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La Napoli di Eduardo fra borghesia e verità : SIK SIK.

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Strizza l’occhio alle atmosfere felliniane il SIK-SIK di Pierpaolo Sepe. Quella che è andata in scena al Mercadante per il Napoli Teatro Festival il 13 e 14 giugno 2013 è solo una pillola del lavoro che sarà presentato definitivamente al Festival di Benevento Città. A introdurlo è Giulio Baffi(Critico teatrale del quotidiano “la Repubblica” e presidente dell’Anct, l’Assemblea nazionale dei critici di teatro) che, con grande emozione, racconta del maggio 1979 quando “SIK-SIK, l’artefice magico” fu rappresentato al Teatro San Ferdinando di Napoli, di cui era direttore: ”Chi non lo ricorda è solo per un fatto anagrafico”. Poco dopo De Filippo si ritirò dalle scene, Giulio Baffi ebbe dunque, davvero una felice intuizione a registrare su cassetta l’ultimo rimaneggiamento del percorso drammaturgico del grande Maestro. Dalla funzionale scenografia di  Francesco Ghisu spicca una scritta “silenzio”. E dal silenzio rinasce la magia nostalgica dell’ultimo Eduardo. La commozione del pubblico è palpabile mentre, Aida Talliente e Benedetto Casillo disegnano il perimetro della scena vestiti con i costumi di Annapaola Brancia d’Apricena.  Tu si’ ‘o guaio mio! Tu sei l’origine di tutte le mie disgrazie! Puozze sculà tu e io che te tengo vicino…” . Cosciente del privilegio, la platea è disposta a ridere e partecipare, da subito. Giorgetta ben caratterizzata, ha un accento vagamente dell’est, forse non voluto, ma che riattualizza il testo. Di certo chi, fra gli astanti, 34 anni fa, ha assistito alla messa in scena originale, ha potuto oggi cogliere verità e sfumature diverse. Ma il tempo non ha RewindL’universalità delle grandi drammaturgie permettono, però, mature riflessioni e coscienti rivisitazioni.

Beppe Casillo

 A Benedetto Casillo l’onore e l’onere di interpretare  il “capostipite” dei personaggi edoardiani: Sik Sik. Caricatura di una società italiana, evidentemente, ancora così uguale a quella degli anni ‘30 in cui fu scritto. “Due soli possiamo fare quest’esperimento: io e il Padreterno! Tutti i prestigiatori dicono sempre: «L’imbroglio c’è ma non si vede ». Io invece dico: «L’imbroglio non c’è, chi lo vede ha visto una cosa per un’altra »” L’ironia sul linguaggio, i giochi di parole e l’illusione di trovare un posto nel mondo è forse un monito per il “pubbliche rispettabile” di una città che dimostra borghesi rimpianti per la propria tradizione teatrale, culturali, artistici. Il pubblico giovanile, esiguo ma attento, non avrà potuto evitare di rispecchiarsi in Marco Manchisi nel carattere di Rafele quando dice “Amico, qua ci debbo stare io” e di Roberto Del Gaudio che come Nicola risponde “Io sono uno qualunque e posso fare quello che mi pare e piace”. Forse per essere davvero fedeli ad Eduardo, è arrivato il momento di ridefinire i ruoli, e riportare l’attenzione su un teatro che sia per tutti soprattutto nei costi.

Anita Laudando

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