Donne e crimine: vittime o carnefici?

Si è tenuto ieri, presso la Saletta ex convento di San Francesco a Pordenone, l’incontro dal titolo “Donne e crimine. Vittime o carnefici?”. L’evento è stato organizzato dalla sezione di Pordenone della F.I.D.A.P.A., il movimento di opinione nato con lo scopo di promuovere e sostenere le iniziative delle donne nel campo delle arti, delle professioni e dei mestieri. Aperto dal saluto della Presidente dell’associazione, Dora Paronuzzi, il dibattito è stato condotto dalla giovane criminologa Erika Taschini. Dopo avere conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Politiche, corso di Laurea in Criminologia Applicata per l’investigazione e la sicurezza all’Università di Bologna, e la Laurea in Scienze della Formazione, corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale all’Università di Trieste, nel 2009 Erika ha conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione di assistente sociale. Tra le sue esperienze professionali si contano quella di visiting research assistant presso lo Psychology Department dell’Università di Portsmouth, quella di assistente sociale specialista nel settore della disabilità presso il Distretto Sanitario di Sacile e di assistente sociale presso l’Ambito Est del Comune di San Vito al Tagliamento.

La relatrice ha offerto al pubblico una panoramica ampia e dettagliata sul tema della violenza. Tralasciando cifre e dati statistici, che quotidianamente apprendiamo dai media, ha affrontato la tematica dal punto di vista sociologico presentando le diverse teorie che cercano di spiegare cause e origini della violenza. “Non esiste una teoria più valida delle altre – ha affermato –. “Ciascun tentativo di sistematizzazione contiene elementi di verità e tutte le teorie sono a loro modo esaustive”. La violenza costituisce un grosso problema sociale. In una società come la nostra, che il sociologo Bauman ha definito “liquida”, i legami sociali sono estremamente sfilacciati e sulle relazioni prevalgono l’isolamento, la disunione e l’atomizzazione dell’individuo.

Il dibattito si è incentrato sulle questioni della violenza domestica, dello stalking e soprattutto del femminicidio (femmicidio), tutte manifestazioni di violenza di cui le donne sono vittime. Il termine “femmicidio” non nasce per caso né sull’onda emotiva dei casi mediatici, ma traduce l’inglese “femicide”, termine adoperato per indicare gli omicidi della donna “in quanto donna”, ovvero gli omicidi basati sul genere. Per una serie di stereotipi legati alla nostra cultura e tradizione, si è tuttavia portati a pensare che le donne siano unicamente vittime di violenza perpetrata dall’uomo. Ma le donne come esprimono la loro violenza, sono più violente degli uomini? In altre parole, la violenza è anche femminile? “In realtà gli studi che sono stati compiuti – precisa la relatrice – dimostrano che l’uomo e la donna hanno le stesse identiche reazioni di fronte ad uno stimolo. La teoria basata sulle differenze ormonali tra uomo e donna non è in questo senso valida”. Partendo dall’analisi del mito di Medea (la madre che uccide i suoi figli per vendicarsi del marito) per arrivare fino ai giorni nostri, la giovane criminologa ha ripercorso il duplice ruolo della donna, sia come vittima che come carnefice. Cosa succede quando la donna si trasforma in artefice della violenza? Sono varie le forme in cui questa aggressività si canalizza. Le principali: l’infanticidio, concepito come vendetta nei confronti dell’uomo che si ama, lo stalking, l’atteggiamento persecutorio che nelle donne diventa particolarmente subdolo e ossessivo, e l’omicidio seriale, anche se percentualmente molto inferiore rispetto a quello messo in atto da uomini. Solo il 5% circa degli omicidi seriali è attribuibile a donne. Il caso italiano più noto e macabro è quello di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio, passata alla storia per aver maciullato e messo a bollire il corpo di tre uomini per ricavarne saponette.

Vito Digiorgio