L’enigma della camera 622

L’enigma della camera 622

Joël Dicker è un giovane e affermato scrittore di best sellers. Il suo primo romanzo, La verità sul caso Quebert, tradotto in ben trentacinque Paesi ha avuto un successo straordinario.

Nel 2020 la Casa editrice La nave di Teseo ha pubblicato “L’enigma della camera 662” che, anche grazie ad una solida promozione pubblicitaria, ha immediatamente occupato i primi posti nelle classifiche di vendita mondiali.

La storia si svolge quasi interamente in Svizzera, terra di origine dello scrittore, e racconta di un misterioso e irrisolto omicidio avvenuto qualche anno addietro nella camera 622 del lussuoso Hotel Palace de Verbier, dove lo Scrittore (con la esse maiuscola, come lo stesso autore si definisce), stanco, in crisi di ispirazione e reduce da una piccola delusione amorosa, decide di ritirarsi per un fine settimana di relax. Nonostante i propositi di riposo assoluto l’autore incontra l’affascinante Scarlet, e i due di comune accordo, ma soprattutto con la sollecitazione della bella donna, decidono di risolvere il mistero.

L’ambiente in cui si svolge la storia è quello dell’alta finanza, dei potenti banchieri dell’ultima Banca privata Svizzera: La Banca Ebzner.

Il tema centrale è l’elezione del nuovo Presidente. Da oltre trecento anni, secondo le regole imposte dal fondatore dell’omonima Banca, il titolo, affinchè appartenga sempre ad un Ebzner, spetta al primogenito maschio del Presidente in carica.

L’attuale Presidente Abel Ebzner ha però inaspettatamente deciso di rompere questa tradizione e di cambiare le regole; così il suo unico figlio Macaire, ragazzo debole, sopraffatto dal nome di famiglia, molto più incline agli intrighi che al lavoro, si trova a dover combattere con tutti i mezzi possibili per ottenere ciò che secondo lui gli spetta di diritto.

Tutto accade in una Ginevra dorata, elegante e lussuosa tra mille (talvolta improbabili) intrighi dove i protagonisti spesso non sono come sembrano, perché come ci ricorda lo scrittore: quando si vuole veramente vedere qualcosa, si vede solo quello che si vuole vedere…..

Anche questo romanzo, come il primo è fin troppo voluminoso, ben 650 pagine ma grazie ad una scrittura fluida, anche se talvolta un po’ ripetitiva e densa di dialoghi e alla capacità dello scrittore di tenere la suspance il libro si legge rapidamente.

I capitoli sono caratterizzati da salti temporali che sembrano creati di proposito dallo scrittore per evitare di dare informazioni chiare al lettore e rinviare sempre la soluzione del caso.

Tra lettere scambiate, nobildonne russe decadute alla ricerca di buoni partiti per sistemare le belle figlie, personaggi diabolici, maschere di gomma, servizi segreti deviati e tentativi di avvelenamento, il romanzo ricorda un po’ un feuilleton di metà ottocento, ma questo forse era l’obiettivo dello scrittore.

 




La saga dei Cazalet

La Saga dei Cazalet

 

La scrittrice Elisabeth Jane Howard è stata protagonista della vita culturale londinese del secondo dopoguerra. Ha avuto una vita privata burrascosa: un passato da modella, tre matrimoni, una figlia, tre divorzi, l’ultimo dallo scrittore Kingsley Amis.

Scrisse questa saga composta da cinque volumi agli inizi degli anni ’90, quando era una scrittrice già apprezzata dal pubblico, anche se solo recentemente è stata riconosciuta anche dalla critica.

I cinque volumi recentemente proposti dalla casa editrice Fazi, contraddistinti da una piacevole e colorata copertina in perfetto art decò, coprono un arco temporale di una ventina di anni, partendo dal 1937 fino al 1951.

I Cazalet sono facoltosi commercianti di legname. William Cazalet, detto il generale, e Kitty Cazalet, detta la Duchessa, sono i capostipiti di questa numerosa famiglia.

Il primo volume della saga, Gli anni della leggerezza, ambientato negli anni ’30, racconta degli anni che precedono il conflitto mondiale. I protagonisti sono quasi ancora molto giovani, e vivono tutti insieme con gioia e spensieratezza per lunghi periodi dell’anno a Home Place nel Sussex, la casa di campagna simbolo della famiglia, in una rigida atmosfera vittoriana di altri tempi, dove tutto avviene secondo rituali precisi e codici che il tempo ha reso immutabili.

Terminata la lettura del primo volume, è praticamente impossibile non affezionarsi a Hugh, il figlio maggiore, a Edward, l’affasciante viveur sposato con Viola, detta Villy, ex ballerina del balletto russo, a Rupert, sognatore con velleità artistiche, a Rachel, unica figlia non sposata, a Polly, elegante e splendida, a Louise, primadonna e attrice mancata, a Clary, aspirante e passionale scrittrice, alla bellissima e capricciosa Zoe e a tutti gli amici, amanti e servitù che ruotano attorno a loro.

Gli altri tre volumi, Il tempo dell’attesa, Confusione e Allontanarsi, sono ambientati nel periodo della seconda guerra mondiale. Ci raccontano di una Londra devastata dalle difficoltà e delle paure, in particolare della condizione delle donne che ogni giorno si trovano a dover affrontare il dramma del conflitto.

L’ultimo volume, Tutto cambia, è ambientato negli anni ’50: il mondo è completamente mutato e anche la famiglia Cazalet deve fare i conti con tutti i cambiamenti e prendere decisioni coraggiose.

Bellissima saga famigliare per complessive 3000 pagine, scritta con un linguaggio semplice ma mai scontato.

Lo stile della Howard è molto fluido ed elegante, e mostra la capacità dell’autrice di scandagliare l’animo umano, in particolare quello femminile, e anche se le storie non sono ricche di colpi di scena è praticamente impossibile staccarsi dalla lettura.

Arrivati al termine i personaggi che ti hanno a lungo accompagnato già ti mancano!




Il borghese Pellegrino

Il borghese Pellegrino

 

La vicenda si svolge nell’ottobre del 1900 in Toscana nel Castello di Campoventoso.

Il proprietario della tenuta, Secondo Gazzolo, insieme a sua moglie Clara hanno invitato per un fine settimana di svago e per discutere di importanti affari commerciali alcuni ospiti illustri: il banchiere Viterbo, tanto ricco quanto ingenuo divoratore di vivande, il dottor D’Ancona, potentissimo delegato del Consiglio di Amministrazione del Debito Pubblico della Turchia, Reza Alyan, giovane funzionario turco dello stesso consiglio, l’assicuratore Bonci con sua figlia Delia in età da marito, il professor Mantegazza, fisiologo di fama internazionale e il signor Pellegrino Artusi da Forlimpopoli, florido mercante e famoso gastronomo.

In questo contesto non potevano certo mancare l’impeccabile maggiordomo Bartolomeo e la cameriera Crocifissa detta Crocetta, giovane arguta ma un po’ troppo chiaccherona.

Il fine settimana a Campoventoso era cominciato, come di prammatica, con la visita del castello e della tenuta. A seguire un ricco pranzo con dieci portate e una partita di biliardo, il tutto in un’atmosfera apparentemente tranquilla, ma non priva di una certa tensione tra gli ospiti: in ballo l’ingresso della finanza europea negli scambi commerciali con il decadente Impero Ottomano.

Durante la notte uno degli invitati muore misteriosamente, chiuso a chiave nella propria camera da letto.

Sarà compito dell’ispettore Saverio Maria Artistico da Siena capire se si è trattato di morte naturale o di omicidio, in un alternarsi di circostanze che non collimano, passaggi segreti e tresche clandestine

Secondo romanzo per lo scrittore Marco Malvaldi dopo “Odore di chiuso” che vede come protagonista Pellegrino Artusi, scrittore, critico letterario e gastronomo, autore del famoso libro di ricette “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”. Il volume scritto vent’anni dopo l’unificazione dell’Italia, racconta la cucina nazionale attraverso la raccolta di ben 790 ricette, da lui personalmente sperimentate, frutto dei numerosi viaggi dell’Artusi in giro per l’Italia. Come scrive l’autore nel suo diario “la cucina è un linguaggio universale, che ha bisogno di essere capito solo da chi lo pratica: forse solo la musica può stargli alla pari. Eppure, si può stare giorni, settimane e mesi interi senza ascoltare una melodia, ma provatevi a stare un giorno senza mangiare!…”

Marco Malvaldi, scrittore di professione chimico, ritiene che anche la gastronomia come la chimica sia una scienza complessa, rigorosa e stuzzicante quanto la sublime arte dell’investigazione.

Un giallo storico dove i personaggi parlano con la terminologia dell’epoca e che, specie nelle fasi finali, ci regala alcuni momenti di piacevole ilarità.




Ogni coincidenza ha un’anima

Ogni coincidenza ha un'anima

Possono avere i libri un potere curativo?

Esiste un libro adatto per ogni tipo di malattia?

E’ quello che si chiede il protagonista Vince Corso, di professione biblioterapeuta, nel romanzo scritto da Fabio Stassi.

All’interno del suo appartamento romano, un lavatoio ristrutturato in via Merulana, prescrive libri alle persone in cerca di aiuto: tra queste una chiromante licenziata da una televisione privata per aver perso il suo talento e una settantenne che non riesce a dimenticare nulla, stufa di essere chiamata fin da piccola la memoriosa, vorrebbe trovare un modo per imparare a dimenticare.

Un giorno allo studio si presenta Giovanna Baldini, un’affascinante sessantenne. Fin da subito chiarisce di non aver bisogno di alcun aiuto, ma propone al protagonista un ben remunerato e molto delicato incarico.

Il suo amato fratello, molto più anziano di lei, da alcuni anni soffre di una grave forma di Alzheimer; negli ultimi tempi la situazione si è ulteriormente aggravata e l’uomo in uno stato di semi incoscienza ripete in modo ossessivo alcune frasi sconnesse.

Giovanna però pensa che quelle frasi non siano casuali, anzi al contrario secondo lei appartengono ad uno dei tanti libri che il fratello, uomo di grande cultura, lettore appassionato, possessore di una invidiabile biblioteca, deve aver letto nel corso della sua vita: lei vorrebbe trovare questo libro per poter capire cosa il fratello cerca di comunicarle.

Le giornate di Vince continuano come sempre: i clienti, le passeggiate con il suo cane muto Djago, la quotidiana spedizione di una cartolina sempre indirizzata allo stesso albergo della Riviera francese dove, secondo lui, suo padre, che non ha mai conosciuto, deve aver dormito almeno per una notte. Aggiorna con regolare abitudine i suoi taccuini con il terrore, che fin da bambino lo assilla, di dimenticare i libri che ha letto. Il suoi pensiero è sempre però rivolto al fratello di Giovanna e alle frasi sconnesse da lui pronunciate.

Allora pensa alla tecnica del caviardage che tanto divertiva i suoi studenti quando faceva l’insegnante.

I ragazzi fotocopiavano un testo famoso e con un pennarello nero a punta grossa cancellavano lunghi pezzi o frasi, lasciando in chiaro solamente alcune parole che spesso messe in fila davano risultati sorprendenti. Da un brano dei Promessi Sposi poteva saltar fuori un’imprevedibile poesia d’amore o una filastrocca per bambini o qualsiasi altra cosa.

Ecco quello che lui doveva fare, un caviardage all’incontrario, con le poche parole a disposizione riportare alle luce tutte le parti annerite dal tempo.

Tante erano le domande a cui deve dare una risposta, ad esempio cercare di capire le vere intenzioni di Giovanna Baldini, ma soprattutto deve trovare la risposta a una domanda fondamentale: qual è il ricordo che una persona la cui una mente comincia a vacillare vorrebbe portare con sé?

Qual è il suo ricordo speciale, il momento indimenticabile dal quale non avrebbe mai voluto staccarsi?

Un giallo poetico in cui l’indagine del protagonista si sviluppa nella dimensione del ricordo, dove il vero protagonista del libro è un altro libro.

In chiusura l’Appendice con i piacevolissimi consigli di lettura di Vince: per immunizzarsi a tutti i cataclismi nazionali consiglia I Promessi sposi, per lo strabismo Il fu Matia Pascal, per la nomofobia Fuori fuoco, per guarire dal fascino degli alfabeti o per innamorarsene perdutamente La lingua salvata, per ingannare il tempo nelle lavanderie a gettoni Guerra e pace e molti altri .




Il signor Cardinaud

Il signor Cardinaut

 

Come tutte le domeniche mattina Monsieur Cardinaud si è recato a messa, all’uscita ha raggiunto la migliore pasticceria del paese dove ha acquistato dei deliziosi dolcetti per il pranzo domenicale, ha passeggiato sul lungomare intrattenendosi con i notabili del paese e per finire, come al solito, si è seduto al bar per l’aperitivo: un vermout per lui e uno sciroppo di ribes per il suo figlioletto Julien.

Sono le undici e mezza precise, le onde si infrangono vicino alla riva, ed è ora di rientrare per il pranzo.

La casa di Cardinaud è un villino dai mattoni rosa, appena ristrutturato, con un bel portone di legno di quercia naturale lucidata di fresco, dove spicca ben in evidenza la targa di mattone con il suo nome: “Hubert Cardinaud”. Il suo orgoglio.

Tutto sembra essere come sempre perfetto, ma all’improvviso entrando in casa si rende conto che qualche cosa non va. Non c’è il consueto profumo dell’arrosto che Marthe, sua moglie, cucina tutte le domeniche: la casa è pervasa da un forte odore di bruciato, la tavola non è apparecchiata, le finestre sul retro sono aperte e le tende sono gonfie come un pallone.

Marthe è sparita.

Come nel più classico “tutti lo sapevano, ma il marito è l’ultimo a saperlo”, per Monsieur Cardinaud da quel momento comincia una corsa contro il tempo per cercare di ritrovare la moglie: per amore o per riprendersi quella vita perfetta che lui, figlio di un umile cestaio, si era così faticosamente conquistato?

D’altronde tutti glielo avevano detto che Marthe, bella, misteriosa e insofferente non era adatta a lui. La sua modesta famiglia si era opposta con tutte le forze a quel matrimonio con la ragazza che si dava troppe “arie”, ma lui si era innamorato di lei.

Simenon con la consueta acutezza psicologica ci racconta di un amore eroico, capace di non indietreggiare di fronte al tradimento e alla vergogna.

Il romanzo fu critto a Fontenay – Le – Comte nel 1941 e nel 1956 il regista Gilles Granger ne trasse un film, “Sangue alla testa”, con Jean Gabin nel ruolo del protagonista.

Georges Simenon segna il passaggio dal giallo classico inglese, in cui è centrale per l’investigatore e il lettore capire “chi è stato”, al “che cosa è successo” nell’esistenza di un individuo e nella sua vicenda umana per portarlo a compiere un così efferato delitto.

Georges Simenon, romanziere francese di origine belga è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.

Ha scritto circa cinquecento romanzi, 75 dei quali, insieme a 28 racconti, hanno come protagonista il famoso commissario Maigret.




Argento vivo

Argento Vivo

 

Un intreccio di storie ambientate nella provincia pisana, terra d’origine dello scrittore Marco Malvaldi, di professione chimico, autore dei romanzi della serie “dei vecchietti del Bar Lume” noti al grande pubblico per l’omonima serie televisiva.

In questo romanzo diversi personaggi diventano i protagonisti di un gioco alchemico fondato sull’equivoco delle situazioni, sul dialogo surreale e al tempo stesso ovvio. Una commedia poliziesca in cui si alternano un famoso scrittore in crisi, stanco di essere etichettato come lo scrittore che scrive di golf e non riesce a concludere il suo ultimo libro dedicato alla storia di un matematico alla ricerca della bellezza, un giovane lettore bulimico per passione e ingegnere informatico a tempo determinato, la bella agente di polizia che vorrebbe condurre le indagini ma che deve competere con il laido superiore, una banda di balordi e il tecnico specializzato in sistemi di allarme appena disoccupato.

Tutto inizia con una rapina e da quel momento le storie di questi personaggi, che per sorte sarebbero lontanissime, si uniscono come le goccioline sferiche e perfette di argento vivo (il mercurio) che grazie alla loro forza di adesione si rompono e si riuniscono di continuo per ritrovarsi alla fine in un’unica forma perfetta.

Nello stesso momento, in un grande albergo della zona, si sta svolgendo un importante Congresso Internazionale di Matematica. Tra i partecipanti c’è molta attesa per la relazione di Carlo, matematico di fama mondiale che nel corso della sua relazione finale svelerà i risultati della ricerca a cui ha dedicato tutta la sua vita.

E’ possibile calcolare la bellezza? Esiste un algoritmo dal quale ottenere un numero, un singolo numero, che misuri la bellezza della musica di Mozart, Bach o Haendel?

Sono le pause, i punti di silenzio, la punteggiatura della musica, il non detto che ci permettono di riconoscere il grande musicista?

Un giallo dai toni blandi in quanto a suspance, caratterizzato dal consueto umorismo fondato sull’equivoco, dalla bravura linguistica e dalla proprietà di linguaggio dello scrittore.

Un’ investigazione sull’incontro tra il caso, la libertà di agire e il corso necessario delle cose.

Un libro che ci fa divertire senza scadere nel cattivo gusto o nel superficiale e che anche a distanza di tempo offre spunti di riflessione.




Ballando nudi nel campo della mente

Ballando nudi nel campo della mente

 

“…. Le ruote anteriori della mia piccola Honda argentata si arrampicavano su per la montagna. Mentre le mani seguivano la strada e le curve, la mente tornava in laboratorio. Filamenti di DNA si avvolgevano e volteggiavano nell’aria: immagini di molecole elettrificate colorate di rosa e blu scuro riuscivano a infilarsi tra i miei occhi e la strada (..)

Ero in discesa e la macchina si infilò a ruota libera in una curva. Mi fermai. Un gigantesco ramo di ippocastano sporgente strusciò sul finestrino… frugai nello sportellino dei guanti e trovai una busta e una matita… All’altezza della pietra miliare 46.58, sulla Highway 128, stava per affacciarsi l’era della PCR. Ne ero certo. Mi misi a scrivere in fretta e spezzai la mina…

In una calda notte di maggio, percorrendo il tragitto alla volta del suo chalet di Mendocino nella Anderson Valley in California lo scienziato americano Kary Mullis intuì la reazione a catena della polimerasi, metodo innovativo quanto semplice che ha permesso di ricostruire in vitro uno specifico passaggio della duplicazione cellulare, ovvero la sintesi (o ricostruzione) di un segmento a doppia elica di DNA a partire la un singolo filamento.

Questo è quanto l’eccentrico biochimico americano, racconta nella sua autobiografia “Ballando nudi nel campo della mente”. La scoperta gli fruttò il premio Nobel per la chimica nel 1993.

Un evento rivoluzionario che ha trovato applicazioni e impieghi in svariati campi della medicina e della biologia: genetica, microbiologia, biologia molecolare e virologia, medicina forense, in oncologia, in botanica e*/=in zoologia, in tutte quelle discipline che hanno in qualche modo a che fare con le scienze della vita.

L’ipocrisia è in sostanziale antitesi a qualsiasi argomento trattato nel libro.

Appassionato di surf, di astrofisica, di biochimica, ma anche di astrologia consiglia agli psicologi di studiare e tenere in considerazione l’allineamento dei pianeti nel tema natale dei loro pazienti. Definisce quelli che si occupano di salute mentale soggetti che di solito ”hanno bisogno di più di aiuto di quello che possono offrire”.

Ribelle ed egocentrico, supportato da una mente brillantemente poliedrica: il verbo “sperimentare”è quello che più si attaglia a definire, tant’è che ha fatto della sua stessa esistenza uno spazio temporale per sperimentare.

Affatto propenso a dare per assodato ciò che è convenzionalmente accettato, volle provare da sé e su di sé reazioni, emozioni e sensazioni attraverso le quali allargare lo sguardo sull’invisibile per accedere a stati emotivi “altri” indotti anche da sostanze allucinogene.

Salì alle cronache anche il suo studio di approfondimento sul virus HIV che riteneva potesse essere disgiunto e quindi non necessariamente la causa della malattia dell’AIDS. Mullis cercò di contestualizzare l’AIDS negli anni in cui si manifestò e fece notare che una parte di umani stava sperimentando un nuovo stile di vita caratterizzato da rapporti di grande promiscuità che avrebbero immunodepresso i sistemi immunitari, creando anche un ottimale terreno di coltura per il virus HIV che di per sé è solo un virus.

Teoria questa che certamente non piacque alle grandi case farmaceutiche.

Nel libro s’intravede un rapporto di grande complicità con la madre e l’amatissima compagna della vita, Nancy Lier Cosgrove Mullis, alla quale dedica il volume.




Riccardino

 

Riccardino by Andrea Camilleri

Trentaduesimo e ultimo romanzo della serie dedicata al Commissario Montalbano, pubblicato dalla Casa Editrice Sellerio a un anno esatto dalla morte dello scrittore Andrea Camilleri.

Riccardino è stato scritto tra il 2004 e il 2005, rivisto e rinnovato dall’autore nel 2016, che ha comunque mantenuto la trama originale.

Gli elementi dei classici di Montalbano ci sono tutti.

Il caso da risolvere: l’omicidio, anzi “l’ammazzatina” di Riccardino Lopresti, distinto sciupafemmine, che vede coinvolti tre amici della vittima con i quali ha condiviso tutto, anche il non condivisibile. Quattro moschettieri “tutti per uno, uno per tutti” protagonisti di un caso apparentemente di facile soluzione, ma che nasconde inaspettati e imprevedibili risvolti.

Le indagini del Commissario Montalbano lo portano a credere che nulla, in quell’omicidio, è ciò che appare, ed ecco che incrocia personaggi pittoreschi: la “chiromante – chiaroveggente” Tina, donna cannone con i capelli pettinati in un modo da ricordare vagamente la torre di Pisa e l’amante, l’idraulico “uomo lombrico” che lei avvolge nelle sue voluminose rotondità.

Non mancano le celebri e appetitose “mangiatine” del Commissario alla Trattoria “da Enzo” e nella verandina della sua casa di Marinella: il cous cous, le triglie “arrustute”, la caponatina, la pasta ‘ncasciata e non mancano le battute in “vigatese”, la lingua inventata di una provincia inventata, molto amata dai lettori, che nel tempo si è evoluta in un dialetto che si “mescola” all’italiano.

Il Commissario è frustrato e stanco: da anni ormai deve convivere con il Montalbano televisivo, più giovane, più bello e molto più famoso di lui.

L’indagine non procede, non riesce a trovare una pista da seguire, allora interviene l’autore che lo consiglia, lo stuzzica e fa di tutto per modificare gli eventi narrati.

Nasce un dialogo tra autore e personaggio, una serie di riflessioni su tutte le storie vissute assieme, una sorta di commiato con gli affezionati lettori.

Io non posso sfoggiare molta cultura, sono considerato uno scrittore di genere. Anzi, di genere di consumo. Tant’è vero che i miei libri si vendono macari nei supermercati”.

L’ha voluta concludere così, Andrea Camilleri, l’epopea del suo amatissimo Commissario Montalbano.

 




Intrigo Bretone

La recensione del giallo di Jean-Luc Bannalec

Intrigo Bretone di Bannalec

Siamo a Concarneu, la “maestosa città blu” della Bretagna nel Dipartimento del Finistère, la “finis terrae”, come avevano chiamato i romani la parte più esterna della penisola che si protrae nell’Atlantico, ma per i celti, abitanti del luogo, questa terra è “penn ar bed”, il capo del mondo, l’inizio di tutto. Come ogni mattina, il Commissario Dupin, autentico parigino, da qualche anno trasferito in Bretagna, a causa di qualche “piccola incomprensione” con i suoi superiori, si trova all’Amiral, il suo locale preferito, dove aveva alloggiato il Commissario Maigret, per il solto caffè e la lettura dei quotidiani dell’Ouest – France.

E’ una calda e soleggiata mattinata di luglio, l’oceano è stupendo, ma l’atmosfera magica viene interrotta da una telefonata dal Commissariato: nella notte è stato brutalmente accoltellato un uomo nella vicina Pont Aven.

La vittima è Pierre – Louis Pennec, uno stimato e noto albergatore della zona, proprietario del mitico Hotel Central, una vera istituzione per i bretoni. Un omicidio inspiegabile in questa nota località turistica, menzionata in ogni guida di Francia e in ogni volume di storia moderna, non solo per la bellezza dei luoghi, ma soprattutto perché questo pittoresco villaggio alla fine dell’’800 era divenuto celebre per la sua colonia d’artisti tra i quali Paul Gaugain che, grazie alla generosa ospitalità di alcuni albergatori, tra cui la nonna di Pierre – Louis, Marie Jeanne Pennec, trovarono ispirazione nella ricerca del primitivo, del semplice, in quello che definirono “il più grande atelier a cielo aperto”.

Dupin sa che deve risolvere il caso velocemente: la stagione estiva è cominciata, e un omicidio del genere in quel periodo dell’anno non giova certo alla tranquillità dei turisti che popolano questi villaggi nel desiderio di trascorrere le settimane più belle dell’anno. Inoltre il caso, data la notorietà della vittima, avrà una rilevanza nazionale, senza tenere conto che gli eventi hanno scosso profondamente la gente del luogo così legata alle proprie tradizioni.

Si sposta da un villaggio all’altro, beve caffè, passeggia in prossimità del porto, lungo le sponde dell’Aven, va in giro per le foreste incantate di querce e faggi ricoperti di vischio ed edera. Annota appunti disordinati, schizzi e schemi incomprensibili persino a lui stesso sul suo fedele taccuino Clairefontaine dalla copertina rosso fiammante, formato A5 senza righe, per sfuggire alla confusione e alla stanchezza, nel tentativo di riordinare i pensieri, di avere un’illuminazione e fare luce su questo misterioso intrigo dove tutti mentono pur di coprire un grande segreto.

Lui, Dupin, non lo vuole ammettere ma nel suo intimo un po’ bretone si sente. Nessun luogo lo aveva mai fatto sentire così libero, pur con la consapevolezza che dagli abitanti del luogo sarebbe sempre stato considerato un “forestiero”.

Una perfetta miscela di suspense e atmosfera bretone che sa di mare, onde e caffè, un bel giallo per gli amanti delle inchieste alla “vecchia maniera“, per questo commissario già battezzato il nuovo Maigret, che racconta di luoghi magici, dove è impossibile non desiderare di recarsi immediatamente all’Ar Men Du o di ritornarci al più presto.

Jeanne Luc Bannalec è lo pseudonimo di uno scrittore tedesco che ha avuto grande successo di pubblico e critica in Germania, con una serie di gialli che hanno come protagonista il Commissario Dupin. Vive tra la Germania e la Bretagna, sua seconda casa, che definisce come la “macchiolina di terra più felice che conosca”.

 




Tessuti d’Autore

Pizzecco

 

Un paio di folti baffi molto curati, un vestito elegante, una voce persuasiva da doppiatore cinematografico, l’occhio brillante di chi vede lontano, un garbato gusto per le belle cose, un po’ di coraggio e l’immancabile sigaretta. Così apparve agli invitati Paolo Pizzecco in un lontano giorno del 1972, data dell’inaugurazione di un nuovo negozio in Udine e data di partenza di un progetto commerciale lungimirante.

Quel giorno Paolo, insieme al fratello Cesare, accolse nel nuovissimo punto vendita di via Mercatovecchio molte persone, note e meno note, in quello che sarebbe diventato il “salotto della moquette”. La scommessa era chiara: fornire alla città un’attività che vedesse quale protagonista assoluta la “moquette” che all’epoca andava di moda in tema d’arredamento d’interno per abitazioni, negozi, centri commerciali, uffici pubblici e privati. L’intuizione si dimostrò vincente con prodotti di alta qualità che incontrarono da subito il gusto e la curiosità di molti clienti, tra i quali anche architetti e professionisti dell’arredo.

Una partenza “sul velluto”, come si suol dire, che richiedeva però una profonda conoscenza, preparazione tecnica e un gusto particolare nella scelta dei campionari e dei prodotti. Dopo pochi anni la seconda scommessa: allargare l’attività proponendo alla clientela anche delle pregiate carte da parati, ricercati tessuti per imbottiti quali poltrone, divani e cuscini di ogni genere, tendaggi e, scommessa nella scommessa, un tessuto rivoluzionario, l’Alcantara, quale concessionario esclusivo per Udine e dintorni.

Ecco quindi sfilare nel punto vendita “Pizzecco” i più prestigiosi marchi del settore: Van Besouw, Bic, Louis de Poortere, Jules Flipo, Decors Panoramiques Zuber, Jab, Nobilis e altri. L’apertura a nuovi prodotti divenne anche l’occasione nel 1994 per trasferire l’attività nel nuovo negozio in via Gemona, con spazi più ampi e nuovi stimoli. Venne così a crearsi una nuova “sartoria su misura dell’arredo”, con campionari di tessuti altrimenti quasi introvabili, intrecci incredibili di fantasie e colori, con il pregio di essere seguiti e consigliati da un esperto professionista dal gusto raffinato. La miglior risposta alla domanda di una clientela esigente e al contempo certa di trovare tra quelle mura quanto di meglio offrisse il mercato.

 

Paolo Pizzecco

Paolo Pizzecco

Entrare nel negozio di Paolo è sempre stato un vero piacere per la vista e per il tatto: decine di campionari raccolgono tessuti di ogni genere, provenienti da tutto il mondo, e ai clienti non resta che sbizzarrirsi alla ricerca della giusta soluzione.

Nel marzo del 2019 il figlio di Paolo, Edoardo, decide di seguire le orme del padre, affiancandolo in negozio per iniziare il giusto percorso di apprendistato. Paolo con grande soddisfazione ed entusiasmo inizia a trasmettere a Edoardo i “segreti del mestiere” con la certezza in cuor suo che anni e anni di esperienza, passione e professionalità avranno un valido erede. Uno strano gioco del destino ha voluto che Edoardo facesse tesoro degli insegnamenti del padre solo per alcuni mesi. Nel luglio dello stesso anno Paolo ci ha lasciato.

Oggi, varcando la porta dell’accogliente e rinnovato negozio di via Gemona, non passano di certo inosservati i colorati e accattivanti campionari degli splendidi tessuti che, di per sé, arredano in modo impeccabile le pareti del negozio. In fondo un’elegante scrivania, dietro la quale siede un ragazzo venticinquenne dallo sguardo fiero, con dei baffi curati, una voce da doppiatore cinematografico, elegante negli abiti e nel portamento, l’occhio brillante che vede lontano e un gusto sovraffino per le belle cose.

Caro Paolo, la scommessa continua…