mercoledì , 8 Aprile 2020
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IL PRINCIPE DI HOMBURG : DILEMMA TRA SOGNO E REALTA’

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Dopo la prima nazionale dello spettacolo Il principe di Homburg di Heinrich von Kleist, una coproduzione fra Css – Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia – e teatro Giovanni da Udine, continua per gli  appassionati al Teatro Nuovo, la stagione di prosa udinese. Certo non si è potuto respirare l’aria della prima e molti hanno maggiormente apprezzato l’appuntamento dell’altra sera che ha acceso i riflettori sulla città con un sapore  di prosa tale da dare lustro al capoluogo del Friuli in molti dei più importanti teatri italiani. Lo spettacolo ci è sembrato molto innovativo per il tipo di organizzazione e la bella costruzione dovuta alla collaborazione delle due realtà teatrali più importanti della città. Certo mettere in scena Il principe di Homburg di Heinrich von Kleist per ricordarne il duecentesimo anniversario della morte,  oltre all’evento inconsueto per la cultura locale, può essere di sprono per rivitalizzare l’interesse verso una scrittura poetica che riesce a comunicare anche con lo spettatore moderno abituato a ben altre forme dialettiche. Lo stile recitativo ci è sembrato insolito e privo di declamazioni e gli interventi musicali con quartetti d’archi di Beethoven e Schumann contribuiscono a concentrarsi sulla proposta moderna offerta dall’autore stesso: dove da un conflitto si esce grazie a un sogno, non pesando sul dramma di chi si trova in bilico tra sentimento e legge, libertà e obbedienza, inconscio e norma. A nostro giudizio la messa in scena, è una fatica enorme che doveva cimentarsi anche con la precedente  produzione del 1984  di Gabriele Lavia, ma ne esce modernizzata e scorrevole per un pubblico disincantato e molto esigente. Il dramma in versi e in 5 atti, scritto da Heinrich von Kleist nell’inverno 1809-10 e rappresentato nel 1821, dieci anni dopo il suo suicidio si recita attorno a un protagonista che  ha l’età giusta per sembrare giovane e presente, con lucida dinamicità e teatralismo vibrante  non privo di una sua forza trascinatrice nell’impostazione dei personaggi e nella tessitura degli scontri dialettici che ripagano degli sforzi profusi. I dieci cambi di scena danno un senso quasi di movimento cinematografico alla narrazione sospesa nello spazio tra neoclassico e irreale. I costumi sembrano rivivere dall’epoca di Kleist e poco hanno a che fare con i tempi della narrazione che sembra sospesa in una vicenda fortemente drammatica che coinvolge lo spettatore.   L’increscioso episodio di vigliaccheria del principe che rinuncerebbe alla sua gloria per paura della morte e dedicarsi all’amore pare abbia fatto dire al suo esordio che eroe è mai questo pronto a darsi alla vita agreste pur di continuare a vivere una vita dimezzata? Nonostante il suo apparente nazionalismo patriottico, fu proibita dal re di Prussia alla sua terza rappresentazione nel 1828, tanto che l’imperatore Guglielmo II (siamo nel 1901), avrebbe preferito che la scena iniziale fosse tranquillamente tagliata anche non nascondendo la sua predilezione per il Principe di Homburg. È forse per questo che il dramma insiste tanto sul processo di maturazione del principe che, dopo il confronto dialettico con il sovrano, comprende l’alto senso della sua condanna, accetta l’esecuzione e dunque supera la paura della morte, recuperando la perduta “dignità” e suscitando l’ammirazione della corte e della stessa principessa Natalia. E dopo l’evolversi della narrazione con la prese di posizione della principessa Natalia per ottenere l’assoluzione del suo amato o l’intervento dell’elettore principe che rappresenta lo status del sistema il finale di un eroe che ha paura della morte, della sua donna che esercita un ruolo politico attivo, e di un ufficiale che perora la causa della disubbidienza civile, la figura di un sovrano capace di ascoltare e di recedere dalle decisioni prese, la rappresentazione chiude il sipario tra la meraviglia e il lungo applauso del pubblico che sembra gradire ciò che la piece riesce a trasmettere e viene spontaneo chiudere con la domanda finale del dramma: «Ditemi, è un sogno? – Certo, un (bel) sogno».

Enrico Liotti

enrico.liotti@ildiscorso.it

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About Enrico Liotti

Enrico Liotti
Giornalista Pubblicista dal 1978, pensionato di banca, impegnato nel sociale e nel giornalismo, collabora con riviste Piemontesi e Liguri da decenni.

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