TRIESTE: IL GOVERNO ESENTI I COMUNI DAL PAGAMENTO DELL’IMU

 

“I sindaci delle città metropolitane rivolgono al Governo e al Parlamento un pressante invito a modificare la disciplina dell’IMU contenuta nel decreto legge n.201/2011 (legge 214/2011) e ad accogliere gli emendamenti presentati dall’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani nel decreto legge n.16/2012 varato dal Governo, e attualmente in corso di conversione al Senato. Va in particolare modificata la norma del decreto che sottopone a tassazione IMU i beni di proprietà comunale, che erano esenti dall’ICI e dall’IMU a regime prevista dal d.lgs. n.23/2011 sul federalismo municipale. Con questa norma i Comuni avranno l’obbligo di versare allo Stato il 50% del relativo gettito e, per l’altra metà, vedranno ridursi ulteriormente il Fondo sperimentale di riequilibrio, già oggetto di ripetuti tagli. I Comuni dovranno pagare allo Stato l’IMU sulle case popolari di loro proprietà; la stessa cosa dovranno fare i vari Istituti Case Popolari presenti nei Comuni italiani. Si tratta di una norma profondamente ingiusta che toglie ulteriori risorse ai Comuni e mette in ulteriore grande difficoltà gli enti locali che hanno maggiormente investito sulle politiche per la casa. E’ questo il caso dei grandi Comuni che hanno un cospicuo patrimonio di edilizia residenziale pubblica”. E’ questo il testo dell’appello sottoscritto dai sindaci delle città metropolitane affinché il Governo esenti i comuni dal pagamento dell’Imu per gli immobili. Il documento è stato firmato dai sindaci: Michele Emiliano (Bari), Virginio Merola (Bologna), Massimo Zedda (Cagliari), Matteo Renzi (Firenze), Giuliano Pisapia (Milano), Luigi de Magistris (Napoli), Piero Fassino (Torino), Roberto Cosolini (Trieste), Gianni Alemanno (Roma) e Giorgio Orsoni (Venezia). L’appello (in allegato) è stato inviato alla  Presidenza del Consiglio e ai capigruppo di Camera e Senato.




Vittorie di Pirro

Elezioni amministrative di primavera 2011. A cose fatte, il Segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani ha dichiarato: “Abbiamo vinto noi, hanno perso loro”. Eppure, se i grandi sconfitti delle elezioni amministrative sono Silvio Berlusconi e il Popolo delle libertà, dai risultati delle elezioni è difficile concludere che il Partito democratico stia passando tempi di vacche grasse.

 Partiamo da Milano. Giuliano Pisapia ha condotto una campagna intelligente: ha convinto l’elettorato di sinistra, ha rassicurato l’elettorato moderato e ha ottenuto un risultato insperato. Ma si tratta, innanzitutto, del successo di un candidato espresso da Sinistra e Libertà, che lo scorso autunno ha sconfitto alle primarie l’architetto Stefano Boeri, proposto e supportato dal Partito Democratico. Per il resto, Milano è l’unica grande città in cui il partito non perde terreno rispetto alla scorsa tornata. Nelle comunali del 2006 L’Ulivo aveva raccolto il 22% dei suffragi. Nella votazione di ieri il Partito democratico ha raggiunto quota 28. Ma è probabile che la lista civica dell’allora candidato sindaco Ferrante, supportato dai Ds e dalla Margherita, nel 2006 abbia sottratto elettorato ai due partiti ottenendo un buon 7%.

Per quanto riguarda tutte le altre grandi città, il partito di Berlusconi perde terreno ma il Partito democratico non ne guadagna. Anzi. A Torino, cinque anni fa, Sergio Chiamparino ha vinto al primo turno con una maggioranza del 66%, mentre Piero Fassino si è fermato 10 punti sotto. L’Ulivo allora toccava quasi il 40%, ora il Pd si attesta al 34. Anche a Bologna si conferma la flessione: al primo turno L’Ulivo raggiungeva il 40 %, ora il Pd ottiene 2 punti di meno. Dobbiamo concludere con Napoli? Pochi anni fa Rosa Russo Iervolino sbancava al primo turno con il 57% dei voti, e la somma dei Ds e de La Margherita raccoglieva il 30% dell’elettorato. In questa tornata il prefetto Morcone, candidato del Pd, si ferma al 19%, mentre il partito dimezza i voti del 2006, racimolando un magro 16%. Vittoria personale di De Magistris, importante esponente dell’Italia dei valori, e Partito democratico a terra.

 Qualsiasi saranno i risultati dei ballottaggi, le indicazioni emerse al primo turno sono di per sé interessanti. I casi di Milano e Napoli ci ricordano che un partito di riferimento per il centro-sinistra, per essere tale, dovrebbe esprimere dei candidati su cui fare convergere la coalizione. Ma soprattutto, se il Partito democratico è risultato in molte città il primo partito, non lo deve al fatto che ha guadagnato elettorato. Ha semplicemente contenuto la sconfitta meglio di quanto abbia fatto il Popolo delle Libertà. Il segretario Bersani fa bene a sostenere che non si è trattato di pareggio, ma le condizioni generali non sembrano affatto incoraggianti.

Anche l’affluenza alle urne è calata rispetto alle scorse elezioni amministrative e si rischia l’ipotesi disaffezione. La crisi dei due partiti maggiori dovrebbe fare riflettere sia a destra sia a sinistra. Altrimenti, la politica stessa potrebbe rischiare di uscirne perdente. Intanto, mentre Italo Bocchino gioisce della dèbacle del Premier, il giornalista Fabio Chiusi ha calcolato che, nelle città andate al voto per le comunali, il Movimento di Beppe Grillo raccoglie in media la fiducia del 4,8% dell’elettorato, mentre Futuro e Libertà si ferma all’1,7. I vuoti in politica vengono sempre colmati.

G.G.