il fondamentale è quello di entrare nella mentalità germanica, acquisirne i punti di vista e cercare di ragionare con essa, senza passare il tempo ad ammirarne l’organizzazione o a deriderne l’ottusa mentalità.

Simone Callegaro

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