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Resistenze femminili 13, 17, 19, 21 aprile – teatro Miela

Prende il via mercoledì 13 aprile al teatro Miela la rassegna Resistenze femminili, quattro appuntamenti – uno spettacolo teatrale e uno musicale e due documentari – tutti scritti e interpretati da donne che raccontano storie di donne che lottano o hanno lottato per la propria libertà. Inserita in Primavera di donne 2016,  il programma di eventi organizzati dalla Provincia di Trieste in occasione della giornata Internazionale della Donna, la rassegna Resistenze femminili vuole essere la prima tappa di un interessante percorso culturale che Bonawentura/ Teatro Miela proporrà al pubblico anche nella prossima stagione, seguendo il filo dell’emancipazione femminile e dei diversi significati del resistere nella società contemporanea.

imageLa prima proposta è lo spettacolo Sorry, Boys di e con Marta Cuscunà: Dialoghi su un patto segreto per 12 teste mozze, terza tappa del progetto sulle Resistenze femminili liberamente ispirata a fatti realmente accaduti a Gloucester, Massachusetts.

L’idea del progetto sulle Resistenze femminili è nata dopo aver letto l’inchiesta “Il femminismo, che roba è?” della semiologa Giovanna Cosenza e del suo team di studenti. L’inchiesta ruota intorno ad un quesito di cruciale importanza: se è vero, come dimostrano i dati, che in Italia le donne sono subalterne agli uomini (in quanto lavorano meno, guadagnano meno e sono meno rappresentate), perché non si ribellano come fecero le femministe? Emerge dalle interviste che, per la maggior parte degli intervistati, il femminismo è roba vecchia che ormai non ha più ragione di esistere.  Marta Cuscunà  si è chiesta come questo sia possibile. E’ vero che oggi le donne sono più libere che in passato e sessualmente più disinibite, ma questo non significa che non siano più vittime della discriminazione di genere. Anzi.

La cosa davvero interessante è come i fatti accaduti a Gloucester abbiano spinto 500 uomini ad organizzare una marcia nelle strade della cittadina per sensibilizzare la comunità al problema. Uomini contro la violenza, così si sono autodefiniti.

Partendo dal presupposto che i generi sessuali sono in stretta e reciproca interdipendenza, l’idea che sta alla base di Sorry, boys è che a Gloucester la concomitanza tra il patto delle 18 ragazze e la marcia degli uomini non sia stata solo una coincidenza e che tutto ciò abbia a che fare con il modello di mascolinità che la società impone agli uomini.

La regista  cerca di capire in che contesto sociale abbia potuto mettere radici l’idea di un patto così sconvolgente tra ragazze frequentanti la stessa scuola che sono rimaste incinte contemporaneamente. Tutti vogliono sapere ma la comunità si chiude in  un  muto silenzio.

Nel nero della scena, due schiere di teste mozze. Appese. Da una parte gli adulti: i genitori, il preside, l’infermiera della scuola. Dall’altra i giovani maschi, i padri adolescenti.

In scena non ci son mai le ragazze, le vere protagoniste della storia, perché  solo con  la loro assenza lo sguardo può posarsi  sulla società in cui la storia è nata.

La seconda giornata della rassegna, domenica 17 aprile alle ore 20.00, propone il documentario di forte impatto La linea sottile di Nina Mimica e Paola Sangiovanni, produzione Altreforme, DocLab, Kinematograf con Rai Cinema, Italia-Croazia, 2016.

La sociologa Melita Richter dialogherà con la regista Paola Sangiovanni e con il pubblico prima e dopo la proiezione. Due storie che si intrecciano per indagare sullo stupro di guerra. Si narra di due vicende nelle due guerre dei primi anni Novanta da due diversi punti di vista: quello di Bakira, una donna bosniaca sopravvissuta alle violenze della guerra nella ex-Jugoslavia e quello di Michele, un ex soldato italiano di una missione internazionale di pace in Somalia, il cui contingente è stato responsabile di violenze contro la popolazione civile. Il film è la narrazione di un inesausto viaggio verso la consapevolezza del male e dell’umana capacità di generarlo. Oltre alle sequenze realizzate in fase di ripresa, il film si avvale di materiali d’archivio rari e in alcuni casi inediti, in grado di riportare lo spettatore al clima proprio dei conflitti che il film racconta.  

Il terzo appuntamento, martedì 19 aprile alle ore 21.00, sarà uno spettacolo musicale La Lupe con el diablo en el cuerpo  di Alina Narciso con Lisandra Hechavarría Hurtado e il percussionista Giovanni Imparato.

Lo spettacolo è un omaggio ad un’artista, Guadalupe Victoria Yolí Raymond, che in un’epoca pre-femminista ha avuto il coraggio di mettere in scena un “canto della differenza”, pagandolo a caro prezzo.  Guadalupe Victoria Yolí Raymond, nota come La Lupe, è stata una mitica cantante cubana degli anni ’60. Definita da Hemingway “la creatrice dell’arte del frenesì”, da Jean Paul Sartre “un animale musicale”. Le sue interpretazioni leggendarie hanno rappresentato il meglio del cabaret cubano di quegli anni.  Un fenomeno così scandaloso da far spegnere le televisioni ai conservatori  e da far inginocchiare ai suoi piedi gli intellettuali. Una sola donna ma con un tocco di follia in più.

in effetti la lupe rivoluzionò la musica della sua epoca; la sua maniera di cantare di volta in volta toccante, aggressiva, infarcita di irriverenti e audaci battute, rappresentarono un manifesto per la libertà delle donne e artistica. a causa della sua originalità, della sua maniera di interpretare una donna nuova, aggressiva, consapevole, irriverente nei confronti dell’immagine stereotipata di donna e cantante fino a quel momento “consentita” … il suo essere irrimediabilmente “ribelle” la resero prima, estremamente famosa e poi, le fecero perdere tutto. il suo modo di essere rappresentò oltre che una dichiarazione per la libertà delle donne, una rivendicazione della “negritudine” cosa che la rese particolarmente cara alla popolazione nera e latina di cui ben interpretava il bisogno di rivolta.  Lo spettacolo è frutto di una collaborazione italo- cubana nell’ambito del Festival della scrittura della Differenza di Napoli ed è in italiano e spagnolo.  La tournée regionale è invece frutto della collaborazione con la compagnia Arti e Mestieri di Pordenone.

 

Chiude la rassegna  il giorno 21aprile  alle ore 21.00 il documentario Tutte le anime del mio corpo  regia di Erika Rossi prodotto da Quasar Multimedia  (Italia, 2016, 63’).

Questa proiezione rappresenta una delle tappe del progetto europeo Women of the Resistence che si è svolto durante la stagione nelle scuole di Trieste e della regione, in Slovenia e in Croazia, raccontando le storie delle donne della Resistenza e esplorando che cosa vuol dire resistere nel mondo di oggi.

La regista Erika Rossi e la protagonista Lorena Fornasir introdurranno il film e incontreranno il pubblico affrontando il tema della resistenza e del suo significato rispetto alla società attuale.

Il documentario narra la storia di Maria Antonietta Moro, giovane partigiana che nel Friuli degli anni 1943-1945 partecipò prima alle attività dei gruppi antifascisti jugoslavi nel goriziano e poi a quelle italiane. Una storia nascosta, che neanche la figlia conosceva fino alla scoperta, dopo la morte della madre avvenuta nel 2009, di un diario che narrava nel dettaglio ogni istante di quel periodo.
Quel diario è diventato prima un libro (“Tutte le Anime del Mio Corpo”, Iacobelli Editore, collana Frammenti di Memoria) e poi un documentario, dal titolo omonimo, diretto da Erika Rossi.
Tra dubbi e nuove scoperte, materiali d’archivio e collegamenti con l’oggi, “Tutte le anime del mio corpo” diventa un viaggio nella storia personale di una famiglia, del rapporto intimo tra una mamma e una figlia, dei segreti che si mantengono e dei motivi per cui lo si fa. Ma è anche un viaggio nella Storia, con la “S” maiuscola, quella dell’Italia che seppe resistere, dei rapporti con la Jugoslavia, di un passato che sembra lontanissimo e invece è poco più di ieri.

Info: www.miela.it Prevendita c/o biglietteria del teatro tutti i giorni dalle 17.00 alle 19.00. www.vivaticket.it

Andrea Forliano