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Con “L’avaro” di Arturo Cirillo cala il sipario sul cartellone di Prosa del Teatro Verdi di Gorizia

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– Cala il sipario sul cartellone di Prosa del Teatro Verdi di Gorizia, con un grande classico della commedia: giovedì 27 marzo alle 20.45 sarà in scena “L’avaro”, testo in cinque atti scritto nel 1668 dal commediografo francese Molière. Nella traduzione di Cesare Garboli, l’immortale vicenda di Arpagone sarà raccontata dagli attori del Teatro Stabile di Napoli e del Teatro Stabile delle Marche. Lo spettacolo è diretto e interpretato da Arturo Cirillo, che si è già distinto come regista di opere di grandi autori, fra cui Pasolini,
Shakespeare, Pirandello, Feydeau. Prevendita alla Biglietteria del teatro (corso Italia 2), dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 19 e, la sera dello spettacolo, al Botteghino. Ispirata all’Aulularia di Plauto, la commedia affronta la tematica dell’amore e del matrimonio. l'avaro4Protagonista è Arpagone, un vecchio taccagno. Pur di tenere per sé i suoi soldi, sceglie di far sposare al figlio Cleante una vedova molto ricca e alla figlia Elisa un marchese, talmente benestante da rinunciare alla dote di lei. Per sé vuole invece Marianna, una ragazza bellissima e con molte virtù, seppure senza dote. Purtroppo quello che vuole il padre non corrisponde ai sentimenti dei figli: infatti Elisa è innamorata del valletto Valerio, che ha perduto la famiglia in mare, mentre Cleante della stessa Marianna. Nella versione di Cirillo, è rimarcato il lato noir della commedia molieriana, in modo da attualizzare la vicenda. Arpagone appare vecchissimo, privo di ogni orpello, vestito di nero, coi capelli bianchi e arruffati come un barbone, rinsecchito dalla sua avarizia che lo porta a ripiegarsi, anche fisicamente, su se stesso. Un’avarizia che va al di là della cupidigia per il denaro e che anzi diventa una sorta di morbo che lo allontana dai suoi affetti, fino a espandersi in tutta la sua casa e alle persone che la abitano. Dalle note di regia di Arturo Cirillo: «L’avaro è Arpagone, ma gli altri, cosa sono gli altri? Quale spazio è concesso all’alterità in questa casa corridoio dove tutto è ansiosamente osservato dal suo padre padrone? Tre sono i figli di Arpagone: Cleante, Elisa e la cassetta, ma solo l’ultima è stata “partorita” da lui stesso. Gli altri sono i figli di una madre morta, figli nemici vissuti come sottrattori di giovinezza ed amore, ancor prima che di denari. Mariana, la ragazza che si fa comprare dal vecchio avaro, per intermediazione della ruffiana Frosina, è forse l’ultimo anelito di vitalità, la battaglia finale per dare scacco matto al mondo e alle leggi della natura. Pornografia senile in cui “l’eretto” deve essere solo lui, gli altri li si lascia prigionieri dei loro ruoli, costretti a fare la commedia, mentre lui allude e depista. Solo i servi, non prendendolo sul serio, potrebbero farlo fuori, e non è casuale che sia l’anarchico Saetta a rubargli la cassetta, ma essi però sono pur sempre servi. Insomma gli altri senza Arpagone non si sa bene di cosa possano parlare, di cosa occuparsi. È come l’abitudine, secondo la definizione di Samuel Beckett: il collare che tiene legato il cane al suo vomito. Tutti lo schifano, ma tutti ne sono legati, quasi al guinzaglio, e alla fine, quando l’operetta delle agnizioni li scioglie dal legame, loro, finalmente liberi dove andranno? I vari figli, commissario, ruffiana, futura sposa, cuoco e cocchiere, vecchio nobile napoletano, domestico travestito, di cosa riempiranno ora le loro giornate senza più questo sottrattore di vita? Adesso gli toccherà viverla la vita, diventando Arpagoni loro stessi o magari liberandosi del cappio dell’avere, del possedere, di quello che è oggi il nostro esistere».

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