L’ora del patibolo

Esiste un paese in cui i sordi ascoltano le grida, i ciechi osservano il disagio, i muti cantano promesse e sogni di prosperità. Non è l’isola che non c’è, non parlo del bucolico mondo di Pandora né dell’immaginario paese Lilliput. È la nazione delle contraddizioni, del ‘siamo tutti fratelli ma solo durante Italia – Francia’, del ‘al sud c è la mafia ma al nord ci sono le sue sedi’, del ‘saliamo o scendiamo in politica’ per senso civico, ma ‘non ne usciamo mai’ per senso etico. Ci troviamo di fronte a classi di persone totalmente estranee al mondo circostante, barricate dentro un palazzo, una campana di vetro; individui pronti a risolvere tutte le grane della massa, ma che non hanno la minima percezione di quali siano questi grattacapi da risolvere per ‘senso civico’. Intendiamoci la colpa non è tutta dei ‘poveri’ reclusi nel palazzo; gli abitanti del folkloristico paese hanno la loro fetta di demerito, adagiandosi senza indugi sopra gli allori fin tanto ché la vacca era grassa e di latte se ne poteva persino sprecare. Inoltre l’apatia e lo spegnimento graduale della sfera cognitiva hanno di fatto generato un esercito di zombie, rimasti dietro le quinte con la pancia piena, ma irrimediabilmente smossi e incattiviti nel momento della fame più nera. Ora questa folla grida vendetta e vuole sul patibolo i colpevoli, o almeno qualcuno da sacrificare per soddisfare la sete di sangue. Bene io vi dico: i sacrificabili sono tutti quelli che hanno spento il cervello e hanno preferito il ‘tronista’ al poeta fiorentino, tutti quelli che conoscono a memoria i protagonisti del ‘Grande Fratello’ e pensano che Boccaccio sia un intercalare. E con loro tutti quelli che hanno favorito o ignorato questa sorta di virus mentale, questa eutanasia cerebrale catastrofica. Vogliamo giustamente la testa della casta ingorda, ma forse sul patibolo dovremmo finirci subito dopo anche noi per aver permesso la distruzione cognitiva e reale delle cose.

Carlo Liotti
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