FILOSOFI AL GOVERNO

Platone sosteneva che i governanti devono essere filosofi o devono filosofare. Scriveva Platone: «A meno che i filosofi non regnino negli stati o coloro che oggi sono detti re e signori non facciano genuina e valida filosofia, e non riuniscano nella stessa persona la potenza politica e la filosofia, non ci può essere una tregua di mali per gli stati e nemmeno per il genere umano». (Repubblica 473 d)

Esistevano filosofi governanti? Dalla storia conosciamo Re o Imperatori che erano filosofi o avevano un pensiero filosofico. Marc Bloch ha scritto per i re taumaturghi. Per esempio:

Ciro (Kuruš) II di Persia, noto come Ciro il Grande (in persiano antico; 590 a.C. – 529 a.C.), è stato imperatore persiano e discendente di Ciro I di Persia, membro di quella stirpe dei Teispidi che da qualche tempo controllava la Perside.

Agesilao II (Sparta, 444 a.C. – Cirene, 360 a.C.) fu re di Sparta dal 400 circa al 360 a.C., dopo essere succeduto al fratello Agide II.

Alessandro III re di Macedonia- Re di Macedonia (Pella 356 – Babilonia 323 aC), figlio di Filippo II, fondatore della potenza macedone, e di Olimpiade, figlia di Neottolemo re d’Epiro.

Aśoka Moriyail Grande (dal sanscrito “senza sofferenza”, devanagari ), spesso traslitterato in Ashoka (Pataliputra, 304 a.C. – Pataliputra, 232 a.C.) fu sovrano dell’impero Maurya.

Publio Elio Traiano Adriano, noto semplicemente come Adriano (latino: Publius Aelius Traianus Hadrianus; Italica, 24 gennaio76 – Baia, 10 luglio138), è stato un imperatore romano, della dinastia degli imperatori adottivi, che regnò dal 117 alla sua morte.

Marco Aurelio, nome completo Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto (in latino: Imperator Caesar Marcus Aurelius Antoninus Augustus, nelle iscrizioni: IMP(erator) • CAES(ar) • M(arcus) • AVREL(ius) • ANTONINVS • AVG(ustus); Roma, 26 aprile121 – Sirmio, 17 marzo180), è stato un imperatore, filosofo e scrittore romano.

Alfredo il Grande, in inglese antico: Ælfred (Wantage, 849 – 26 ottobre899), fu re del regno anglosassone meridionale del Wessex dall’871 all’899, ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica.

Ludovico IV di Turingia, detto il Santo (Creuzburg, 28 ottobre1200 – Otranto, 11 settembre1227), fu langravio di Turingia dal 1217 alla morte. Alfonso Fernández, detto il Saggio (Toledo, 23 novembre1221 – Siviglia, 4 aprile1284), re di Castiglia e León (1252-1284).

Cristina di Svezia, o Cristina Alessandra Maria dopo la conversione al Cattolicesimo, (Stoccolma, 18 dicembre1626 – Roma, 19 aprile1689), fu regina di Svezia dal 1632, ma con pieni poteri solo dal 1650, fino all’abdicazione avvenuta nel 1654.

Federico II di Hohenzollern, detto Federico il Grande, in tedesco Friedrich der Große (Berlino, 24 gennaio1712 – Potsdam, 17 agosto1786), fu re di Prussia dal 1740 alla sua morte.

Le forme di governo, viste con un occhio contemporaneo, sono le costituzioni che formano uno stato. Parlando però delle forme di governo in Platone questa definizione smette di avere valori sotto vari aspetti. Innanzitutto non c’è paragone tra uno stato contemporaneo e una città-stato della fine della democrazia d’Atene. É dunque completamente senza senso vedere la forma di governo in direzione puramente di teoria politica, anche se in Platone la questione della forma di governo ideale per poco non analizza soltanto l’utopia. E questo perché oltre la ²forma ideale² per il governo di Platone analizza anche le forme di governo storiche, realizzate con un’analitica interessante e comunque di valore teorico.

La categorizzazione che Platone presenta delle forme di governo, è poco tradizionale. Basta pensare che l’aristocrazia e la monarchia che si possono considerare forme tipiche nella teoria generale di governo, in Platone facciano parte – e soltanto in senso quantitativo si distinguono – della forma utopica ideale. Dunque per Platone quando si parla della forma di governo si apre il campo di quattro costituzioni delle quali le seconde due sono le forme corrotte delle prime due.

Si potrebbero allora schematizzare in tal modo le forme di governo nel pensiero di Platone: Forme ideale: Aristocrazia o Monarchia. Che si corrompe in Timocrazia e Oligarchia o in Democrazia e Tirannia.

FORMA IDEALE

Aristocratica o Monarchica

(Senza possibilità di corruzione)

Che si corrompe in

TIMOCRAZIA OLIGARCHIA

Che si corrompe in

DEMOCRAZIA TIRANNIA

Questo schema senza poter essere definito riuscito, aiuta a concepire la categorizzazione delle forme di governo in Platone, per cui in pratica le forme di governo sono considerate in coppia e, secondo il periodo storico, l’una sostituisce l’altra. La monarchia e l’aristocrazia sono forme i governo che più si avvicinano alla forma ideale. Anzi la forma ideale, anche se soltanto “in cielo trova il suo luogo di realizzazione”, soltanto in queste due forme potrebbe essere in parte realizzata. In altre forme storiche, presentano dei vizi e delle virtù. In fatto però che molte sono rivolte ai desideri e alle voglie di uomini corrotti facilmente possono corrompersi corrispettivamente in oligarchia e tirannia. E’ interessante qui osservare la tendenza platonica a richiamare l’attuazione sui valori per cui è portato a precisare che “nessuna delle forme si governo esistite, (storiche) è buona. L’“unica forma buona è quella ideale” (Repubblica 559 c)

Il pensiero di Platone, quindi, come coscienza delle forme di governo, come sollecitazione verso la forma di governo che più delle altre difende i valori dell’uomo.

E’ stato detto prima che la forma di governo in Platone cambia storicamente perché si corrompe secondo i desideri degli uomini condizionati da voglie e vizi vari. Perciò si passa da una ad un’altra forma di governo, perché gli uomini invece di rispettare il “giusto messo” nel compiere le azioni della loro condotta, si lasciano andare agli eccessi.

Si legge in Platone, a tal proposito, nel grande capitolo in cui i desideri sono confrontati ai sistemi politici che li affronta in proposito democratico: “Come la città” (πολιτεία) fu cambiata dopo l’aiuto di un’alleanza esterna verso un partito politico concreto, che assomiglia ad essa, così anche il giovane non cambia se non un tipo di desideri esterni non l’aiutano, non gli impongono, è un genere dei due che lui contiene in se stresso”. ( Repubblica 559 c)

Così un giovane, e più generalmente una persona, cittadino della polis, è esposto ad un insieme di pressioni esterne. E’ interessante notare qui una forte contraddizione: perché l’uomo non è libero di scegliere o classificare i desideri nati da influenze esterne; in questo modo non c’è una persona buona a priori, cioè di natura; essa, invece, diventa prodotto reale della situazione e delle condizioni sociali. In questo modo piuttosto Platone cerca di spiegarne il male della democrazia, che ha come virtù la libertà. Egli dice che, siccome in democrazia la libertà è senza limiti, essa è anche libertà per gli stranieri i quali riversano su di essa la loro cattiva influenza; dunque il cittadino trova nelle due nature, i due mondi interni, le assomiglianze con i desideri altrui, come un partito si aiuta e si compromette molte volte alle esigenze, i desideri, l’identità di un’alleanza esterna perché si impossessi del potere. Quindi il giovane purché si impossessi della forza, o della ricchezza (valori negativi e esterni alla psiche della persona, del giovane, del cittadino) diventa cattivo a causa di fattori estranei alla sua natura. Ma in ogni modo questo non sarebbe stato possibile se la democrazia non fosse stata come sistema di organizzazione delle società troppo libertà: cioè monarchico, privo di protezione interna e appunto per questo esposto a pericoli non solo di tipo naturale – interno, ma anche di tipo esterno e non prevedibili.

E’ facile da qui in poi arrivare a concludere che il corpo sociale non è che il raggiungimento dei desideri individuali, presentati come insieme, che quasi poco mancano tipi diversi per formare l’oclocrazia (όχλος + κράτος): termine molto usato da parte di Platone in riguardo alla democrazia. Oclocrazia, in verità, è usato da Platone in senso spregiativo, per indicare la democrazia del popolo che nelle assemblee schiamazza invece di ragionare.

Secondo Platone l’ottimo governante è il Re – filosofo, colui che possiede la scienze dei buon governo [1]. I governatori, dice nella Repubblica, sono quelli che hanno fissato lo sguardo dell’anima al bene in sé (to agathon auto) [2] e “lo useranno come paradigma per l’ordine della polis (città) e per la vita dei cittadini” [3]. E quando i filosofi sono governanti, la città è meravigliosa (Kalipolis: Nella «poleogonia» platonica vi sono quattro polis: I) La primitiva (369b – 372c); II) La opulenta (372c – 376e); III) La purificata (376c-445c) IV) La città dei filosofi, la kalipolis (527c). Cfr. Platone Repubblica.)

Se cosi può essere telegraficamente indicata la figura dell’ ottimo governante va pensato che perché egli possa svolgere con correttezza e armonia le sue funzioni è necessario che la società abbia una struttura organica, che alle tre anime dell’ individuo corrispondano la tre classi della società.

Con precisione Platone vuole l’armonia della società come quella dell’anima e presenta la relazione tra l’ordine dell’anima e l’ordine della società. Nell’anima si possono distinguere tre forze: razionale, irascibile, concupiscibile, che hanno la loro sede rispettivamente nel cervello, nel cuore e nel ventre[4].

Anche la società è divisa in classe: i filosofi sono i governanti e hanno la sapienza (sophia), i guardiani (phylakes) della polis sono specializzati nell’arte della guerra privilegiano come virtù il coraggio (la andreia), i lavoratori (georgoi demiourgoi)[5] privilegiano gli appetiti.

I filosofi corrispondono alla prima anima (razionale), i guardiani alla seconda (irascibile) e i lavoratori all’ultima anima (concupiscibile) [6].

L’accordo dei tre principi dell’anima nel riconoscere la guida della ragione è la temperanza. «Come nello stato, cosi nell’anima dell’individuo, l’esercizio di tutte e tre queste virtù, cioè la vita armonica dell’anima, costituiscono la giustizia, e la virtù, che comprende e riassume tutte le altre»[7].

Ciò non toglie, però, che tanto la figura dell’ottimo governante quanto quella della concezione organica della società, con il paragone anima dell’uomo – struttura dello stato, apartengono solo al modello ideale di forza di governo delineato da Platone.

Note

  1. Platone Repubblica 520c

  2. Idem 540b

  3. Idem 540a

  4. Idem 435a

  5. Idem 435°

  6. Cfr, N. Mercker, Storia della filosofia, p.106

  7. Fasso, Storia della filosofia del diritto. Vol. I, Bologna, 1966, p.70.

Apostolos Apostolou

Scrittore e Docente di Filosofia.




Le grandi narrazioni e i metaracconti

Il sacerdote non è solo il rappresentante di una comunità nelle sue relazioni con le potenze divine, ma può essere anche il rappresentante di queste potenze di fronte alla comunità stessa. Nella storia vediamo che il sacerdozio è stato un’istituzione a sé. Divenuta un sistema.

E molte volte la dignità di capo di famiglia o di capo della tribù si fonde con quella di sacerdote, sicché, in senso fenomenologico, si può asserire, sebbene non si possa provare storicamente, che il primo sacerdote sia stato il padre di famiglia, la prima sacerdotessa, la madre. Per comprendere il sistema sacerdotale occorre considerare tre elementi: Potere, Forza, Autorità. Perché la carica sacerdotale trova la sua base nel possesso della “potenza”.

Il concetto di potere ha conosciuto molti tentativi di definizione, tra i più incisivi vi è quello di Weber (1922) che lo definisce come possibilità di affermare la propria volontà in una relazione sociale, anche di fronte ad un’opposizione. La potenza distingue il proprio rappresentante dagli altri membri della comunità, conferendogli un valore superiore a quello che ha come individuo. Il sociologo politico Parsons (1969), parla invece di capacità di mobilitare le proprie risorse in vista di determinati obiettivi. Nel primo caso l’accento è posto sulla relazione e sull’imposizione di volontà; nel secondo caso sulla capacità organizzativa. E la forza è un concetto più ristretto rispetto al potere, riguarda l’uso della coercizione fisica per imporre la propria volontà agli altri. Il sacerdozio come istituto ha la sua origine nella fede nella potenza divina, e così si esprime con autorità. L’autorità, infine, è una forma di potere istituzionalizzato e socialmente legittimato, ciò presuppone, generalmente, che chi esercita il potere lo faccia per conseguire scopi collettivi. Qui abbiamo l’autorità carismatica. L’autorità carismatica, fondata sulla devozione e la fede a persone dotate di qualità superiori e di uno straordinario ascendente sugli altri. L’obbedienza, in tal caso, tende ad essere personale ed incondizionata.

Oggi, possiamo dire che abbiamo una classe sacerdotale evoluta, distinta per decise caratteristiche. Sempre abbiamo una struttura narrativa che soggiace all’ordine e al modo in cui viene presentata una narrazione a un lettore, un ascoltatore o uno spettatore. È uno schema narrativo culturale totalizzante o globale che ordina e spiega la conoscenza e l’esperienza, con un linguaggio “tecnico”. I cristiani, per esempio, interpretano tutta la realtà e la loro vita nel quadro della struttura sociale che era gerarchica e piramidale. Con una rigida disciplina morale e il culto del segreto protetto da un’organizzazione strutturata in cerchi concentrici. Su questa base, è possibile operare una gerarchizzazione in funzione degli aspetti dissimulati, ripartendo in seguito questi aspetti su una piramide a molti livelli, partendo dalla base inferiore (visibile) al vertice (invisibile). Cristiani, comunisti e “freudisti” (cioè quelli che abitano nel freudismo), hanno interpretano tutta la realtà nel quadro di questa prospettiva. La gerarchizzazione è uno dei principali ingredienti del generale processo del senso.

Sappiamo che l’età moderna è stata caratterizzata dalla presenza di grandi narratori. Narratore è l’alto esponente della classe sacerdotale, ma anche depositario della cultura, e aspetta in una specie di ghetto sacro (Absite injuria verbis).

“La grande narrazione ha perso credibilità, indipendentemente dalle modalità di unificazione che le vengono attribuite: sia che si tratti di racconto speculativo, sia di racconto emancipativo”, scriveva Lyotard. E continua: «I “metaracconti” di cui si parla nella Condizione postmoderna sono quelli che hanno lasciato il loro segno sulla modernità: emancipazione progressiva della ragione e della libertà; emancipazione progressiva o catastrofica del lavoro […]; arricchimento dell’umanità nel suo complesso ad opera dei progressi della tecnoscienza capitalistica; infine, se nella modernità si comprende lo stesso cristianesimo […], salvezza delle creature attraverso la conversione delle anime al racconto cristico dell’amore martire».

Le narrazioni esprimono la fiducia, cioè, un ordine imposto, (la prima fase) e poi esprimono un ordine incorporato (la seconda fase). Hanno sempre un positivo senso organico e comunitario, ma anche un rispetto ad un’autorità sovrastante e un processo di uniformazione. Il mio pensiero deve essere considerato sotto l’aspetto di sistema delle narrazioni. Come la parola “Dio” non è per l’ermeneutica narrazione cristiana solo un “signum” di un’altra cosa, ma una “praesentia rei”, così i rapporti di produzione per il comunismo e l’inconscio per il freudismo sono una “praesentia rei” delle cose e dell’uomo.

La narrazione è fondata sull’idea dell’Ordine cosmico (la morale, secondo il Cristianesimo, i rapporti di produzione secondo il comunismo, l’inconscio secondo il freudismo). Questo è il peccato originale, e diventa la lotta e il dono del libero arbitrio, come principio della verità, della bellezza e della moralità. Diventano un sistema totale di conoscenze, identico all’autocoscienza dello Spirito Assoluto.

É la prima necessità comportata da una visione del mondo che cerca l’emancipazione umana, o possiamo dire una sorta di evoluzione della gnosi in un senso teologico. Se secondo Lyotard, nessuna reale comprensione del mondo e di noi stessi può mai accadere senza una narrazione, anche se è altrettanto vero che tutte le narrazioni non possono ragionevolmente pretendere di esaurire l’infinita portata del mondo in cui esse accadono. Le narrazioni dei grandi sistemi ci spiegano le cose e l’uso che ne possiamo fare, in un’esperienza quantitativa utilitaria, ma non ci fa sentire il valore e il senso delle cose che usiamo, per noi e per gli altri. Però, oggi possiamo dire addio alle grandi narrazioni.

Apostolos Apostolou

Scrittore e Prof. di Filosofia.




3 maggio Giornata Mondiale della Libertà di Stampa

Domenica 3 maggio non è una domenica qualunque per chi opera nell’editoria: è la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa.

L’associazione culturale Territori propone una serie di incontri per valorizzare il significato ed attualizzare l’importanza della libertà di stampa nel 2020. Sono quattro le conversazioni proposte per poter riflettere sul giornalismo e sul ruolo dei giornalisti, senza filtri, a schiena dritta, con la consapevolezza che la ricerca della verità e della notizia premiano anche se alla distanza (spesso troppo lunga).

Il Palinsesto prevede questo programma in fase di ultima definizione:

Ore 15-16 Sfatiamo il mito delle FakeNews: sui media di riferimento non esistono. Come difendersi e come combattere le notizie che altro non sono che bugie. (Conversazione con Giornalisti nazionali e locali)

Ore 16-17 Scrivere e vivere con la paura e sotto scorta. (Conversazione con Giornalisti che convivono con  minacce di ordine mafioso o simile)

Ore 17-18 Il mestiere del giornalista oggi. (Conversazione con Rappresentanti Ordine Giornalisti)

Ore 18-19 La situazione economica dell’editoria locale al tempo del Coronavirus tra radio, tv, on line e carta. Conversazione con gli editori (Uspi)

Il tuo media può aderire all’iniziativa e contribuire alla diffusione nei seguenti modi:

  • Pubblicando il comunicato dell’iniziativa
  • Mandando in onda la diretta dell’evento sulla tua pagina facebook o sul sito del tuo media
  • Facendo un post della diretta sulla tua pagina facebook

Obiettivo di questo progetto è creare nel 2021 il primo Festival della Libertà di Stampa, dedicato a editori e giornalisti.

Tutti coloro che aderiranno quest’anno otterranno:

  • Citazione con link sulla pagina del sito www.giornatalibertadistampa.it
  • Saranno informati e coinvolti (se riterranno) nel progetto Festival della Libertà di Stampa 2021

Il programma dettagliato dell’evento con i nomi degli ospiti delle Conversazioni sarà comunicato il 1^ maggio.

Per adesioni scrivere a info@giornatalibertadistampa.it

Enrico Liotti




Pensiero laterale

 

Ho visto cose che voi umani neanche immaginate: persone che fino a ieri avrebbero preso l’automobile per andare a comprare il pane al negozio di fronte casa, correre come podisti in allenamento per la maratona; ho visto cani che non hanno mai varcato il cancello di casa, uscire fuori a passeggiare ogni dieci minuti con un padrone diverso; ho visto politici xenofobi chiedere aiuto alle odiate ONG; ho visto appendere bandiere e cantare inni nazionali a gente che avrebbe firmato l’indipendenza fino all’altro ieri; ho visto anti-vaccinisti chiedere una cura per il parente malato; ho visto parlare di me in TV da attori, cantanti, sportivi, giornalisti, politici; ho visto miliardari dal bordo delle loro piscine invitare le persone a non uscire e a restare nelle loro case di quaranta metri quadri; ho visto virologi spuntare come funghi su ogni tipo di mass media; ho visto italiani insultare i cinesi e ringraziarli poche settimane dopo per il loro aiuto; ho visto vicini di casa che fino a ieri neanche si salutavano cantare insieme sui balconi del palazzo; ho visto tanti messaggi d’affetto, d’amore e di vicinanza e tutto questo finirà con me, come ipocrisia nella folla.

Virus Corona




Elezioni europee o farsa italiana?

Ma possibile che con tutti i tragici problemi che assillano gli italiani, una chermesse come la tornata elettorale per le europee, in arrivo non chiarisca niente se non la voglia di rimanere in un governo allo sfascio. In un periodo in cui la gente non riesce più ad arrivare a fine mese, in un Italia senza lavoro e con lo spettro di un rating internazionale ribassato. In un Italia dove la sanità costa sempre di più;  dove i giovani vivono di precariato e vengono definiti “la parte peggiore del paese” si pensi a tirare avanti alla men peggio e già annunciare che alle prossime elezioni si andrà senza il socio attuale se non rispetterà il contratto o appoggerà la conservazione delle poltrone conquistate. Mi sembra di assistere alle solite disquisizioni del gatto e la volpe di collodiana memoria. In un paese alla fame si pensa a chiedere leggi speciali per gli immigrati, o leggi per la legittima difesa o redditi pubblici(da fame) sempre al fine che chi ha il potere pensi al popolo come ai burattini da conquistare con grandi boutade e sceneggiate che di buon governo e di politica hanno poco o ben nulla. E che ministeri: quelli economici, quelli che la le lega aveva sempre imputato a “Roma Ladrona” ora sono suo monopolio o dei soci casti e puri loro comprimari. Forse finalmente anche la Lega Nord ha capito che per “rubare bene” deve aver almeno la dislocazione dei ministeri chiave dell’economia nelle proprie mani. Ma possibile che il popolo leghista si lasci infinocchiare così? Possibile che l’unica espressione del malcontento di quindici o dieci anni fa si lasci imbrogliare così dai suoi rappresentanti? O meglio dall’unico fantoccio che li rappresenta, in quanto attorno ai sui gilè e alle sue performance ci sono solo comparse e nessun attore in grado di interpretare un ruolo propositivo o innovativo per questo povero paese alla deriva? E questi leghisti che si proclamano “puri” che si battezzavano nel fiume Po in una allegoria semiotica di  appartenenza ad una razza eletta, ed oggi vedono il loro capo con il rosario o la Bibbia in mano appellarsi alla Madonna per il buon esito delle votazioni, e si lascino infinocchiare così dai loro rappresentanti.  I vari capetti  ormai hanno necessità di poltrona più dei “ladroni romani” ormai sono talmente coesi con il sistema che pur di sopravvivere chiedono le cose più insulse e più folkloristiche pur di essere sempre in vista. E il lavoro, e la precarietà dei nostri giovani, e la fame del 13% delle famiglie italiane in odore di povertà? E la sanità sempre più costosa, gli studenti sempre più tartassati, e la scuola privata sempre più ricca? Ma dico siamo rincretiniti tutti, o siamo diventati tutti ” caporali” come ricordava Totò in un suo famoso film: ” Ma siamo uomini o caporali?” Ho purtroppo l’impressione che non siamo più ne uomini ne caporali ma come diceva Sciascia siamo diventati un popolo di “quaquaraqua” poveri noi. Anzi poveri i nostri figli e le generazioni che ci seguiranno. Dopo anni in cui ci hanno detto che la precarietà era un’opportunità per l’economia. Dopo che ci hanno detto che i giovani debbano essere sostenuti dalle famiglie e dai genitori fino alla loro sistemazione definitiva. Dopo che li hanno insultati e chiamati “bamboccioni” ora finalmente li chiamano l’Italia peggiore. Ma chi ci ha portato a questo livello, se non gli stessi governanti che oggi con proposte folkloristiche e con l’appoggio incondizionato al finto premier e ai due vice premier (veri padroni) che ci stanno spingendo oltre l’orlo del precipizio continuando a gestire l’Italia come un proprio gioco del “Monopoli” dove ognuno cerca di essere sempre più furbo e è più ricco senza minimamente pensare di rappresentare chi lo ha eletto, ma sperando di mungere ancora per tanto la mucca al cui seno è attaccato.  Spero che i nostri giovani si rendano conto di essere stati usati e presi in giro da oltre un trentennio e che trovino la forza morale ed intellettuale di capovolgere questo sistema con le buone o con le cattive, e che soprattutto vadano a votare anche per confermare a me che sono io rimasto indietro alle nuove esigenze della società.

Enrico Liotti

 




BUON NATALE E FELICE 2019

LA REDAZIONE TUTTA E I COLLABORATORI TUTTI CON LA DIREZIONE E LA SEGRETERIA AUGURANO FELICE NATALE A CHI CON PAZIENZA CI SEGUE DA ANNI E A CHI VUOLE ANCORA SEGUIRRCI…

BUON 2019 AI NOSTRI AMICI




Testate online escluse dal bonus pubblicità? Cresce la mobilitazioni in difesa del web.

Testate online escluse dal bonus pubblicità? Cresce la mobilitazioni in difesa del web. Presentata la prima Interrogazione Parlamentare

Uspi: “Un segnale terribile per un settore che, in prospettiva, è destinato a sviluppare sempre di più, e sempre più correttamente, il pluralismo informativo e l’occupazione”. Secondo il 14° Rapporto Censis-Ucsi, negli ultimi dieci anni, i quotidiani a stampa hanno perso il 25,6% di utenza, i quotidiani online invece segnano un +4,1%

Le testate online non fanno forse parte dell’editoria? Della stampa quotidiana e periodica?

Per il Governo italiano sembrerebbe di no.

l mondo del web sarebbe infatti completamente tagliato fuori dal bonus pubblicità: l’agevolazione introdotta dall’articolo 57-bis del decreto-legge n. 50 del 2017 per favorire il rilancio del settore editoriale.

Come funziona? Attraverso il riconoscimento di un credito d’imposta d’imposta al 75% per le imprese e i lavoratori autonomi che investono in campagne pubblicitarie su quotidiani e periodici, emittenti TV e radio locali. Agevolazione che arriva al 90% se a investire sono piccole e medie imprese, microimprese e start-up innovative.

Un’agevolazione importante dalla quale sarebbero esclusi gli investimenti sul web. Di conseguenza le aziende che investono sulle testate online non potranno beneficiare del contributo e saranno quindi orientate a spendere sui concorrenti cartacei. Mettendo in piedi uno scenario di concorrenza a dir poco sleale.

Eppure il decreto legge fa espresso riferimento alla “stampa quotidiana e periodica” ed è ormai pacifico che le testate online, registrate in Tribunale, iscritte al ROC, con un direttore responsabile, siano completamente parificate dalla legge e dalla giurisprudenza delle sezioni unite della Corte di Cassazione alle testate cartacee.

Solo oneri e nessun onore per il web? Ricordiamo infatti che i giornali online non hanno mai beneficiato di alcun contributo pubblico.

Senza contare che la pubblicità sulle testate online è molto meno costosa di quella effettuata sulle testate cartacee e, quindi, il riconoscimento dell’agevolazione comporterebbe solo un esborso minimo da parte dello Stato.

Sulla questione intervengono il segretario generale Uspi Francesco Saverio Vetere e la vice Sara Cipriani che scrivono una lettera al ministro Luca Lotti con delega all’Editoria : “Tale tesi negativa è contraria allo spirito e alle indicazioni del governo e della maggioranza che hanno portato alla emanazione della Legge 198/2016, la quale ha sancito la definizione di “quotidiano on line” e l’ha inserita, a pieno titolo nell’ articolo 1 della legge 7 marzo 2001, n. 62 (“Definizioni e disciplina del prodotto editoriale”) e a tutte le precedenti leggi che hanno condotto ad una completa equiparazione delle testate telematiche a quelle cartacee. L’esclusione delle testate on line sarebbe, inoltre, un segnale terribile per un settore che, in prospettiva, è destinato a sviluppare sempre di più, e sempre più correttamente, il pluralismo informativo e l’occupazione”.

Lo conferma il 14° Rapporto Censis-Ucsi, secondo cui, negli ultimi dieci anni, i quotidiani a stampa hanno perso il 25,6% di utenza, i quotidiani online invece segnano un +4,1% (oggi l’utenza complessiva è al 25,2%).

Un’anomalia riscontrata anche dall’onorevole Giorgia Meloni (FI) che, in data 4 ottobre 2017, ha presentato un’interrogazione scritta al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. “Il settore dei giornali online è in espansione, pur non avendo mai beneficiato di alcun contributo pubblico, e rappresenta un segmento dell’informazione molto seguito dall’opinione pubblica – scrive nell’interrogazioni Meloni che chiede – se corrisponda al vero che il credito d’imposta di cui in premessa non sarà riconosciuto alle aziende che investono sulle testate online, e, se del caso, se il Governo non ritenga opportuno assumere iniziative per correggere tale anomalia”.




The Big Tartini Band In tour Dal 13 al 15 luglio Ad Aquileia, Trieste e Cordenons

TRIESTE – Al via a tutto jazz il tour della Big Tartini Band, l’Ensemble di 25 elementi del Conservatorio Tartini, diretto da Klaus Gesing. Sono tre gli appuntamenti in calendario, a partire da giovedì 13 luglio, quando The Big Tartini Band farà tappa alle 21 in piazza Capitolo ad Aquileia per il Festival “Nei Suoni dei Luoghi 2017. Il giorno successivo, venerdì 14 luglio, la Band sarà alle 19 nell’Aula Magna P. Budinich della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati a Trieste (via Bonomea 265), protagonista del SISSA – SUMMER FESTIVAL 2017. E infine si esibirà sabato 15 luglio alle 21, al Parco del Centro Culturale Aldo Moro di Cordenons (PN), nell’ambito della rassegna “Musica e Teatro al Parco”. Nel corso del tour la Big Tartini Band proporrà musiche di K. Wheeler, J. Styne (arr. D. Wolpe), B. Mintzer, H. Carmicheal (arr. B. Brookmeyer), R. Rogers (arr. D. Wolpe), S. Simmons (arr. L. Niehaus), M. Davis (arr. A. Zenarolla), M. Schneider.
Composta da 25 elementi che interpretano alcuni tra i più famosi e noti brani del jazz classico e moderno, la “Big Tartini Band” nasce nel 2012 come progetto specifico del Conservatorio Tartini di Trieste per iniziativa di Klaus Gesing compositore, insegnante di improvvisazione e saxofono presso il Conservatorio stesso. La Big Band comprende tutti gli organici classici del jazz e svolge un importante ruolo nel campo dell’insegnamento tant’è che per suonare tra le sue file sono richieste tutte le principali capacità che devono possedere gli artisti di questo genere musicale. II programma della Band copre tanti stili diversi, dai classici di Duke Ellington e Count Basie fino a brani di compositori moderni come Maria Schneider e Chick Corea. Particolare importanza viene data alla presentazione di composizioni scritte da studenti del corso di jazz che utilizzano la BTB per apprendere e affinare le tecniche di scrittura, orchestrazione e arrangiamento. Info www.conservatorio.trieste.it




PSR 2014-2020: da giovedì 25 maggio Strategie di cooperazione per lo sviluppo territoriale

L’autorità di gestione del PSR 2014-2020 della Regione Friuli Venezia Giulia promuove una serie di incontri informativi sul territorio per illustrare i dettagli dell’intervento 16.7.1 “Strategie di cooperazione per lo sviluppo territoriale del Programma di sviluppo rurale”. Il bando è di prossima pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione (BUR) e, da allora, gli interessati avranno 60 giorni di tempo per presentare le loro proposte.
Gli appuntamenti saranno ospitati in alcuni edifici immersi nel paesaggio rurale, in linea con le finalità dell’intervento 16.7.1, volto a stimolare lo sviluppo locale nelle zone rurali della nostra regione.
Il primo incontro si terrà giovedì 25 maggio alle ore 17.30 a Villa Chiozza di Scodovacca di Cervignano, sede di Promoturismo FVG, dove aprirà i lavori il direttore generale, Marco Tullio Petrangelo.
Il secondo incontro sarà ospitato lunedì 29 maggio, alla stessa ora, all’Hospitale di San Giovanni di San Tomaso di Majano. Il terzo momento di confronto è in agenda mercoledì 31 maggio, sempre alle 17.30, al Mulino Braida di Talmassons e sarà preceduto dalla visita guidata al biotopo delle Risorgive di Flambro programmata per le 16.30. Infine, lunedì 5 giugno (ancora alle 17.30), teatro dell’incontro sarà l’ex Filanda di Murlis di Zoppola, presso il centro parrocchiale di Santa Lucia.
L’iniziativa è rivolta alle amministrazioni comunali ricadenti nell’area ammissibile dell’intervento 16.7.1, proprio perché potenziali componenti dei partenariati pubblico-privati insieme ad altri soggetti attivi nell’ambito dello sviluppo locale e che possono contribuire alla realizzazione della strategia di cooperazione.
Tramite la pubblicazione dell’avviso, prenderà così il via la procedura selettiva che prevede, in questa prima fase, la presentazione di proposte di strategie di cooperazione.
«Abbiamo ritenuto importante andare, anzi ritornare sul territorio – spiega l’assessore alle risorse agricole e forestali Cristiano Shaurli – perché le strategie di cooperazione stanno riscuotendo un grande interesse e possono avere una fondamentale importanza per lo sviluppo dei nostri territori rurali e, nello stesso tempo, richiedono però strategie ed impegni chiari in grado di tenere insieme istituzioni locali, agricoltori e imprenditori che condividono un progetto».




Al teatro BELLINI DI NAPOLI “Bordello di mare con città” dal 25 ott. AL 6 NOV.

 

“Ecco io nun ‘o saccio si a morte, la visione della morte, può qualcosa dint a capa nostra, se muove se accende…qualche luce, nu rimorso, che saccio? Na specie ‘e pentimento, desiderio di riscatto…”

La locandina

La locandina

Napoli. “Bordello di mare con città” dal 25 ottobre al 6 novembre 2016 al Teatro Bellini in coproduzione tra Elledieffe (la Compagnia di Teatro di Luca De Filippo diretta da Carolina Rosi) e Teatro Elicantropo.

“Adesso da qualche parte sta entrando molto fumo, molta polvere. Avranno appiccato il fuoco da qualche parte…i facinorosi…gli scalmanati…che la fanno da padrone …nell’assenza di qualunque protezione…”. Enzo Moscato nelle proprie vesti interpreta la serafica giornalista prevista nel testo di cui fu autore 30 anni fa dopo la morte di Ruccello. Lo scrittore è ai margini, narratore in una modalità affettiva che ricorda Hitchcock, apre e chiude il dramma svolto nell’ex casa chiusa che rappresenta la Napoli degli anni ’80, o semplicemente un certo degrado morale adattabile in modo universale all’umanità tutta, poiché da sempre “l’ambizione è un mostro sterile che però riesce a partorire”.

Le atmosfere simboliche e i versi musicali di Paolo Coletta sembrano chiedere allo spettatore se i fatti di sangue, gli scandali o i miracoli, abbiano davvero una data di inizio e di fine nel tempo storico mai delineato nelle scene di Roberto Crea.

Fra le luci di Cesare Accetta, i costumi di Alessandro Ciammarughi vestono il fior fiore delle interpreti: Imma Villa (Titina) e Fulvia Carotenuto (Assunta) duellano gigantesche, accompagnate degnamente da Cristina Donadio (Madamina), Ivana Maglione (Cleò), Sefora Russo (Betti) e Lello Serao (Il Cardianale).

Prosa e poesia di una emorragia luttuosa. Tormento consapevole che

CarloCerciello_EnzoMoscato_FotoAndreaFalasconi

CarloCerciello_EnzoMoscato_FotoAndreaFalasconi

solo la regia di Cerciello avrebbe potuto bilanciare. Il suo inconfondibile stile riesce, infatti, ad intersecare la narrazione tradizionale del primo atto con l’ “oratorio in fiamme” del secondo. La sterzata drammaturgica è forte. La “contrapposizione tra eros e sangue” (cit. Teatro e poesia in Enzo Moscato, di Fabrizia Ramondino) è simboleggiata, personificata e maledetta dal grottesco Cardinale quasi ex-posto alla vendetta di Assunta. Come evacuato dal feretro bianco di Betti, l’orco brama ancora nei versi “Lasciatemi nudo nella mia dannazione! Non allontanate le fiamme da me, dalla mia carne!”.

La partitura diviene rituale, confini di voci che si fanno corpo, volutamente senza una vera disperazione, per colei che “è caduta nel sonno del destino”. Il parossismo raggiunge l’apice nell’ esclusiva autenticità del monologo che da solo vale tutto: “Pecchè l’hai fatt, Assunta? Pecchè m’è dato a chiagnere senza più na lacrima? Nun ero forse na madre pure io…?”. L’assolo della Villa, sviscera, inonda, piega a sé la grafia teatrale del dramma. È l’apice, il climax, è il mare in tempesta. “Rivoglio mia figlia e tutto il latte che l’aggio dato!”. Le ex signurine, svelano i loro segreti tragici con la contrazione estetica di una rappresentazione ibrida nel suo genere. La città è fuori che preme, ma i personaggi di Titina e Assunta hanno avuto una evoluzione tale da portare il furore scenico ad un bivio: spingere il patos fino all’estremo oppure rallentare, allontanare, in un chiaro-scuro pirandelliano. La scelta è di zoom – mare sul quadro etico di chi implora una logica “Pecché, io per prima, devo pagare?Quando abbascio pe’ vie, nu mar ‘e disonesti, nu mare ‘e delinquenti, ‘e criminali, nu mare ‘e Senza Dio, ‘e Senza Niente, manco o principio d’o dolore cunòscene, e allàgano, distùieno, fanno peggio do Diluvio, pecché?!”.

Dalla corrispondente Anita Laudando