Andrea Chénier al Teatro Verdi di Trieste

All’opera c’è sempre un convitato di pietra: la tradizione. Cos’è la tradizione? L’insieme di ascolti, abitudini, interpretazioni che l’inerzia del tempo ha stratificato su un titolo. Spesso sono vizi deleteri, talvolta virtuosi, ma non si può fingere che non esistano. Andrea Chénier ad esempio è finita per diventare un’opera da grandi voci, giusto o sbagliato che sia poco importa, ormai è così. Il fatto che il lavoro di Giordano senza interpreti di grande personalità un poco zoppichi certo non aiuta.

Quando si pensa di mettere in scena un’opera bisogna decidere: o si provano strade nuove, il che richiede idee e coraggio, o si asseconda, appunto, la tradizione, ma per farlo servono i mezzi e le considerazioni necessari. Nello Chénier ad esempio le dimensioni contano. Volume, voci, fracasso, comparse, scene, tutto chiama un’eccessività smisurata, forse poco estetica ma di grande impatto. Uno Chénier di basso profilo, in termini di sfarzo, grandiosità, affollamento, gira a tre cilindri. Se poi i cantanti sono ordinari o poco più il tutto funziona ancora meno: si fanno spallucce e si passa oltre.

Kristian Benedikt, impegnato nel titol role al Verdi di Trieste, non canta né bene né male, ha una voce opaca ingarbugliata tra naso e gola (soprattutto gola) che squilla poco e fatica a imporsi su colleghi e orchestra e non è nemmeno interprete vario o fantasioso, benché ci provi. Insomma non si farà ricordare per niente di particolare, cosa che per buona fetta del repertorio potrebbe anche passare in secondo piano ma che qui non basta.

Peccato perché il resto del cast convince assai di più a partire da Svetla Vassileva che, pur con qualche durezza qua e là, è una Maddalena di personalità e varia nella dinamica (un esempio? il pp autentico che che fa su “proteggermi volete, spero in voi” è meraviglioso). Buono anche il Carlo Gérard ruvido ma tutt’altro che superficiale di Devid Cecconi, che ha voce possente ma anche certa propensione al chiaroscuro.

Così così le parti di fianco, tra cui piace sottolineare l’ottima, ma davvero ottima, prova di Saverio Pugliese che dà corpo e voce all’Incredibile e all’Abate, confermando, dopo il recente Goro, di essere un tenore caratterista di livello.

Alterna la Bersi di Albane Carrère, convincente la Contessa di Coigny di Anna Evtekhova, corretta la Madelon di Isabel De Paoli, molto positivi i contributi di Gianni Giuga (Pietro Fléville/Mathieu) e Giovanni Palumbo (Fouquier Tinville), così come reggono bene Giuliano Pelizon e Francesco Paccorini.

 

Fabrizio Maria Carminati è sempre una certezza. Tiene palco e orchestra in pugno, dosa volumi e tempi comme il faut, garantisce pulizia e bel suono. Mancherà forse il guizzo illuminante, è vero, ma è un’assenza tutt’altro che insopportabile anche se in quest’opera di Giordano un po’ di kitsch in più non darebbe fastidio. Benissimo l’orchestra di casa, bene il coro preparato da Francesca Tosi.

Resta da dire di uno spettacolo su cui non c’è molto da dire. Onesta e rassicurante tradizione: fondali di tela, o qualcosa che ci assomiglia molto, costumi d’epoca (di Jesus Ruiz, belli), disegno luci timido, qualche videoproiezione che se non ci fosse stata sarebbe stato meglio. La scena (William Orlandi) è pressoché fissa, fatta eccezione per qualche orpello d’arredamento e per due pannelli mobili che la chiudono sul fondo, e riproduce un interno in stile classico molto stilizzato. Per il resto il lavoro di regia di Sarah Schinasi fa lo stretto necessario: muove diligentemente le masse e convenzionalmente i solisti, insomma va poco più in là della direzione del traffico.

Applausi scroscianti per tutti.

Paolo Locatelli
paolo.locatelli@ildiscorso.it
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I Puritani inaugurano la stagione del Verdi di Trieste

Nei Puritani che aprono la stagione del Verdi di Trieste c’è una piacevole sorpresa: si chiama Ruth Iniesta ed è una giovane cantante di belle speranze e solido presente, catapultata sul palco all’ultimo minuto per sostituire la titolare Elena Moşuc. Voce di lirico leggero omogenea e penetrante, non particolarmente pesante ma sempre alta e timbrata, e tecnica agguerrita che le consente di legare, smorzare, dipanare la coloratura e fraseggiare come si deve. Canta bene, anzi benissimo, la Iniesta, ma è anche artista e siccome gli artisti si pesano sul minuscolo dettaglio, ecco un esempio. C’è un passaggio, nel terzo atto, in cui Arturo cerca di giustificarsi per l’assenza: “fur tre mesi” dice, e lei risponde esausta “no, no, fur tre secoli”. Ebbene, quei due “no” apparentemente insignificanti la Iniesta li colora e dice ognuno con un’intenzione e una verità da grande. Piccolezze che pesano tantissimo.

Poi c’è anche tutto il resto: la pazzia è ottima, il finale primo le vale un applauso a scena aperta e anche in quel duettone infinito che è il terzo atto la Iniesta arriva in fondo fresca come una rosa. Difetti? A voler essere pignoli qualche sovracuto esce leggermente stiracchiato, ma attaccarsi a queste inezie è tara da disturbo melomaniacale di personalità. Segnatevi il nome perché ne sentiremo parlare.

Insomma è andata bene, ma non solo per merito di Elvira. Il teatro triestino ha messo in piedi un’inaugurazione di stagione di tutto rispetto, rendendo giustizia a quella summa di belcanto smisurato che è l’estremo capolavoro belliniano. Perché c’è sì un’ottima protagonista femminile, ma anche la controparte tenorile se la cava ottimamente. Antonino Siragusa esce indenne dalla tessitura folle di Arturo, ed è già molto (senza tagli e con da capo vari il terzo atto è un gioco al massacro per la gola di qualsiasi tenore). Canta da grande professionista, le note ci sono tutte, la resistenza è stupefacente e anche il tono dell’espressione è sempre quello giusto.

Certo, l’impressione che si ha è che la parte non sia l’ideale per la voce di Siragusa, che rimane quella di un (eccellente) rossiniano. Non è questione di pruriti vociologici, ma innanzitutto una faccenda di sostanza. Il tenore romantico dell’opera italiana di primo Ottocento è una delle tante emanazioni dei rinnovamenti culturali e di costume che modificarono la società, portando, tra le altre cose, proprio a uno svincolamento dall’estetica di cui Rossini fu ultimo baluardo e allo sviluppo di una vocalità nuova. Certo è un processo complesso di cui oggi è difficile individuare nettamente i tratti caratterizzandolo con precisione assoluta, ma la scrittura stessa di Arturo suggerisce la necessità di un corpo vocale più sostanzioso, soprattutto nel medium, una tornitura che consenta di fraseggiare con maggiore varietà di accenti e colori.

Foto Fabio Parenzan

Il terzo asse portante dello spettacolo è Fabrizio Maria Carminati che sul podio del Verdi è di casa (ed è un bene che sia così!). Dalle alte sfere del loggione lamentano una certa timidezza di volumi e piattezza di dinamiche – scherzi dell’acustica dei teatri all’italiana –, limiti che dalla platea non si avvertono affatto, tutt’altro. Equilibri calibrati al grammo – e che belli i concertati! – tempi agili e incalzanti, controllo perfetto del palco e, last but not least, una compattezza della narrazione incrollabile che non teme la riapertura di tutti i tagli.
L’Orchestra del Verdi suona bene anche se non al meglio delle sue possibilità per qualità dell’amalgama, idem il coro preparato da Francesca Tosi che sbarella un po’ all’inizio ma va migliorando.

Restano le voci gravi. Mario Cassi (Riccardo) parte con qualche difficoltà nel recitativo di sortita e risolve l’aria seguente senza convincere troppo, ma poi cresce. Ha voce che va irrobustendosi con l’acuirsi della tessitura e trova sfogo in acuti bombastici, ma in basso difetta ancora di un po’ di corpo e rotondità, almeno per questo repertorio. Alexey Birkus è un Sir Giorgio dal canto educato e volume modesto, ma è anche interprete tutt’altro che compassato. Bravissima la Enrichetta di Nozomi Kato, all’altezza il Sir Bruno Roberton di Andrea Binetti così come è sempre affidabile Giuliano Pelizon che dà corpo e voce (parecchia) a Lord Gualtiero Valton.

Foto Fabio Parenzan

Anche Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi vincono la loro sfida. Per un regista I puritani sono un’insidiosissima polpetta avvelenata: tre ore di arie, duetti e cori in cui succede poco o niente e una drammaturgia che fa un passo indietro a vantaggio del canto in sé per sé. E certo la scelta (sacrosanta) di riaprire i tagli e riprendere da capo le cabalette non aiuta l’incedere teatrale. La Ricciarelli e Garattini puntano sulla tradizione, scelta che a Trieste è sempre vincente in partenza e che nel caso specifico lo è doppiamente perché in quest’opera qualsiasi tentativo di “manomissione” è sempre una scommessa ad altissimo rischio. Costumi (Giada Masi) e luoghi sono da libretto: la scena fissa di Paolo Vitale riproduce una fortezza diroccata o in via di costruzione, difficile dirlo, che tra impalcature, rampe e scale, accoglie l’intera vicenda; un cielo in proiezione chiude il fondale. Ne esce uno spettacolo visivamente piacevole, talvolta eccessivamente statico – d’accordo, in certi momenti è davvero difficile inventarsi qualcosa che catalizzi l’azione, ma un briciolo di dinamismo in più sarebbe auspicabile – e che racconta in modo chiaro la storia. Il pubblico gradisce, molto.

Successo pieno e caloroso.

Paolo Locatelli
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