mercoledì , 28 Ottobre 2020
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The Boys 2: la recensione della seconda stagione della serie

The Boys 2: la recensione della seconda stagione della serie

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The Boys 2

 

La seconda stagione riprende la storia da dove si era interrotta alla fine della prima. Il punto di vista privilegiato è però ora quello dei supereroi, i Sette, che poi così eroi non sono, e cala di molto il ritmo, tanto che forse per chi vede questa serie per la prima volta, partendo dalla seconda stagione, è facile perdersi, all’inizio.

Questo rallentamento fornisce tuttavia l’opportunità per indagare più a fondo sui personaggi, che acquistano maggiore spessore. Se da un lato continua lo scontro tra i Sette e i Boys, dall’altro tra il gruppo dei supereroi e quello degli uomini ”normali” si crea una crescente rete di complicità e connivenze, che porta alla ricerca di un punto di equilibrio, per quanto debole e in perenne evoluzione.

Forse è ai due leader del gruppo, il misantropo Patriota e il mefistofelico Billy Butcher, che la seconda serie dedica maggiore tempo. Se il primo dimostrerà fino in fondo la sua strutturale incapacità a relazionarsi con gli altri e a evolversi, rimanendo prigioniero di sé stesso e della sua rappresentazione mediatica, il secondo invece prende consapevolezza di sé e decide di cambiare, tanto che è lecito chiedersi quale sarà il suo ruolo nella terza serie, di cui è già stata annunciata la realizzazione.

Boys contro i Sette, ma non a qualunque costo

All’inizio della seconda stagione sia gli uomini che i supereroi sono in crisi, ma mentre Billy Butcher è l’indiscusso capo dei Boys, i Sette stanno attraversando una profonda crisi di leadership. L’arrivo di Stormfront, supereoina eccezionalmente dotata sia in fatto di poteri che di capacità comunicative, oscura la figura del Patriota, che medita in cuor suo di farla fuori, anche se poi rimane preda del suo fascino. Il leader ammaccato dei Sette ha inoltre crescenti problemi con suo figlio Ryan, che vorrebbe educare come un supereroe. E alla faccia sua apparente monoliticità, in realtà ha forti dubbi su quale sia l’atteggiamento migliore da tenere. Anche perché la madre del piccolo è umana (trattasi di Rebecca, la moglie di Billy Butcher), e non condivide le idee del padre, cosa con la quale il Patriota deve venire a patti, in un modo o nell’altro, magari a denti stretti.

Si allargano ulteriormente le crepe nel gruppo dei Sette: dopo la cacciata di Abisso, è il turno di A-Train, che dietro le quinte è pronto a tutto pur di rientrare in gioco. Il Patriota scopre l’omosessualità di Queen Maeve, costringendola a un improbabile e non voluto coming-out, che gli mette contro la sua ex-preferita. Starlight ne ha le scatole piene di vivere una vita fatta di apparenze, e continua la sua ambigua relazione con il giovane Hughie, membro dei Boys, da sempre divorato da dilemmi morali e incerto sulle scelte fatte da Butcher.

Anche il gruppo dei Boys è quindi poco monolitico. Tra il Francese e la Femmina della Specie, unica donna del gruppo e unica a essere dotata di superpoteri, nasce del tenero, mentre il controllo del fratello di lei, superterrorista che viene catturato al suo ingresso negli States, si rivela essere molto più difficile del previsto.

Insomma la divisione dicotomica tra umani e superumani tende ad attenuarsi, mentre si crea una rete di interessi e connivenze che alla fine, piuttosto che all’annientamento reciproco, porterà alla ricerca di nuovi equilibri, capaci di tenere conto della molteplicità degli interessi in gioco.

Il mondo dei Supereroi come metafora del malessere nella società statunitense contemporanea

Nella prima serie la messa in scena del mondo dei supereroi, la cui vita non per niente ruota intorno allo svettante grattacielo della Vought, è occasione per rappresentare la vacuità del mondo moderno, che, dietro alla facciata di personaggi apparentemente integerrimi e votati al sacrifico e al bene dell’umanità, nasconde una quantità di marcio inimmaginabile. Questa dicotomia tra apparenza e sostanza prosegue nella seconda serie, nella quale è ormai chiaro che i Super non solo sono un ricettacolo di ipocrisia, crudeltà e cinismo, ma sono in realtà dei prodotti costruiti in laboratorio, ottenuti dalla perfida Vought inoculando il misterioso Composto V in bambini “normali”.

La novità è che viene dato maggiore spazio al Patriota, del quale viene palesato il profondo disprezzo per la gente che dovrebbe difendere e il livello mostruoso di narcisismo che lo pervade. Ma con la figura di Stromfront entra in modo esplicito il tema razziale. Questa finta eroina nasconde un passato oscuro che la lega al Nazismo, e nel secondo dopoguerra si è macchiata di atti di violenza gratuita apertamente razzista, sotto il nome di Liberty, rendendosi responsabile di azioni da fare impallidire le bande di suprematisti bianchi. Tra Stormfront e il Patriota scoppia la passione, a suggellare un idillio che bene rappresenta la pancia di una certa America, che sogna il ritorno del dominio WASP (White Anglo-Saxon Protestant), per non dire di peggio.

Il punto di forza di Stormfront è la sua capacità di ottenere il consenso grazie all’uso dei social media, sfruttando gruppi di volontari che non sono neanche pagati, ma lavorano come cani a gratis per la loro beniamina, ottenendo risultati molto migliori di quelli ottenuti con centinaia di milioni di dollari di investimenti in marketing da parte della Vought. Un immagine forse non troppo lontana da quello che può accadere nell’ambiente mediatico contemporaneo.

Il tentativo di Stormfront di creare una specie di Quarto Reich di supereroi, con a capo lei e il Patriota, va quasi in porto, anche perché la gente, in fondo, è con loro. Come lei spiega bene, “la gente ama quello che dico, solo non ama la parola nazista”. I nomi cambiano, le idee a esse sottese rimangono.

Fa sorridere, poi, l’attenzione maniacale che i media prestano in questa serie alla questione razziale e di genere nella composizione del gruppo dei Seven. Quella che preoccupa è però il giusto bilanciamento numerico tra le varie razze e generi, non alla sostanza dei fatti. Ancora una volta ciò che conta è l’apparenza, non la sostanza.

Il motto della campagna di marketing della Vought, “Le Ragazze ce la Fanno”, fa da patinata copertina a scene di massacri e combattimenti agghiaccianti, dove le eroine macellano l’odiato nemico con il sorriso sulle labbra, trovando poi magari il tempo per curare il proprio aspetto fisico, tra una esplosione l’altra. E saranno proprio le donne a darsela di santa ragione, nel finale, a dimostrazione di come il ruolo della donne venga finalmente rivalutato, con i maschi ridotti a funzione ancillare. Ma forse questa serie TV suggerisce che rivalutare il ruolo della donna è qualcosa di diverso dal fagocitare gli stereotipi maschili, iniettandoli nei personaggi femminili

The Boys 2: una serie imperdibile per gli amanti del genere

Più in generale, è il capitalismo moderno, rappresentato dalla Vought, che viene pesantemente criticato in questa serie, che di fatto ha un forte aspetto di denuncia sociale. Viene messo in scena un mondo dove tutto viene spettacolarizzato e mercificato, e coloro che vengono invidiati dalle masse, ridotte a vivere una vita precaria e vicaria, sono ancora più depressi e infelici dei loro fan, anche se supermiliardari. Basti pensare a Queen Maeve, costretta a mettere sulla piazza i suoi fatti privati per risollevare l’audience, a Starlight, la cui unica occasione per godersi la vita è sgattaiolare fuori dalla torre-prigione dove vive per incontrarsi clandestinamente con Hughie, o allo stesso Patriota, di fatto un povero psicolabile onanista, che per tirare avanti deve raccontarsi continuamente di potere fare tutto quello che vuole, anche se in realtà nessuno dei suoi deliranti progetti va in porto, ed è lui il primo a doversi piegare ai voleri della Vought, alla faccia deu suoi tanto sbandierati superpoteri.

Una società violenta, dove viene però viene fornito un nemico – i superterroristi che entrano illegalmente negli States, che la stessa Vought produce, per auto-giustificare la sua esistenza – e una speranza: l’avvento di una razza di supereroi senza macchia e paura, di cui bisogna fidarsi ciecamente. Nel frattempo la Vought guadagna fantastiliardi.

Ma è un gruppo di emarginati, di reietti della società, The Boys, che riescono alla fine a metter una pezza su una situazione disastrosa, con la connivenza di alcuni supereroi e, per alcuni aspetti, della stessa Vought, che in nome della sopravvivenza dei propri traffici sacrifica senza battere ciglio chiunque sia necessario. Anche i propri membri. Basta che il business continui.

In definita, The Boys è molto più di una semplice serie TV di intrattenimento, costruita con mestiere e ottimamente recitata. La seconda serie è indubbiamente un prodotto molto più maturo della prima. Certo, all’inizio mancano le incalzanti scene mozzafiato della prima edizione, i tempi sono molto più rilassati, c’è spazio per molti flash-back (forse troppi, a dire il vero).

Ma questo è il prezzo da pagare per dare spessore ai personaggi e, in definita, alla storia stessa. Che comunque a partire dal quinto episodio tende ad accelerare, convergendo verso un finale veramente ben costruito a appagante, che lascia aperte diverse finestre per l’inevitabile, terza serie.

Sarà dura aspettare un anno per vederla su Amazon Prime

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