I Masnadieri al Teatro La Fenice di Venezia

Dal nostro inviato a Venezia

Recensione – Il teatro La Fenice sceglie I Masnadieri di Verdi per aprire l’anno dei bicentenari. Titolo sfuggente ed enigmatico in cui si mescolano conflitti famigliari ed ombre risorgimentali, musica di alterna ispirazione, un libretto dinanzi al quale spesso si fatica a trattenere le risate.

L’allestimento di Gabriele Lavia – almeno nelle intenzioni – strizzerebbe l’occhio ai più giovani, ricollocando la vicenda schilleriana in una contemporaneità metropolitana. La scena, fissa per quatto atti su quattro, riproduce un capannone industriale in abbandono, imbrattato da murales da banda di strada, con teschi, coltellacci e inni alla libertà. Tutto qua. Per il resto ci si trova di fronte alla più tradizionale della regie con il coro ben piantato a terra, i solisti guidati il minimo indispensabile, il consueto insopportabile frusto repertorio di pose da melodramma, che ancor più stride con l’ambientazione ultracontemporanea. Non giova una certa schizofrenia temporale in cui si mescolano spadoni ed abiti trendy, pistole mitragliatrici e fari da concertone rock. Una ricontestualizzazione estrema nelle intenzioni ma in fin dei conti velleitaria, malamente assecondata da un disegno registico di scarsa ispirazione. Anche il lavoro sui caratteri principali dell’opera è sembrato semplicistico e sommario con il Carlo di Moor bello e dannato, bandito da copertina con la sciarpetta abbinata alla camicia e il povero Francesco turpe e cattivo come neanche Tersite. Qualche gioco di luci indovinato non riscatta un allestimento che nasce povero e povero muore.

Tutt‘altro discorso per l’esecuzione musicale, pienamente convincente nel complesso, con punte di eccellenza nel direttore e nella primadonna. Daniele Rustioni dava della partitura verdiana una lettura elegante ed energica, traendo da un’orchestra in forma smagliante suono nitido ed avvolgente. Il preludio suonava intenso ma niente affatto ruffiano, piaceva immensamente il quartetto finale di primo atto, di virtuosistico equilibrismo, perfettamente dosato nei volumi e nelle tinte. Il maestro milanese convinceva altrettanto nei passi più concitati dove riusciva ad unire al vigore orchestrale una tensione ritmica incalzante ma mai volgare, evitando i clangori e gli effettacci che capita spesso di ascoltare nel primo Verdi.

Andeka Gorrotxategui era un Carlo di Moor solido e convincente; la voce, di bel colore, era impiegata in un canto piuttosto monocorde ma incisivo. Maria Agresta nei panni di Amalia esibiva vocalità privilegiata per timbro e volume nonché impeccabile stile. Il soprano ha dimostrato perfetta padronanza della vocalità nei passi squisitamente lirici, ottimamente cantati e fraseggiati con gusto, come nell’impervia cabaletta di bravura. Artur Rucinski, Francesco di Moor, non ha voce tra le più belle ma sa adoperarla con coscienza. Il baritono dava della parte una lettura intensa, culminata con un quarto atto partecipe ed ottimamente cesellato. Giacomo Prestia era un Massimiliano autorevole ed intenso, Cristiano Olivieri un buon Arminio. All’altezza della situazione il Moser ieratico e possente di Cristian Saitta e il Rolla di Dionigi D’Ostuni. Ottima la prova del coro preparato da Claudio Marino Moretti.

Paolo Locatelli
paolo.locatelli@ildiscorso.it
© Riproduzione riservata




Eros Pagni è Arnolfo ne”La scuola delle mogli” di Moòiere a Trieste Teatro Rossetti dal 23 al 27 gen.

Eros Pagni è l’impeccabile protagonista de La scuola delle mogli in scena allo Stabile regionale Tutte le sue numerose ed eclettiche prove d’attore al Politeama Rossetti sono state lodevoli, ma in particolare dopo quelle recenti in Aspettando Godot di Beckett e – lo scorso anno – in Misura per Misura di Shakespeare, il pubblico dello Stabile lo attende con altissime aspettative. Il personaggio che incarna in questa commedia, fu recitato dallo stesso Molière davanti a Luigi XVI e alla famiglia reale e da subito si rivelò per un ruolo capace di lasciare il segno. Il personaggio di Arnolfo domina la commedia che Molière scrisse nel 1662, vestendo di irraggiungibile vis comica un capolavoro di analisi psicologica e comportamentale che la società francese di allora in parte accolse sorridendo con complicità, in parte rifiutò duramente, accusando l’autore di oscenità. In effetti, Molière nell’opera prende di mira il compiacente perbenismo della società, racconta l’inesorabile contrasto fra i sogni individuali e il vero andamento della realtà venando probabilmente il copione di un certo autobiografismo. Attraverso Arnolfo infatti l’autore esorcizza un lato della propria vita di quarantenne, che proprio nello stesso anno del debutto aveva preso in moglie la ventenne Armande Béjart, sorella – o forse figlia, addirittura – della sua amante Madeleine. Arnolfo, ricco borghese, è uomo rigido e diffidente: soprattutto nei confronti delle donne e dell’istituzione matrimoniale. Guarda con disappunto i suoi contemporanei maritarsi con donne intelligenti e di spirito – un tratto attraverso cui Molière presagiva quel fermento intellettuale del mondo femminile che tanto avrebbe espresso dal Settecento in poi – e preferisce mirare a una moglie ingenua, addirittura ignorante. Una simile compagna lo proteggerà – confida all’amico Crisaldo, esterrefatto – da una moltitudine di menzogne, d’inganni e d’infelicità che provengono proprio dalla scelta di maritarsi con donne sbagliate. Allo stesso amico Arnolfo confida di aver trovato per sé una soluzione a tale problema: tredici anni prima, una madre tormentata da misere condizioni di vita, gli aveva infatti affidato la tutela di sua figlia, una bambina di allora quattro anni, ed egli l’ha chiusa in un monastero per farla crescere lontano dalle insidie della società e dalla tentazione corruttrice di ogni forma d’istruzione. Ora Arnolfo ritiene che sia giunto il tempo di sposare la giovane Agnès e la fa condurre in città. Non ha tenuto conto però che basterà lo sguardo di un giovane innamorato a risvegliare in Agnès natura, istinto, curiosità e perspicacia. L’innamorato in questione sarà Orazio, figlio di un caro amico d’Arnolfo, appena giunto in città: il giovane – ignaro di chi sia il severo tutore dell’amata – trova in Arnofo un confidente e inconsapevolmente gli svela via via tutte le sue mosse con Agnès. Nonostante questo vantaggio, il naturale corso delle cose avrà la meglio sull’ostinazione del burbero Arnolfo, che si vedrà gabbato, fino a un’inattesa agnizione finale e alle conseguenti nozze felici fra Orazio e Agnès. Marco Sciaccaluga, regista dello spettacolo, ha trasposto l’azione dal Seicento ai primi anni del Novecento «Ci è sembrato di leggere nella commedia l’esplicito rinvio a una realtà piccoloborghese e questo ci ha indotto a pensare a uno spazio che appartenesse soprattutto al tempo in cui la borghesia ha assunto uno specifico riconoscimento sociale. Poi tutto è venuto da sé, portando in primo piano, a sorpresa anche per noi, un clima da vaudeville cechoviano, in una scatola scenica che rinvia a un universo in cui si sente il profumo di baguette e il suono della fisarmonica, ma anche a piccole cose di cattivo gusto, a segreti nascosti, a orchi in agguato che cercano invano di condizionare lo sbocciare della natura. Ciò che veramente mi interessa è raccontare quella storia che Molière confina in un microcosmo privato, avendo però la capacità di farlo esplodere, in modo da investire anche la realtà contemporanea. La scuola delle mogli di Molière sarà data nella versione italiana di Giovanni Roboni. Con Eros Pagni nei panni di Arnolfo, ruolo che già fu di Molière, recitano nello spettacolo Alice Arcuri (Agnese), Roberto Serpi (Orazio), Jean-Marc Stehlé (Alain), Mariangeles Torres (Giorgina), Federico Vanni (Crisaldo), Marco Avogadro (Enrico), Massimo Cagnina (Oronte), Antonio Zavatteri (un notaio). La regia è di Marco Sciaccaluga, le scene sono di Jean-Marc Stehlè e di Catherine Rankl che firma anche i costumi.

Lo spettacolo è una produzione del Teatro Stabile di Genova a e debutta mercoledì 23 gennaio alle ore 20.30 con repliche fino a domenica 27.

 Informazioni e biglietti per lo spettacolo sono disponibili presso i consueti punti vendita dello Stabile regionale, sul sito www.ilrossetti.it. Per informazioni si può contattare anche il centralino del Teatro allo 040.3593511. La Stagione2012-2013 del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia va in scena grazie al sostegno della Fondazione CRTrieste. Si ringraziano tutti i Soci, in particolare il Comune di Trieste,la Regione FriuliVenezia Giulia ela Provinciadi Trieste.




Spettacolo ERNEST HEMINGWAY – Al via lunedì 21 gennaio la tournée in Friuli

Vincitore dell’importante premio Eolo nel 2011, lo spettacolo “Ernest Hemingway” della compagnia pugliese La luna nel letto arriva in Friuli ospite dell’Ente Regionale Teatrale per una lunga tournée dedicata agli studenti della regione e organizzata nell’ambito delle attività del progetto teatroescuola dell’ERT. Lo spettacolo è ispirato al romanzo “Il vecchio e il mare”, che valse ad Ernest Hemingway il premio Pulitzer nel 1953 e il Premio Nobel per la letteratura l’anno seguente, e andrà in scena per le scuole secondarie di I grado lunedì 21 gennaio al Teatro Lavaroni di Artegna, venerdì 25 gennaio al Teatro Sociale di Gemona del Friuli, sabato 26 gennaio al Teatro Clabassi di Sedegliano, lunedì 4 febbraio nella Sala Vittoria di Fagagna e mercoledì 6 febbraio con una doppia replica al Teatro Candoni di Tolmezzo. Lo spettacolo sarà anche al Nuovo Teatro comunale di Gradisca d’Isonzo il 23 gennaio nell’ambito della rassegna organizzata dagli Artisti Associati di Gorizia in collaborazione con l’ERT.La drammaturgia dello spettacolo firmata da Katia Scarimbolo non è una mera trasposizione del romanzo ed è rafforzata dalla regia di Michelangelo Campanale, che utilizzando abilmente le scenografie, le luci, la musica e le immagini in movimento dà vita ad un racconto intenso, poetico e fantasioso,  definito dalla critica “una sinfonia visiva ed emozionale”. Lo spettacolo si svolge su tre piani spaziali distinti, ciascuno abitato da un personaggio e dal suo vissuto: Hemingway (Robert McNeer), lo “scrittore avventuriero” con i suoi vizi, le sue debolezze e le sue creature; il vecchio Santiago (Bruno Soriato), che lotta nel mare con sudore e fatica, e che nell’ultimo atto della sua esistenza compie un salto spirituale; Manolin (Salvatore Marci), il ragazzo che attende sulla spiaggia e che grazie  all’esperienza del suo maestro si prepara a diventare uomo. Splendidamente interpretata dai tre attori, la storia apparentemente semplice de “Il vecchio e il mare” affronta temi esistenziali senza tempo: il rapporto tra l’uomo e la natura, i riti di passaggio e le fasi dell’esistenza, il rapporto tra creazione artistica e vita. La compagnia La luna nel letto è una delle tante realtà che testimonia il fermento culturale e la creatività artistica della Puglia, e che negli ultimi anni ha fatto di questa regione un punto di riferimento nazionale, in particolare nel settore del Teatro Ragazzi e Giovani. La compagnia nasce nel2002 a Ruvo di Puglia in provincia di Bari dall’Associazione culturale Tra il dire e il fare attiva da oltre vent’anni. Attualmente gestisce il Teatro comunale locale e attraverso spettacoli e laboratori per adulti e bambini promuove la ricerca e la sperimentazione nel teatro, la danza, la musica, le arti figurative e il gioco.

Per maggiori informazioni: t. 0432.224214, info@teatroescuola.it.

Carlo Liotti




LA FINE DELL’INIZIO DIVERTE CON GARBO

Debutto felice ieri sera al Giovanni da Udine per “La fine dell’inizio” , ultimo lavoro coprodotto dal CSS e dal Teatro Nuovo dell’era Lievi, ex sovrintendente e regista dello spettacolo. Scritta nel 1937 da Sean O’Casey, tradotta dalla professoressa Marisa Sestito, la spassosa “clownerie filosofica-teologica”, come la definisce Lievi, si avvale della drammaturgia di Peter Iden, delle scene di Josef Frommwieser e dei costumi di Marina Luxardo.

I primi dieci minuti scorrono in silenzio, sotto il ticchettio assordante di una sveglia: ma basta il silenzio dentro una stanza per definire i ruoli di una banale quotidianità in cui marito e moglie si scambiano occhiatacce e si fanno dispetti, in un clima noioso. Parte così una scena vista e rivista in mille case: il marito pigro che dà ordini e la moglie che un po’ subisce e un po’ reagisce.

Solo la scommessa di invertire i ruoli metterà fine alla calma apparente: che tutto sommato non è proprio una scommessa visto che è Darry (Stefano Santospago) che poi ordina alla moglie Lizzie (Ludovica Modugno) di andare a lavorare nei campi al posto suo. E Darry assieme all’amico Barry (Graziano Piazza) proverà a interpretare il ruolo “femminile” all’interno della casa con risultati disastrosi, che via via strappano sorrisi sempre più convinti al pubblico.

Riuscirà l’uomo a resistere senza la donna a casa? Nella finzione sarà già un miracolo riuscire a sopravvivere: la scena viene saccheggiata dai due improvvisati “casalinghi” che non sono capaci di far niente e rischiano di ammazzarsi mentre rompono piatti, brocche, vetri, sveglie. La fine coinciderà proprio con il termine delle devastazioni causate dall’assenza del “femminile”.

Un’ora e venti di teatro garbato, misurato, che sembra stentare a decollare ma poi ci si accorge che è un effetto voluto, un crescendo di situazioni che combina leggerezza ed equilibrio: teatro made in Friuli da esportare. Si replica stasera e domani alle 20,45, domenica alle 16, sempre che lo scenografo faccia in tempo a sistemare i danni causati dai due sciagurati protagonisti.

Maria Teresa Ruotolo




Il Corsaro apre la stagione del Verdi di Trieste

Il Teatro Verdi di Trieste inaugura stagione ed anno verdiano con Il Corsaro, lavoro poco frequentato ma non privo di fascino, che esordì nel 1848 nello stesso teatro triestino. Scelta coraggiosa e in fin dei conti vincente, considerata la calda accoglienza tributata dal pubblico presente in sala.
Direttamente da Byron, Il Corsaro è un’opera minore ma ricca di spunti originali (finale secondo e duettone del terzo atto su tutti) in cui non è difficile scorgere alcuni sapori che troveranno piena realizzazione nei capolavori della maturità; affascinante sotto il profilo musicale, meno dal punto di vista teatrale che, come per altri lavori verdiani degli anni di galera, appare, nell’eccesso di semplicità, distante dalla sensibilità contemporanea.
Gianluigi Gelmetti nelle vesti di factotum della città si occupa di direzione musicale, regia e progetto luci. Convince nei panni che gli sono più consoni offrendo una concertazione sorvegliata, attenta alle esigenze del palcoscenico, e guidando l’orchestra, precisa e compatta, con buon senso della narrazione pur senza concedersi particolari guizzi o lampi di genio.
Lascia diverse sensazioni l’allestimento. Gelmetti sceglie di rivisitare la vicenda byroniana in senso antropologico, estendendo il dramma privato di Corrado a scontro di civiltà – o meglio di religioni.
L’idea registica è chiara, l’inquietudine di Corrado, caratterizzata dallo slancio eroico di stampo romantico, sottende ragioni di respiro maggiore: lo scontro tra il mondo giudaico-cristiano, impersonato dal corsaro stesso e il mondo musulmano di Seid, dualismo che nella visione di Gelmetti assume caratteri estremizzati a sfavore dei secondi. Qualunque sia il valore intrinseco del konzept, che sarà giudicato più o meno benevolmente a seconda della sensibilità e della cultura dello spettatore, va ravvisato un difetto di fondo nella realizzazione dello stesso. Le sole idee, per quanto ricche, originali o discutibili, non bastano ma necessitano di una tecnica registica che sappia realizzarle con coerenza e senso del teatro. Lo spettacolo inciampa in questo punto, rimanendo di fatto in sospeso tra la teoria e la pratica. L’impressionante mole di spunti disseminati dall’inizio alla fine dello spettacolo in fin dei conti lascia poco, spesso è ridondante o confusa, talora imperscrutabile anche ad una meditazione più approfondita. La cervellotica complessità dell’allestimento, anziché arricchire il valore teatrale del lavoro verdiano, finisce per gravare ulteriormente su una drammaturgia già di per sé zoppicante. Manca la coerenza espositiva delle tesi, manca il lavoro su solisti e masse (abbandonati alla più frusta tradizione delle pose da teatro d’opera degli anni che furono), manca un disegno che sappia legare l’immagine alla musica. Non giovano costumi e scenografie che in alcuni momenti rasentano (involontariamente) il grottesco.
L’esecuzione musicale si colloca invece su ben altro livello. Luciano Ganci convince nei panni del protagonista Corrado forte di una voce di bel colore e di un registro acuto squillante e sonoro, pur sembrando poco interessato ad approfondire le ragioni del personaggio (che per quanto deboli e contorte meriterebbero altra considerazione). Gulnara è il soprano Paoletta Marrocu, voce di per sé povera di fascino e gestita con alterne fortune in un canto non sempre irreprensibile. Il soprano si è resa protagonista di una prova in crescendo dopo un inizio non tra i più felici. Piace la Medora di Mihaela Marcu, bel timbro, bella figura e buone intenzioni di canto pur debitrici ad un registro grave tutt’altro che sonoro. Alberto Gazale dà di Seid un ritratto a senso unico in linea con la visione registica manichea ma sa risolvere con arte e sicurezza l’impervia scrittura musicale.
Degna di nota la lodevole iniziativa del sovrintendente Orazi di promozione dell’opera tra i più giovani, numerosi in teatro come non accadeva da molto tempo.

Paolo Locatelli
paolo.locatelli@ildiscorso.it
© Riproduzione riservata




“Se devi dire una bugia dilla ancora più grossa” in scena al Teatro Bobbio dall’ 11 al 20 gen.

 

Commedia teatrale basata sullo schema delle porte, già utilizzato da Ray Cooney per il già grande successo “Se devi dire una bugia dilla grossa”, il prequel. Al teatro Orazio Bobbio, con la regia di Gianluca Guidi, la commedia in scena dall’11 gennaioha riscosso una splendida accoglienza da parte del pubblico.  

IL CAST PRESENTATO DAL REGISTA GIANLUCA GUIDI

La rappresentazione, interpretata dalla compagnia “Artù” (formata da Antonio Catania,, Gianluca Ramazzotti,Miriam Mesturino,Nini Salerno, Licinia Lentini, con la partecipazione di Raffaele Pisu) andrà in scena fino al 20 gennaio prossimoè apparsa ben amalgamata ed ha generato un irresistibile effetto comico fra gli spettatori.

una scena della piece

 L’intreccio di questa brillante commedia  è basato su una serie di menzogne sovrapposte ed intrecciate, come già avveniva nella prima commedia, ma stavolta ordite per celare la tresca amorosa tra il ministro Riccardo De Mitri e la segretaria del leader dell’ opposizione Susanna Rolandi. Le bugie si susseguono in modo scabroso perchè  il misfatto rischia d’essere svelato, a causa del rinvenimento da parte dei due amanti di un misterioso cadavere accasciato sul ciglio della finestra della suite 748 dell’ “Hotel Palace”, nella quale si apprestano a passare la notte,  non curanti degli impegni governativi.

un momento di grande ilarità

 La trama, scandita dalla finestra-ghigliottina (causa della morte del cadavere e di molte altri inconvenienti) e dall’aprirsi e chiudersi delle tre porte giunge così a paradossali ed esasperate situazioni. Gli intrecci che si susseguono rendono la storia surreale  ed ironica ma  umoristicamente molto verosimile.Un cammeo particolare per la sua presenza in scena, sempre opportuna e con i tempi giusti va segnalato per la partecipazione del longevo Raffaele Pisu  che quasi novantenne calca la scena con gran piglio e con tempi giusti. Possiamo anche segnalare l’apprezzata e molto applaudita rappresentazione dell’ ottimo Antonio Catania nei panni del ministro Di Mitri ed una segnalazione particolare per il grande Gianluca Ramazzotti  nel ruolo di portaborse un po impacciato del ministro ma gran furbone per tirar fuori il ministro della sue inventate bugie. Belle le scene di Alessandro Chiti aiutato dalle luci di Stefano Lattavo. L’opera, originariamente nota in Regno Unito come “Out of Order”(“Fuori Servizio”) ha vinto nel 1991 il prestigioso premio inglese “Laurence Olivier Award”, come migliore commedia dell’ anno, oltre che di avere goduto di un grande successo(ndr altro dubbio) internazionale, come in Francia o in Spagna (rispettivamente conosciuta come “Panique au Plazza” e “Politicamente Incorrecto”) Ovviamente le bugie vengono da tutti i personaggi  suffragate  perchè ognuno ha  dei segreti scomodi da celare, o forse  non dimostrando il massimo dell’onestà, preferiscono fare finta che nulla sia accaduto veramente. In complesso una riuscita messinscena e un gran sequel di battute che stimolano l’ilarità degli spettatori durante tutto lo spettacolo: senz’altro da raccomandarne la visione per un paio di ore di sana e genuina comicità.

Enrico Liotti 
enrico.liotti@ildiscorso.it
RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 




L’operetta “Cin Cin Là”

Gli Artisti Associati di Gorizia, continuano saggiamente a proporre una panoramica sul mondo dell’Operetta, genere molto seguito e amato in Regione. Ieri sera ho potuto seguire la famosissima “Cin Cin Là”, nell’allestimento della “Compagnia Italiana di Operette”. La storia , caratteristica comune a molte trame, si avvale di molti qui pro quo, di mezze verità che danno tutte le occasioni di sorriso e divertimento. Personalmente le trovo spesso rasentare l’assurdo ma….non facciamoci troppe domande e sorridiamo anche noi!

La prima rappresentazione fu nel dicembre 1925,al teatro”Del Verme” di Milano, su libretto e musiche di Carlo Lombardo e Virgilio Ranzato.
La timida principessa Myosotis sta per sposarsi ma è triste perchè deve abbandonare i sogni e i giochi della fanciullezza. E anche il principe Ciclamino, suo promesso sposo, è triste per gli stessi motivi. Proprio in quei giorni giunge a Macao la bella Cin Ci Là, attrice cinematografica francese, assieme a Petit Gris il suo accompagnatore ufficiale, innamorato cotto di lei. Il Mandarino di Macao Fonky, padre della principessa Myosotis, decide di affidare i due giovani alle esperte cure di Cin Ci Là. La bella attrice prende a cuore la cosa e si dedica con particolare interesse all’emancipazione del principe Ciclamino. Petis Gris viene colto da un furibondo attacco di gelosia e per vendicarsi rivolge le proprie attenzioni alla principessa. Accade così che il principe Ciclamino s’innamora di Cin Ci Là e la vuole sposare. Ma l’attrice saggiamente gli spiega che lei non vuole contrarre nessun legame duraturo. Del resto la principessa Myosotis è ora disposta a lasciare le sue bambole e i suoi sogni e a convolare a giuste nozze con Ciclamino.Ecco, quello che non “torna” è la profusione di bodies a mò di guepierres e persino una coreografia in pieno stile burlesque che, credo, poco se non nulla c’entri con l’operetta, l’ambientazione e il mestiere di attrice della protagonista Cin Cin LàOsservando precedenti allestimenti della stessa in video, ho potuto notare che la Compagnia non ha sempre scelto questa connotazione da Rivista, pur offrendosi con costumi sempre ben curati sia nella scelta di stoffe che di fattura. Quindi? Si cavalca l’onda della tv con la moda del burlesque che , a tratti, riaffiora qua e là sullo schermo? Mah, sinceramente le ballerine non erano adatte a questo tipo di esibizione; va detto però che atteggiamenti e linee sono rimaste eleganti e sobrie, anche nelle semplici coreografie per le sei interpreti in cui si è vista l’impostazione classica pregressa. Piacevoli tutti gli attori: Gianfranco Teodoro nella parte del falso Eunuco Blum e , nella parte di Petit gris, Umberto Scida-anche regista della Compagnia- che ha cercato di coinvolgere un pubblico un po’ timido ma attento (quasi tutto esaurito il teatro) con un coro sulla famosissima aria che dà il titolo allo spettacolo.La Compagnia Italiana di Operette , con grandi cambi di costumi (soprattutto per la protagonista Elena D’Angelo alias Cin Cin Là), belle luci e buon canto dà la possibilità di passare un paio d’ore in leggerezza. Elena D’angelo è molto elegante e gradevole. Bella la voce di Afra Morganti/ Myosotis e impacciato e ingenuo – come si conviene al personaggio- il Ciclamino di Massimiliano Costantino.

Cynthia Gangi




dal 9 al 13 gennaio 2013 Politeama Rossetti, CYRANO DE BERGERAC

Di: Edmond Rostand traduzione e adattamento di: Tommaso Mattei Scene: Andrea Taddei
luci di: Valerio Tiberi Costumi: Alessandro Lai Musiche: Andrea Farri Regia: Alessandro Preziosi
Produzione: Teatro Stabile d’Abruzzo / Khora.Teatro
Interpreti: Alessandro Preziosi, Veronica Visentin, Benjamin Stender, Massimo Zordan, Emiliano Masala, Marco Canuto, Luigi Di Pietro, Francesco Civile, Gianni Rossi, Salvatore Cuomo, Sara Borghi, Natasha Truden, Giannina Raspini, Bianca Pugno Vanoni
Temibile virtuoso della stoccata di spada e di parola, fine intellettuale, mente aperta che lo rese scienziato e musicista, animo nobile nemico di ogni slealtà e meschinità, coraggioso, appassionato… eppure fragile nell’intimo, insicuro del suo aspetto e d’essere degno d’amore. Era tutto questo Cyrano de Bergerac, personaggio dal fascino irraggiungibile, realmente vissuto nella Francia del Seicento e scolpito nell’immaginario collettivo grazie alla piéce che gli dedicò Edmond Rostand. La cortesia fu reciproca: l’autore infatti sembrava condannato a una carriera mediocre fino al 1897 quando – proprio con Cyrano – la sua creatività esplose. La prémiere ebbe un successo tale che immediatamente, calato il sipario, a Rostand fu tributata la Legion d’Onore e fino ad oggi il suo Cyrano non ha mai smesso di sedurre e commuovere il pubblico, in barba alle profezie spocchiose di certa critica che costantemente e vanamente ha sottolineato come il verso alessandrino e l’animo del guascone fossero “ormai lontani” dalla contemporaneità. Invece Cyrano continua ad offrire sempre nuovi motivi di fascino per gli spettatori, come pure per gli interpreti di temperamento che considerano il personaggio un irrinunciabile banco di prova: ora sarà la volta dell’appassionato Alessandro Preziosi, ma in molti lo hanno preceduto (da un indimenticabile Gerard Depardieu al cinema, a una lunga schiera di sempre diversi protagonisti teatrali fra cui menzioniamo almeno Modugno, Proietti, e – anche allo Stabile regionale – Pino Micol, Franco Branciaroli, Sebastiano Lo Monaco, e recentemente Massimo Popolizio)…
Trieste riaccoglierà con grande affetto, Preziosi dopo averlo ammirato, diretto da Antonio Calenda, quasi esordiente come Laerte nell’Amleto shakespeariano e poi attore sempre più consapevole nell’Agamennone, e nel ruolo di Oreste in Coefore ed Eumenidi ed infine nel Re Lear. L’artista affronta Cyrano de Bergerac da protagonista e regista con lodevoli riscontri di pubblico e critica: «Ho fornito a Cyrano – anticipa nelle note di regia – una messa in scena che permettesse di muovere come un burattinaio i personaggi e le loro dinamiche fino a darci l’illusione di una storia scritta all’impronta solo per noi pubblico; così nell’adattamento del testo e nella rispettiva traduzione, ho cercato di far coesistere la prosa e la poesia relegando i versi alessandrini ad un gioco lezioso e risolutivo di certe questioni e cercando invece di dare respiro alla travolgente dimensione poetica del testo che va dritta allo spirito e all’anima di una donna per il cui amore si è disposti anche a morire».

La redazione




UTE LEMPER 8 GEN. al Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

Ute Lemper: a rapire le platee è sufficiente la sua voce tersa, estesa, educata al bello. Non sa cosa siano i cliché: sono inutili quando con intelligenza riesce a sedurre intellettualmente il pubblico con una parola, una pausa significativa, uno sguardo. È un onore e un prestigio per il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia ospitare Ute Lemper, per la prima volta al Politeama Rossetti, martedì 8 gennaio alle 20.30, per una esclusiva, attesissima serata. Sarà protagonista di un concerto che lascerà un segno indimenticabile. Solo una professionista carismatica e perfettamente completa può sostenere uno spettacolo come Last Tango in Berlin – from Brecht in Berlin to the bars of Buenos Aires: un viaggio di musica, parole, emozioni, atmosfere che conduce da Brecht a Piazzolla, attraverso un susseguirsi di brani (con una predilizione per il tango) assunti dal mondo spagnolo, francese, tedesco, inglese… Ute Lemper ne è interprete assoluta e conduttrice piacevolissima e seduttiva, capace di stregare con il canto, di stupire continuamente trasformandosi, recitando in lingue diverse, intrattenendo, di ammaliare con il movimento, di conquistare con grinta, umorismo, sensualità. Luci addensate di fumo in un cabaret tedesco di primo Novecento: Ute Lemper è l’Angelo Azzurro di Ich bin von Kopf bis Fußauf Liebe angestellt, è Lili Marleen… Una uggiosa notte parigina le fa da sfondo, mentre passa allo struggimento di Jacques Brel in Ne me quitte pas e subito dopo, la leggerezza inebriante di un boa di piume è sufficiente a introdurci alle sincopate sonorità jazz d’oltreoceano. C’è poi il teatro, il talento espressivo di Moritat von Mecky Messer di Kurt Weill e Brecht e l’approdo largo e tormentato alla Boca di Buenos Aires, dove il bandoneon di Tito Castro (che accompagnala Lemper assieme a Vana Gierig al pianoforte) ci offre le vibrazioni del tango. L’artista, con la medesima sicurezza e delicatezza, diviene voce arrochita delle milongas, del sentimento profondo, doloroso di questa musica percorsa da passioni brucianti, nostalgie, abbandoni all’amore che solo gli artisti argentini sanno raccontare. Ma che un animo artistico generoso come quello della Lemper può arricchire di incredibili accenti. La sua voce, di bellezza rare, gorgheggia, trilla, si estende, si fa calda e suadente, un ardito strumento interpretativo, e passa morbidamente da Piazzolla, a Rota, a Moustaki, dalla Dietrich alla Piaf. Un concerto che è emozione allo stato puro. Nella sua carriera, Ute Lemper ha toccato una serie incredibile di traguardi: nata a Munster in Germania, ha studiato a Colonia e a Vienna entrando nel mondo dello spettacolo attraverso il musical. Nella produzione viennese di Cats è Grizabella. Si distingue talmente che viene scritturata a Berlino e a Parigi, dove vince il premio Molière come miglior attrice di musical. Alla fine degli anni Novanta – ormai forte di un’eccellente carriera da solista – ritorna al musical interpretando Velma nella produzione londinese di Chicago: ottiene l’Olivier e dopo il West End trionfa a Broadway e Las Vegas. La sua dutilità fa di lei anche un’ammirata danzatrice: Béjart crea per lei il balletto La mort subite e appare in Weill Revue con il Tanztheater di Pina Bausch. Ha fatto cinema, diretta da registi come Altman e Peter Greenaway. Ma è nella dimensione musicale che il suo talento si esprime perfettamente: i suoi concerti da solista sono richiesti in tutto il mondo, da teatri comeLa Scalae il Piccolo Teatro di Milano,la Sydney OperaHouse, il Berliner Ensamble, il Lincoln Center a New York. Ha registrato per le maggiori case discografiche – in primisla Decca– e cantato accompagnata dalle migliori orchestre (dalla London Symphony alla Sinfonica di Berlino, dalla San Francisco Symphony Orchestra a quella di Chicago, all’Orchestra sinfonica della Radio di Parigi) ottenendo i massimi riconoscimenti. Durante il concerto in scena martedì 8 gennaio alle 20.30 al Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Ute Lemper sarà accompagnata da Vana Gierig (pianoforte) e Marcelo Nisinman (bandoneon). L’appuntamento è programmato come “fuori abbonamento” nel cartellone dello stabile regionale.

La tournée di Last Tango in Berlin – from Brecht in Berlin to the bars of Buenos Aires è organizzata in esclusiva italiana da Just in Time di Mauro Diazzi. I biglietti ancora disponibili per lo spettacolo di Ute Lemper si possono acquistare presso i consueti punti vendita dello Stabile regionale e sul sito www.ilrossetti.it. Per informazioni si può contattare anche il centralino del Teatro allo 040.3593511. 

La Stagione2012-2013 del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia va in scena grazie al sostegno della Fondazione CRTrieste. Si ringraziano tutti i Soci, in particolare il Comune di Trieste,la Regione FriuliVenezia Giulia ela Provinciadi Trieste.

La Redazione




GORIZIA: Ecco il Cyrano di Preziosi, il Verdi verso un altro tutto esaurito

 Dopo il pienone con Shrek – Il Musical, secondo sold out consecutivo in vista per il teatro Giuseppe Verdi di Gorizia, che martedì 8 gennaio ospiterà, in anteprima regionale, l’attesissimo Cyrano de Bergerac, con l’attore napoletano Alessandro Preziosi nel doppio ruolo di protagonista e regista. Ancora una ventina, infatti, i biglietti disponibili per il primo spettacolo di Prosa del 2013. In questa versione, prodotta da Khora.teatro (compagnia di produzione nata dall’iniziativa dello stesso Alessandro Preziosi, con Tommaso Mattei e Aldo Allegrini) e dal Teatro Stabile d’Abruzzo, la fragilità dell’uomo non è solo un naso deforme. Anzi, Preziosi ha scelto di recitare la parte senza appendici posticce. Più difficile, dunque, far uscire le fragilità del protagonista, ancora di più per un attore considerato un sex symbol. La versione di Preziosi del Cyrano ha inoltre il pregio di unire versi a prosa, in un testo che si avvicina ai giovani, senza mai scadere in volgarità o in modernismi estremi e che, oltretutto, sa far ridere il pubblico. Si conferma in crescita, intanto, il dato relativo agli abbonamenti: 903 le tessere complessivamente rilasciate per la stagione artistica 2012/2013 del teatro Verdi di Gorizia. Tre in più rispetto alla scorsa stagione, quando il totale si era fermato a quota 900. Nel computo, oltre ai tre calendari principali (Prosa, Musica e Balletto, Grandi Eventi – dove il saldo evidenzia un +30 a favore della passata stagione -) viene considerato anche lo speciale mini-abbonamento: nella scorsa stagione era il Jazz, stavolta è il Per Ridere (con sottoscrizioni possibili fino al 31 gennaio).

la redazione