Cosmic Sin: uno dei peggiori film di fantascienza degli ultimi anni

Cosmic Sin

 

Dopo il primo contatto con una specie aliena, ovviamente ostile, l’umanità per salvarsi deve richiamare in servizio un vecchio generale, James Ford (Bruce Willis), per comandare un improbabile gruppo di militari in una missione suicida.

Piccolo dettaglio: James è stato a suo tempo radiato dal sevizio perché in una guerra contro una colonia ribelle aveva sterminato 70 milioni di vite utilizzando la Q-bomb, ordigno di spaventosa potenza. Bazzecole. Si sa, in guerra non bisogna dare quartiere al nemico.

Recuperato in un bar dove pensosamente sbevazzava un bicchiere assieme a un fedele compagno d’armi, il prode generale accetta l’incarico con virile accondiscendenza, pensando di riutilizzare la sua amata Q-bomb per sterminare gli invasori, sorprendendoli a brache calate nel momento in cui varcano il loro bravo portale dimensionale.

Cosmic Sin: un pessimo B-movie

La storia, già di per sé banale e scontata, si trascina stancamente e confusamente, sorretta da una sceneggiatura risibile. Il regista Edward Drake è doppiamente responsabile di questa meno che mediocre prestazione, in quanto ha anche curato la sceneggiatura, assieme a Corey William Large.

I dialoghi e le situazioni sono spesso risibili e prevedibili, sfiorando a volte l’assurdo, a cominciare dalle scene iniziali, in cui i nerboruti miliziani a protezione di una munitissima base militare lasciano entrare dei commilitoni evidentemente contaminati dall’entità aliena.

Anche un infante cerebroleso con difficoltà visive se ne sarebbe accorto, ma loro no. Risultato: una cinquantina di vittime nei furiosi combattimenti nella base militare. Meno male che il prode James Ford, brandendo un enorme e ridicolo lanciarazzi, pone fine all’ultimo manipolo di irriducibili nemici con un singolo colpo. Clap clap.

Gli effetti speciali sono modestissimi, i costumi sono semplicemente ridicoli. In particolare gli odiati e feroci alieni indossano dei patetici costumi degni al massimo dei b-movies degli anni settanta. Anche gli esoscheletri da combattimento dei nostri eroi sono evidentemente raffazzonati alla meglio, e la loro componentistica potrebbe essere scambiata con i gadgets che si trovano nelle uova di Pasqua. Incredibile.

Il film è ambientato in un improbabile 2524, un futuro lontano ben 500 anni, un tempo distante in cui però la gente gira ancora in automobili dei nostri tempi, non disdegnando convenzionali motociclette cromate, veste come noi, usa i juke-box, i reparti di élite usano normali armi da fuoco e per vedere nella nebbia usano torce, ci sono i joystick per puntare i cannoni e normali pulsantiere per controllare le apparecchiature.

Riassumendo, un mediocre B-movie.

Cosmic Sin: probabilmente il punto più basso nella carriera di Bruce Willis

La recitazione è in generale pessima. Certo, vista la storia raffazzonata, le situazioni ridicole e i dialoghi risibili, anche impegnandosi un buon attore non avrebbe avuto la possibilità di dare il meglio di sé.

Ma Bruce Willis ha dato il peggio. Praticamente imbalsamato nel suo bel faccione pelato, paffuto e pensoso, ha esibito due modalità recitative: faccia meditabonda leggermente inclinata a destra e faccia meditabonda leggermente inclinata e sinistra.

Il suo personaggio del resto è del tutto assurdo. Praticamente un genocida dichiarato, gira per i bar sbevazzando tristi drink con il suo vecchio compagno d’armi. Certo, gli anni passano anche per lui. Infatti ci fa sapere che un suo grande cruccio è che vorrebbe trovare un anima sensibile assieme alla quale guardare le stelle. In fondo il prode guerriero è un romanticone, abbandonato dalla sua bella dopo che questa è venuta a sapere dello spaventoso massacro da lui perpetrato. Quanta insensibilità!

Il caso vuole che lei gli capiti di nuovo a tiro come scienziata della missione suicida. Ma i cattivi alieni la cattureranno, ponendo fine al sogno d’amore del prode Ford. Difficile trattenere le lacrime in questi toccanti momenti, in cui è persino possibile percepire un sorriso malinconico curvare le labbra del nerboruto guerriero, in una delle scene più emozionanti del film.

Viene spontaneo chiedersi se Bruce Willis si sia guardato le scene dove era protagonista, o si sia limitato a incassare il cachet, per andare a sbronzarsi in qualche bettola, in linea con il suo personaggio. Probabile la seconda. Che tristezza.

Cosmic Sin: un film così ridicolo che forse vale la pena vederlo per farsi quattro sane risate

Insomma questo film è penoso, sotto molteplici punti di vista. Così penoso che forse la pena di guardarlo. Perché – consapevoli di vedere una conclamata cialtronata – molti aspetti sono così insensati, penosi, mediocri, risibili, che a un certo punto è difficile non mettersi a ridere a crepapelle, se si resiste all’iniziale impulso di spegnere la televisione e di lanciarla dalla finestra.

Ricordiamoci che quello che venne definito “il peggior film di sempre”, il leggendario Plane 9 from Outer Space, del mitico Ed Wood, del 1959, è poi diventato un cult movie, anche proprio per il suo livello qualitativo infimo.

Certo, Ed Wood lavorava in condizioni impossibili ma amava il cinema, da molti viene considerato il padre dei B-movie ed è pure lui è diventato un leggenda della settima arte, anche grazie al film Ed Wood, del 1994 di Tim Burton, con Johnny Depp che impersonava il mitico regista, deceduto nel 1978.

Piccola nota a margine: il mitico Plane 9 from Outer Space fu l’ultimo film nel quale recitò una autentica leggenda del cinema, Bela Lugosi, passato a miglior vita durante le riprese. Auguro di cuore a Bruce Willis di campare mille anni, ma forse è meglio che si ritiri, se deve ridursi a comparire in pellicole così penose.

Magari potrebbe passare gli ultimi suoi anni in qualche bar a bere pensosamente alcolici assieme a un’altra stella cadente di Hollywood, il povero Sylvester Stallone, che dopo l’inguardabile Rambo: Last Blood, del 2019, sembra avere saggiamente deciso di eclissarsi dal grande schermo.

Pensaci, Bruce.




CAPAREZZA – Nuovo album per la star del rap e nuovo tour nei palasport in partenza da Jesolo

Zenit srl, in collaborazione con il Comune di Jesolo e Jesolo Turismo

presenta

CAPAREZZA

NUOVO SINGOLO, DISCO IN USCITA E UN NUOVO TOUR NEI PALASPORT PER LA STAR DEL RAP ITALIANO

IL VIAGGIO LIVE DELL’ARTISTA PARTIRÀ IL PROSSIMO 19 FEBBRAIO 2022 DAL PALAINVENT DI JESOLO (VE)

DA OGGI IN RADIO IL SINGOLO “LA SCELTA”, CHE ANTICIPA IL NUOVO ALBUM “EXUVIA”, IN USCITA IL 7 MAGGIO

CAPAREZZA

Exuvia Palasport 2022”

Sabato 19 febbraio 2022, ore 21.00 – JESOLO (VE), PalaInvent

I biglietti in vendita in presale dalle 11.00 del 7 maggio, fino al 13 maggio. General sale dalle 11.00 del 14 maggio online sui circuiti Vivaticket e TicketOne e nei punti vendita autorizzati. Info su www.azalea.it

Caparezza, rapper e cantautore fuori dal comune, artista fra i più amati dal pubblico italiano per l’acutezza dei testi e per le formidabili performance live, ha annunciato il nuovo tour nei Palasport di tutta Italia. Questa nuova tappa del viaggio del “Capa”, al secolo Michele Salvemini, partirà ufficialmente dal PalaInvent di Jesolo (Ve), con il concerto in programma il prossimo sabato 19 febbraio 2022, per poi toccare i palazzetti delle principali città italiane. I biglietti per lo spettacolo saranno disponibili in presale dalle 11.00 del 7 maggio, fino alle 23.59 del 13 maggio. Il via alla vendita generale sarà dalle 11.00 del 14 maggio online sui circuiti Vivaticket e TicketOne e nei punti vendita autorizzati. Info su www.azalea.it

Sul palco del nuovo “Exuvia Palasport 2022” Caparezza porterà le canzoni del nuovo omonimo album “Exuvia”, in uscita il prossimo 7 maggio in digitale e in formato CD e LP su etichetta Polydor/Universal Music, oltre a tutti i suoi grandi successi. Di oggi, venerdì 16 aprile, è invece la pubblicazione del primo singolo estratto dal nuovo lavoro in studio dal titolo “La scelta”. “Uno degli elementi ricorrenti del nuovo album è la stasi, il limbo, il “non luogo” senza via d’uscita. Come si viene fuori da questa impasse? Esiste un solo modo: fare una scelta, prendere una decisione”, ha commentato l’artista.

Michele Salvemini, in arte Caparezza, si approccia alla musica fin da piccolo studiando il pianoforte. Nel 1998 il percorso dell’artista prende la svolta giusta con la pubblicazione dei demo “Ricomincio da capa”, “Zappa” e “Con Caparezza… nella monnezza”. Nel 2000 esce l’album d’esordio, “?!”, che include 12 dei 14 brani originariamente pubblicati nei suoi tre demo. Dall’album vengono estratti i primi singoli di grande successo, come ad esempio “Tutto ciò che c’è”. Nel 2003 per Caparezza arriva il secondo lavoro in studio, intitolato “Verità supposte”, che ottiene un buon successo, soprattutto grazie ai singoli “Il secondo secondo me”, “Vengo dalla Luna” e “Fuori dal tunnel”, quest’ultimo diventato in breve tempo un vero e proprio tormentone. Del 2006 è invece l’album “Habemus Capa”, disco che si discosta dalla prima parte della carriera dell’artista, pur senza rinnegarla, in quanto poco coerente rispetto al suo attuale pensiero di musicista lontano dal mainstream e dalle logiche di mercato. Dopo “Le dimensioni del mio caos” del 2008, nel 2011 arriva “Il sogno eretico”, album anticipato dal singolo “Goodbye Malinconia”, realizzato insieme a Tony Hadley degli Spandau Ballet. Alla pubblicazione dell’album segue un lungo tour esaurito in tutta Italia. Caparezza è a questo punto un artista maturo e completo, punto di riferimento della scena hip hop nazionale, quando nel 2014 pubblica il suo sesto album in studio “Museica”, anticipato dal singolo “Non me lo posso permettere”. L’album debutta al numero uno dei dischi più venduti dove staziona per due settimane, il tempo necessario per essere certificato Disco d’Oro per le 25 mila copie vendute. L’ultimo album pubblicato è “Prisoner”, nel settembre 2017, trainato dal singolo “Ti fa stare bene”.




Da oggi in libreria “In fil di trama”, la nuova raccolta di poesie di Stefania Rabuffetti

100 parole – una per poesia – concatenate una con l’altra a intessere una trama.
Un libro agile, denso di parole che aiutano a ritrovare un senso nel labirinto della vita.

In fil di trama

nuova raccolta di poesie di Stefania Rabuffetti

Castelvecchi Editore

In fil di trama è la nuova raccolta di poesie di Stefania Rabuffetti, in libreria dal 15 aprile per Castelvecchi Editore con una prefazione di Massimo Arcangeli (pp. 112 – euro 14,50).

100 parole una per poesia concatenate una con l’altra a intessere una trama, come fa un ragno con la sua ragnatela. Non a caso, sono proprio questi i due vocaboli che aprono e chiudono l’antologia. I versi qui raccolti, esito di un’intensa indagine su di sé resa possibile da una lunga pratica poetica, abbracciano molteplici contrasti: vita/morte, nulla/tutto, prigione/libertà, pace/guerra, notte/giorno, sorriso/pianto, per citarne alcuni. Queste dicotomie sono fondanti della vita stessa e necessarie per una visione universale, che abbraccia il mondo, l’infinito e il tempo nella sua interezza, «ciò che non ha dimensione», e spingendosi ancora più in alto lo Spirito.

La raccolta è frutto di un richiamo irresistibile della poesia. Come spiega l’italianista Massimo Arcangeli nella prefazione: «Se la poesia ti detta dentro non puoi farci niente. La cerchi, e non sempre la trovi (e, se anche la trovi, non sempre ti ascolta), ma quando è lei a trovarti, stanandoti da infingimenti e paure, non puoi resisterle, sei costretto a riportarne le parole. Stefania Rabuffetti vive l’esperienza poetica in questa misura».

L’atto di scrivere diventa quindi atto necessario, l’autrice ha bisogno in modo insaziabile della poesia per dar voce a se stessa e ritrovarsi. Nei suoi versi si incontra una fame sazia di parole, e ancora un’infinita voglia di lasciare traccia della vena creativa.

La ruota gira

la mente si muove

il pensiero respira

germogliano parole

la penna scivola sul foglio

l’inchiostro scrive

la poesia rivive.

La scrittura è, dunque, per la poetessa lo specchio dell’anima: riflette la sua irrequietudine e le sue debolezze, ma è anche testimone di una costante ricerca di senso e della volontà di seguire il filo che si intreccia con al vortice/labirinto della vita, in «un abbraccio mortale che – come scrive Arcangeli – in realtà, è una promessa di rinascita.»

Stefania Rabuffetti è nata a Roma, dove vive. Per dieci anni ha lavorato nella redazione di programmi televisivi della Rai. Le sue poesie hanno dato vita a diverse raccolte, pubblicate da Manni: Il perimetro dell’anima (2009, Premio Minturnae 2010), Libertà vigilata (2011), Vietati gli specchi (2016), Cartoline dall’universo (2017, finalista al 44° Premio internazionale Città di Marineo), Parole affamate di parole (2019).

Ufficio stampa Delos




IL CRAF ACQUISISCE LO STORICO FONDO FOTOGRAFICO DELLA FAMIGLIA BORGHESAN

 L’attività iniziata da Angelo negli anni Trenta del 900 con un piccolo laboratorio è poi proseguita con Gianni e Giuliano, riconosciuti protagonisti del neorealismo friulano nella fotografia

Spilimbergo (PN), 16 aprile 2021 – Nuove importanti conquiste per l’archivio del CRAF. Il Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia di Spilimbergo ha siglato infatti l’acquisto dello storico fondo fotografico di Angelo, Gianni e Giuliano Borghesan che porta al deposito climatizzato 13mila esemplari tra negativi, positivi e diapositive databili fra il 1935 e il 2019.

“Per noi si realizza un sogno – afferma il presidente Enrico Sarcinelli – il Centro ha colto l’opportunità di conservare materiale davvero prezioso che peraltro rappresenta la città di Spilimbergo, patria e culla della fotografia”. Gianni Cesare e Barbara, i figli di Giuliano mancato nel 2019 , hanno manifestato il desiderio di non disperdere il patrimonio di famiglia in altri istituti italiani ma lasciarlo alle amorevoli cure del CRAF: “Gianni e Giuliano sono stati protagonisti del neorealismo friulano nella fotografia, riconosciuti in questo ruolo culturale anche da Martin Scorsese – sottolinea il direttore Alvise Rampini– non possiamo dimenticare il loro supporto e la disponibilità dimostrati al nostro Centro durante gli esordi della rassegna Friuli Venezia Giulia Fotografia, in cui peraltro sono stati premiati rispettivamente nel 1990 e nel 1998”.

Giuliano Borghesan inoltre è stato presidente onorario del CRAF per alcuni anni: “Una scelta ispirata alla gratitudine per la sua costante collaborazione ai nostri progetti espositivi – afferma Sarcinelli – mi auguro che l’immenso archivio acquisito possa essere valorizzato e studiato, anche attraverso borse di studio e master universitari con gli atenei regionali”.

Nato nel 1924 e morto nel 2004 a Spilimbergo, Gianni imparò il mestiere dal padre Angelo, che aveva rilevato negli anni Trenta del Novecento lo studio di Olga e Pietro Zamperiolo. Dopo la guerra ereditò lo studio del padre e iniziò ad esercitare il mestiere, eseguendo principalmente ritratti con risultati encomiabili. Iniziò a collaborare con importanti riviste specializzate, tra cui «Ferrania», «Fotografia», «Rivista Fotografica Italiana» e, nel 1955, insieme al fratello Giuliano (classe 1934), Aldo Beltrame, Carlo Bevilacqua, Toni Del Tin, Fulvio Roiter e Italo Zannier, diede vita, a Spilimbergo al “Gruppo friulano per una nuova fotografia”.  All’attività di routine (ritratti in studio, cerimonie, eccetera) unì un interesse artistico da cui nacquero immagini “impegnate” che espose in mostre personali e collettive, anche a New York.

Altra vicenda per Giuliano che emigrò nel 1958 in Marocco, dove rilevò il Royal Studio di Casablanca e si affermò, attraverso numerose mostre personali.

La rivista Maroc Tourisme, pubblicò dal 1958 al 1975 numerose fotografie di Giuliano eleggendolo protagonista della cultura fotografica fra Sahara e Atlas. Esportò in Marocco non soltanto il mestiere, ma anche l’arte, ovvero il modo di vedere e ritrarre l’umanità: i bambini, la femminilità, la maternità, il lavoro manuale, la povertà, le feste popolari e i paesaggi: “Erano questi i temi che lo attraevano – spiega Rampini – rinunciò sempre alle chimere e alle seduzioni del folclore per inclinare la sua lente verso la verità”. Dal suo rientro al 2014 ha collaborato con La Maison di moda “Pierre Balmain”.

Alcune fotografie di Giuliano si sono trasformate in icone del neorealismo italiano (“L’accordo-truffa”, “Pioggia a Spilimbergo”, “Ada”, “Madre e figlio”) e sono state esposte a San Pietroburgo, Madrid, Parigi, New York.

“A noi il compito di conservare questa miniera di arte e storia – conclude Sarcinelli – lo faremo con i professionisti del nostro staff, con l’attenzione e la competenza che caratterizza il nostro impegno per la fotografia”.




Il Piccolo Opera Festival entra a pieno titolo nell’importante rete di Italiafestival

 

Il Piccolo Opera Festival entra a pieno titolo nell’importante ensemble Italiafestival, nata nel 1987 in seno all’Agis, l’Associazione Generale dello Spettacolo, che oggi rappresenta ben 33 dei più importanti eventi italiani e 4 reti di festival che operano nell’ambito musicale, teatrale, delle arti performative e della danza, della letteratura e di altre manifestazioni artistiche.

Un riconoscimento alla qualità di una realtà musicale portata avanti da 14 anni con entusiasmo e professionalità dal direttore artistico Gabriele Ribis. Un festival conosciuto ed apprezzato in Italia ed all’estero (principalmente nell’area mitteleuropea), che ha portato l’Opera e l’Operetta in tutte le loro modulazioni a un uditorio sempre più vasto, creando eventi di grande suggestione in luoghi carichi di storia ed arte del Friuli Venezia Giulia, contribuendo quindi a farli conoscere anche dal punto di vista turistico. Quest’anno il Piccolo Opera Festival si terrà dal 19 giugno al 18 luglio e diventerà transfrontaliero con una serie di spettacoli ed eventi anche in Slovenia: un progetto originale in grado di offrire – come recita il suo claim – un’autentica “Esperienza Opera senza confini”. Confermato il format di successo degli scorsi anni, che condurrà gli spettatori in castelli, antiche dimore, giardini storici (alcuni dei quali aperti eccezionalmente per l’occasione), che faranno da splendido palcoscenico agli spettacoli ed avranno come corollario visite guidate, aperitivi, introduzioni all’ascolto, degustazioni, cene prima e dopo gli appuntamenti musicali. Per un’esperienza che permetterà di conoscere non solo architetture, storia, paesaggi di queste straordinarie terre di confine, ma anche sapori e vini.

Con l’entrata del Piccolo Opera Festival nella rete di Italiafestival, si arricchisce la rappresentanza regionale all’interno di questa rete di spettacoli assolutamente prestigiosa, dove sono già presenti il Mittelfest e il Festival di Musica Sacra di Pordenone.

“L’accoglimento della nostra richiesta di adesione ad Italiafestival rappresenta un motivo di grande soddisfazione – dice Gabriele Ribis – Ritrovarsi assieme ad alcune delle più importanti manifestazioni festivaliere nazionali (fra cui importantissimi festival operistici come il Festival Puccini di Torre del Lago, il Rossini Opera Festival, il Festival Verdi di Parma ed il Festival della Valle d’Itria) significa sicuramente un importante passo avanti nel riconoscimento del nostro progetto. Credo che fare fronte comune ora sia indispensabile più che mai per dare un futuro allo spettacolo dal vivo. Per questo auspico che dall’ingresso in questo sodalizio nascano collaborazioni in grado di arricchire l’offerta di musica lirica fra Friuli Venezia Giulia e Slovenia, rendendo ancora più attrattivo questo territorio sulla mappa del turismo musicale europeo.”

 




In fil di trama nuova raccolta di poesie di Stefania Rabuffetti Castelvecchi Editore

In fil di trama è la nuova raccolta di poesie di Stefania Rabuffetti, in libreria dal 15 aprile per Castelvecchi Editore con una prefazione di Massimo Arcangeli (pp. 112 – euro 14,50).

100 parole una per poesia concatenate una con l’altra a intessere una trama, come fa un ragno con la sua ragnatela. Non a caso, sono proprio questi i due vocaboli che aprono e chiudono l’antologia. I versi qui raccolti, esito di un’intensa indagine su di sé resa possibile da una lunga pratica poetica, abbracciano molteplici contrasti: vita/morte, nulla/tutto, prigione/libertà, pace/guerra, notte/giorno, sorriso/pianto, per citarne alcuni. Queste dicotomie sono fondanti della vita stessa e necessarie per una visione universale, che abbraccia il mondo, l’infinito e il tempo nella sua interezza, «ciò che non ha dimensione», e spingendosi ancora più in alto lo Spirito.

La raccolta è frutto di un richiamo irresistibile della poesia. Come spiega l’italianista Massimo Arcangeli nella prefazione: «Se la poesia ti detta dentro non puoi farci niente. La cerchi, e non sempre la trovi (e, se anche la trovi, non sempre ti ascolta), ma quando è lei a trovarti, stanandoti da infingimenti e paure, non puoi resisterle, sei costretto a riportarne le parole. Stefania Rabuffetti vive l’esperienza poetica in questa misura».

L’atto di scrivere diventa quindi atto necessario, l’autrice ha bisogno in modo insaziabile della poesia per dar voce a se stessa e ritrovarsi.

La scrittura è, dunque, per la poetessa lo specchio dell’anima: riflette la sua irrequietudine e le sue debolezze, ma è anche testimone di una costante ricerca di senso e della volontà di seguire il filo che si intreccia con al vortice/labirinto della vita, in «un abbraccio mortale che – come scrive Arcangeli – in realtà, è una promessa di rinascita.»

Stefania Rabuffetti è nata a Roma, dove vive. Per dieci anni ha lavorato nella redazione di programmi televisivi della Rai. Le sue poesie hanno dato vita a diverse raccolte, pubblicate da Manni: Il perimetro dell’anima (2009, Premio Minturnae 2010), Libertà vigilata (2011), Vietati gli specchi (2016), Cartoline dall’universo (2017, finalista al 44° Premio internazionale Città di Marineo), Parole affamate di parole (2019).




TRIESTE Il Giulia a casa tua _ Il Centro commerciale triestino avvia le consegne gratuite a domicilio

Con “Il Giulia a casa tua”, il Centro commerciale triestino avvia le consegne gratuite a domicilio direttamente dai negozi che aderiscono liberamente all’iniziativa. Il nuovo servizio di aggregazione e di consegna nell’ambito del comune di Trieste è offerto dal Consorzio degli Operatori.

“Pensato da Il Giulia per mettere a disposizione dei suoi operatori commerciali un servizio centralizzato e tracciato di consegna della spesa, che consenta di abbattere i costi di spedizione” – afferma la direzione – “Il Giulia a casa tua” si rivolge ai clienti del Centro commerciale cittadino che possono così ricevere la merce, acquistata anche in più negozi, direttamente a casa propria, all’orario concordato con il personale dedicato”.

Il servizio offre ogni giorno dieci consegne gratuite direttamente a casa del consumatore ed è attivo dal lunedì al sabato, dalle ore 9.00 alle ore 17.00. Il servizio viene effettuato solo per articoli o gruppi di articoli non superiori a cinque colli, dal peso massimo di 40 kg.

“Il Giulia a casa tua” è organizzato anche per favorire l’accesso al Centro commerciale in comodità, senza l’uso della macchina, usufruendo del trasporto pubblico. Utile per tutte le fasce di pubblico, “Il Giulia a casa tua” è un servizio aggiuntivo di valore in un periodo in cui la consegna a domicilio sta diventando sempre più una necessità a causa dell’emergenza sanitaria.




MASI Lugano Apre domenica 18 aprile “Luigi Pericle. Ad astra”Palazzo Reali, fino al 5 settembre 2021

Dal 18 aprile al 5 settembre 2021 il Museo d’arte della Svizzera italiana presenta la prima retrospettiva in Svizzera del pittore e disegnatore Luigi Pericle (1916–2001). Il progetto è stato elaborato in collaborazione con l’Archivio Luigi Pericle e il Museo Villa dei Cedri di Bellinzona. A vent’anni dalla morte dell’artista, l’esposizione ripercorre il lavoro di ricerca artistica e spirituale di Pericle grazie a un’accurata selezione di dipinti, disegni, schizzi, documenti e scritti.

 

Luigi Pericle, Il segno della trasformazione (Matri Dei d.d.d.), 1964, tecnica mista su tela. Collezione Dr. iur. M. Caroni, Svizzera. Foto © Marco Beck Peccoz.

Luigi Pericle nasce a Basilea il 22 giugno 1916 con il nome di Pericle Luigi Giovannetti. Fin da giovane si avvicina alla pittura, frequentando una scuola d’arte che però presto abbandona, in disaccordo con i metodi d’insegnamento. Già durante la giovinezza si occupa di filosofia antica e di religioni dell’Estremo Oriente, divenendo con gli anni un conoscitore del buddismo Zen, del mondo spirituale dell’antico Egitto e della teosofia. Dopo aver raggiunto la notorietà come pittore, Pericle si trasferisce ad Ascona con sua moglie: qui lavora in larga misura in solitudine, dedicando svariati studi al genius loci: l’eredità delle tradizioni spirituali del Monte Verità. Sul patrimonio artistico di Luigi Pericle, salvato dall’oblio grazie al caso, si incentra oggi un progetto di ricerca, restauro, conservazione e catalogazione, gestito dall’associazione no profit “Archivio Luigi Pericle” di Ascona.

Luigi Pericle, Senza titolo (Matri Dei d.d.d.), 1974, tecnica mista su masonite. Archivio Luigi Pericle, Ascona. Foto © Marco Beck Peccoz.

L’esposizione del MASI a Palazzo Reali si articola in cinque sezioni, che delineano l’orizzonte spirituale e artistico di Luigi Pericle. Si riaccendono così i riflettori su un artista che certo studia il passato, ma è rigorosamente contemporaneo nella sua pittura, e nel suo vocabolario si dimostra all’altezza dell’astrazione lirica della seconda École de Paris e dell’arte informale. Molteplici sono le suggestioni di artisti quali Jean Dubuffet, Henri Michaux, Hans Hartung, Pierre Soulages, Maria Helena Vieira da Silva, Julius Bissier e altri che si bilanciano in una sintesi artistica estremamente individuale; in particolare i disegni a china raggiungono un grado virtuosistico di profondità meditativa. L’esposizione al MASI documenta inoltre il contesto spirituale dell’arte di Luigi Pericle, i suoi studi di calligrafia, astrologia, teosofia, filosofia Zen, ma anche del canone universale della storia dell’arte.

 

Le sue approfondite analisi trovano immediata attuazione nei dipinti e nelle chine esposti, e riconducono alle riflessioni, centrali nel lavoro dell’artista, su divenire e scorrere del tempo, forma e metamorfosi, materialità e spiritualità.

 

Il catalogo

Il catalogo è a cura di Carole Haensler, Direttrice di Bellinzona Musei e curatrice del Museo Villa dei Cedri, include un’introduzione di Tobia Bezzola, Direttore del MASI, e saggi di Andrea e Greta Biasca-Caroni, Presidente e Direttrice dell’Archivio Luigi Pericle, Michele Tavola, Gallerie dell’Accademia, Venezia, e Andreas Kilcher, ETH Zürich, Presidente della Società Europea per lo Studio dell’esoterismo occidentale (ESSWE). Il catalogo, pubblicazione del MASI, è trilingue in italiano, tedesco e inglese.