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Stroppolatini: vini di storia, equilibrio e immersione nella natura

Stroppolatini: vini di storia, equilibrio e immersione nella natura

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Oggi vi portiamo a Gagliano di Cividale, in una cantina sita a Casali del Picchio di nome Stroppolatini. Siamo immersi nel verde, in cima ad una collina, vigneti e casali a perdita d’occhio, in lontananza si vede Cividale. La location è meravigliosa, una serie di caseggiati storici color rosso ci attornia, la colonna sonora sono i rumori della natura, si sente in lontananza qualche auto che passa sporadicamente.

In questo luogo che sembra uscito da un dipinto, abbiamo da subito una sensazione di pace e relax, qui incontriamo Federico che ci accoglie immediatamente col sorriso ed una cordialità sincera.

Se dovessi paragonarlo ad un vino, lo accosterei al cabernet franc riserva prodotto dalla sua azienda, da subito si avverte la raffinatezza, pian piano si dimostra sempre più elegante e strutturato, ma soprattutto profondo e riflessivo, un vino mai banale o noioso.

Raccontaci la storia della cantina.

L’azienda nasce nella prima meta dell’800, quando i miei parenti, industriali e ingegneri, hanno deciso di acquistare la collina dell’azienda. Erano appassionati di montagna e di vino e Gagliano era la zona più pratica, raggiungibile quella volta a cavallo da Udine per entrambe le cose. Hanno acquistato la collina dove c’erano delle torri di osservazioni militare, poi pian piano si sono espansi piantando vigneto. Abbiamo vigne di 150 anni, che sorgono ancora sui terrazzamenti fatti a mano quella volta, dove è stato riselezionato per esempio, anche il clone di biotipo di tocai giallo, che è tra i più vecchi della regione, dato che sono piante a piede franco, quindi ancora non innestate.

In seguito l’azienda ha avuto un’ evoluzione abbastanza classica, si usava quella volta per le famiglie grandi possedere una casa di campagna, dove poter avere la villeggiatura, qualche animale, vacche, polli e anche la parte di vigneto per far vino fondamentalmente ad uso famigliare. La vendita del prodotto era per amici o pochi clienti, fino a quando negli anni 70′, un po’ per scherzo, mio padre e sua zia hanno imbottigliato un paio di annate.  Mio papa alla fine degli anni 90′ con la ristrutturazione ha creato l’azienda attuale con la parte d’imbottigliamento, il primo ufficiale è del 1998, nonostante i vigneti siano tra i più antichi della zona.

Da cosa nasce la tua passione per il vino?

Pur avendo avuto molte da questo ambiente, mio padre ha cercato di guidarmi verso altri mestieri, dato che questo è un lavoro molto impegnativo. Lui  si auspicava altro per noi, anche se a me è sempre piaciuto questo mestiere e quindi al vino ci sono arrivato in maniera naturale, per valorizzare quello che dalla mia famiglia ho sempre avuto. Sentivo la responsabilità e la fortuna di poter continuare la realtà aziendale.

Qual e il tuo primo ricordo legato al vino?

Le vendemmie erano meravigliose, anche grazie alla comunità di persone che ci siamo portati avanti fino a qualche anno fa, fatta da alcuni pensionati che erano come una grande famiglia. Una volta era una grande festa, più rustica, fatta con il torchio che per me da bambino era una cosa meravigliosa, poi si andava a prender con il passino il mosto direttamente dalla botte. Fermentavamo ancora nei tini del ‘700, proprio perché la mia famiglia è stata sempre legata al vino, anche prima dell’azienda stessa.

Poi siete arrivati tu e tua sorella e avete un po’ rivoluzionato l’azienda?

Non abbiamo dato uno scossone, anche perché sotto il profilo della vinificazione sono molto in continuità con il lavoro di mio padre, ho aggiunto forse un lato leggermente più tecnico, anche se rimango pratico come persona. Non sono enologo ma credo di essere un bravo cantiniere, ho aggiunto un occhio leggermente più tecnico alla scuola autodidattica di mio padre, che ha sempre preso i migliori insegnamenti dai suoi amici produttori.

La filosofia della cantina?

La nostra filosofia mira a valorizzare il prodotto uva e per farlo bisogna partire dal vigneto, con la scelta di non fare fertilizzazioni, di insistere sulla potatura a verde e sull’equilibrio della pianta.

Si va a rinunciare a una parte di produzione in favore di una migliore qualità delle uve, questo è di conseguenza anche molto moderno, nel senso che l’ottenimento di una pianta equilibrata, va tutto a favore di una gestione agronomica molto meno impattante ecologicamente, per cui al di là del biologico si ottiene un vigneto che richiede meno input.

Per quanto in Friuli piova moltissimo e quest’anno ne è la riprova, il biologico è fattibile e molto spesso è più virtuoso ed efficace di un approccio convenzionale. Tutto ciò continua in cantina, il mio lavoro mira a ridurre al minimo gli input, da questo la scelta di non fare chiarifica , non fare stabilizzazioni.

Fino ad adesso non avevamo neanche un impianto frigo, quindi le stabilizzazione avvenivano col freddo dell’inverno, ultimamente gli inverni sono sempre più caldi e questo ci mette in difficoltà.

La mia filosofia è più portata ad un equilibrio, nel senso di non andare a forzare la natura. Non andrò mai a cercare estremismi nella vinificazione o aromatiche ad ogni costo, anche perché con la tipologia di terreno che ho, è abbastanza facile ottenere aromatiche molto forti.

Se io utilizzassi tecniche sicuramente più efficienti e moderne sotto il profilo enologico, rischierei di avere un prodotto stucchevole, per cui riprendo la filosofia dell’equilibrio, sia in vigneto, sia in cantina.

Come vedi il mondo del vino e del vino friulano nello specifico?

In questo momento il mondo del vino friulano è in grandissima trasformazione, perché la clientela sta cambiando, inizia a diventare sempre più attenta, più esigente, richiede soprattutto la storia del prodotto.

Quello che io vorrei venisse discusso nell’ambiente del vino, è sicuramente quello che ci sta dietro questo mestiere, ma non quello di cui si e parlato fino adesso, il lato naif che da quest’immagine dei vigneti tutti perfetti da copertina, che in certe realtà esiste, ma che non rappresenta questo mondo.

Quello di cui bisognerà parlare, è il lavoro che ci sta alle spalle e mi auguro ci sia una differenziazione, tra il mondo degli imbottigliatori di vino e il mondo dei vignaioli.

Queste sono le due macro aree, come mercanti d’arte ed artisti, in alcuni casi le cose devono combaciare, ci sono delle cantine grandi che hanno una buona parte di vigneto, ma la gran parte delle uve a seconda delle percentuali, possono avere una parte di uve acquistate.

Come in Alto Adige grazie alle cantine sociali?

Esatto, lì è una realtà che funziona, perché fanno un ragionamento di territorio. In Friuli ci arriveremo, sono molto fiducioso sulla nostra regione, abbiamo sicuramente delle realtà molto diverse, delle anime molto diverse nel mercato di vino regionale.

Quindi bisognerà aspettare qualche generazione perché ciò avvenga?

Spero molto prima, dobbiamo identificarci prima di tutto come Friuli, ci sono delle realtà di grandissima qualità, di grande produzione, non voglio che sia intesa come termine negativo, sono realtà che esistono,  esse sono importanti e devono esistere. Dobbiamo imparare a coesistere, la regione e il mondo del vino locale, devono capire che sono due anime che ci rappresentano.

Invece di farci la guerra in casa, dovremmo cercare di valorizzare le nostre tipicità. Molto spesso si discute anche di vino di bandiera, che sarebbe più facile promuovere solo un vino come e stato per esempio il Collio bianco ecc., ma la realtà tradizionale friulana è  fatta di una varietà di vigneti e di vitigni, ognuno con una propria espressione. Che in un territorio cosi piccolo, vengano coltivate tutte con ottimi risultati, vuol dire che è un territorio vocato e il fatto stesso di avere così tanta  variabilità fa parte della nostra storia ed è un punto da promuovere.

Come evolverai la tua cantina nei prossimi dieci anni e come pensi di farlo?

Dovrò sicuramente lavorare per aumentare la qualità.  La dimensione mia aziendale non è fatta per fare la guerra dei prezzi, perderei in partenza, ho dei costi per ettaro molto elevati.

Sono portato ad una vinificazione di pregio, che è la mia indole, non mi espanderò, non voglio piantare altro vigneto.

Il mondo del vino sta soffrendo una crisi di sovra produzione ed è insensato e controproducente, anche  nelle realtà qualitative andare ad insistere su piantumazione di vigneti.

Bisogna implementare l’immagine del territorio, sicuramente lavorerò moltissimo sulla comunicazione della mia azienda. Il mondo del vino si sta già muovendo e si muoverà maggiormente, verso una comunicazione più vera, quindi slegata da “ogni annata è meravigliosa”, cantine showroom ecc., ma si parlerà di annata fresca e annata calda, con velleità diverse. Ci sono annate più difficili, li sta a noi nel nostro mestiere trarne il meglio. Molto spesso le annate più difficili, piovose e fredde si dimostrano essere ottime sui lunghi affinamenti.

Bisogna far capire al cliente cosa c’è  dietro un bicchiere, gli sforzi di un vignaiolo, il lavoro in vigneto, le 14/15 ore al giorno dell’imprenditore, le preoccupazioni della vendemmia, il cosa comporta dall’inizio, a meta e fine di una stagione, cosa sono le sfide quotidiane, ma anche le sfide che il mercato stesso del vino impongono al viticultore.

Questo sarà il futuro del vino, dev’essere un ragionamento molto più legato alla realtà in cui il vino nasce e cosi naturalmente arriveremo anche alla comunicazione di un territorio e nel caso specifico complesso e meraviglioso come quello del Friuli.

Cosa pensi del enoturismo?

Per una regione come il Friuli è fondamentale. Come tutti i vignaioli, soprattutto quelli di piccole dimensioni, l’obbiettivo è far arrivare il cliente da noi.

La comunicazione di un azienda medio piccola si fa in azienda, come anche la fidelizzazione di un cliente. Fino ad ora la Francia ne è un esempio, la Borgogna soprattutto, anche se adesso per loro il mondo è cambiato, la percentuale di vendita in cantina era molto più alta qualche tempo fa. In quella zona al cliente che va appositamente in cantina, viene  mostrato la tangibilità del mondo del vino. Adesso quando io porto la bottiglia, il cliente non vede quello che è la mia azienda, non vede la mia realtà, io la posso solo raccontarla.

Cosa pensi siano le azioni da fare nell’immediato per implementare l’enoturismo?

L’accessibilità del Friuli, siamo inaccessibili. Abbiamo bisogno di più infrastrutture, anche se alcune ci sono già. Per il turismo slow non serve tanto, ma non abbiamo collegamenti a parte qualche ciclabile, anche se dopo Mestre è la morte civile. Bisogna implementare innanzi tutto le strutture che già abbiamo, poi comunicare che le cose che stanno cambiando, sotto il profilo delle infrastrutture. Con le ciclabili ci stiamo adeguando, ce ne siamo accorti, il turismo se ne è accorto, adesso sull’alpe Adria c’è un aumento di ingressi che è esponenziale. Questa è una linea su cui il Friuli deve investire, anche per evitare speculazioni. Il turismo di Venezia è distruttivo, nel nostro caso dobbiamo fare qualcosa imparando dalle lezioni degli anni passati. Dobbiamo fare una promozione e investire in maniera oculata, dato che siamo in un territorio molto dispersivo, che è una delle difficoltà del Friuli, ma è anche uno dei suoi punti di forza. Bisogna lavorare sul trasmettere questa sua ricchezza e venderne l’autenticità. Se il Friuli è il silenzio, essere di confine, essere burbero all’inizio, essere selvaggio all’inizio, se tu devi scimmiottare qualcun’altro è un investimento di risorse immenso e sarai sempre l’imitazione di qualcos’altro e in quanto imitazione avrai un successo di riflesso. Dobbiamo comunicare quello che siamo, anche perché c’è un pubblico che è pronto ad ascoltare, che è interessato alla nostra rusticità, al nostro essere slow, al nostro essere ruvidi, comunichiamolo. Soprattutto quando il cliente prende il mio bicchiere, deve sapere quanto io ci ho sudato alle spalle. Questa è la crescita di un territorio, il lavoro che ci sta dietro non è ripagato attualmente dal prezzo medio di vendita della bottiglia.

Cosa pensi che l’unione Europea permetta di usare una certa percentuale di acqua all’interno del vino?

E’ quello che ci meritiamo, è il risultato di una naturale evoluzione dovuta ai cambiamenti climatici. Si investe in piantumazioni di vigneti sempre più a nord, perché non ci sono più le condizioni per fare vini stabili di un certo tipo sotto una certa latitudine. Basta vedere i vigneti in pianura, dove da noi una volta erano coltivati diversamente, il problema delle gelate primaverili, che una volta erano più frequenti e ora lo sono di meno, anche se sempre dannose. Terreni dove non era necessario irrigare una volta, adesso è necessario, passiamo dai monsoni di Maggio, a periodi di più settimane dove non piove e bisogna fare irrigazioni di soccorso, son tutti fatti che incidono sul costo del prodotto e del suo impatto ambientale.

Filippo Frongillo

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