domenica , 28 Novembre 2021
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Un inedito Shakespeare al Giovanni da Udine: ”OTELLO – Ancora un tango ed è l’ultimo”.

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La versione dell’Otello di Massimo Navone andata in scena ieri sera al Teatro Nuovo Giovanni da Udine per il circuito Crossover mette in scena la tragedia, che il pubblico ricorda come il dramma permeato più di tutti dalla gelosia folle, iperbolica e distruttiva, ambientandola fra le tinte fumose di una taverna senza tempo, in un luogo atopico, forse più contemporaneo, delineato soltanto da una guerra di cui non si definiscono né le cause, né gli effetti: divise militari, tanto alcol, candele, oscurità, e solo una luce verde, quella del livore e della rabbia nutrita dall’invidia e dal desiderio del possesso, desiderato e non ottenuto.
Un luogo che posa evanescente in una scenografia piuttosto spoglia: qualche tavolo, due colonne al centro del palco e sullo sfondo delle tende diafane, quasi senza una vera distinzione fra ciò che è spettacolo e ciò che sta dietro le quinte: gli attori vi si aggirano stanchi, presto ubriachi, fra quattro coppie di tangueros che animano la scena per la durata di una danza, per poi sparire dopo aver delineato nel tempo dei loro passi la passione e la nostalgia, il conflitto e la malinconia, che la milonga porta inscritti nel suo dna e che ben si accordano con la trama che scorre attraverso la tela tragica.
All’inizio si rimane affascinati dalla commistione fra l’azione scenica e quella coreografica, come se l’una fosse matrice catalizzatrice dell’altra, come se il ballo concedesse respiro allo svolgimento del dramma in uno squarcio corale; ma quando lo schema e le pose si ripetono uguali a se stesse, la geniale trovata dell’inserimento dei danzatori nella rosa dei figuranti rischia di risultare d’impaccio alla dinamica drammaturgica, quasi slegata, soprattutto nella seconda parte, quando la tragicità assume connotazioni più gravi, nonostante gli sguardi dei ballerini tentino di trasformarsi in attori-spettatori, partecipi anch’essi della dialettica teatrale.  iago
Il primo atto scorre fluido, dominato dalla maestria di Iago (Marco Maccieri), decisamente il migliore attore sul palco, ben orchestrato dalla rivisitazione registica di Navone che riesce a rendere lieve anche il peso tragico, in un fresco scorrere di battute che non permette distrazione; il secondo atto porta invece con sé tutta la corposa forma dialogica del dramma originale, ma pare perdere quella spontaneità che aveva caratterizzato il primo capitolo dello spettacolo, in un disgregamento che non trova soluzione nell’esito finale e che risulta faticoso anche quando circoscritto dall’ultimo canto di Desdemona (Sara Bellodi), davanti agli occhi di Emilia (Cecilia Di Donato), o nell’estremo tango straziante, prima della morte, tra le braccia di un Otello (Giovanni Rossi), troppo pacato e poco convincente nel ruolo dell’invasato per il tarlo dell’invidia.

Lo spettacolo nel complesso si lascia godere e il pubblico apprezza l’ottimo stratagemma metateatrale nella possibilità di prendere parte alle danze sul palcoscenico durante l’intervallo. Il merito di questa versione shakespeariana è la linea che dipinge il protagonista omicida come un personaggio non incluso socialmente e culturalmente, destinato quindi a rimanere intrappolato anche nelle catene della sua vita relazionale, in una compulsiva gelosia creata dall’esterno, dall’antagonista, fino all’esclusione finale dal suo sogno d’amore. Non ben riuscito il tentativo di ridare spazio alla figura femminile di Desdemona attraverso afflati dal sapore femminista che peccano di un eccessiva caricatura e di un non completo sviluppo.

Ingrid Leschiutta

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