mercoledì , 13 Novembre 2019
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Il Re Pastore di Mozart al Teatro Verdi di Trieste

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C’è un filo sottile che collega Il Re Pastore con La Clemenza di Tito, opere mozartiane distanti nel tempo, meno nello spirito. Che poi, per ispirazione e riuscita complessiva, la seconda surclassi l’acerbo lavoro giovanile, è cosa davanti agli occhi di tutti.

Il teatro Verdi di Trieste, facendo di necessità virtù, propone un allestimento de Il Re Pastore che rispolvera le scene (molto belle) create da Pier Paolo Bisleri proprio per la Clemenza della scorsa stagione. Il risultato non solo convince ma ha appunto il merito di mettere in evidenza i nessi tra i due Mozart di derivazione metastasiana e di conseguenza l’evoluzione del linguaggio musicale e drammaturgico del compositore, delle sue ragioni più profonde, la mutazione del rapporto con una società in cambiamento ed un pensiero illuministico che entra in crisi. Il ritratto dell’età dei numi che esce dal Re Pastore, massimamente nelle figure di Alessandro ed Aminta, è caratterizzato da un’ingenuità quasi commovente ed un ottimismo che Mozart metterà progressivamente in discussione.

Elisabetta Brusa, regista dello spettacolo, congela l’azione in un teatro stilizzato ed olimpico; la scelta è quella di definire i personaggi quasi fossero archetipi, maschere di un gioco delle parti. La spontaneità della vita bucolica, cui Aminta si vede costretto a rinunciare, lascia il posto ad una recita sociale: l’uomo al di fuori del proprio ambiente, lontano dagli affetti, diviene un burattino senz’anima. L’impianto tuttavia, al di là dell’eleganza formale, mostra la corda nella rigidità dello scorrimento e nella staticità della narrazione.

Complessivamente positiva l’esecuzione musicale. Felix Krieger guidava un’orchestra in gran forma con gusto e carattere, evitando sbavature o scollamenti ma senza perdere di vista la narrazione: i tempi sono rapidi senza essere frenetici, il suono terso, il palco è assecondato con attenzione vigile ma non servile.
Alida Berti, Aminta, ha voce di bel colore, solida tecnica e sa tenere il palco con personalità. L’aria l’amerò, sarò costante, oltre ad essere uno dei vertici musicali dell’opera, è stata risolta dall’artista – di concerto con la regia – con grande intensità. Piaceva senza riserve Eva Mei, esperta mozartiana, cantante dalla vocalità levigata e tecnicamente rifinita, morbida nell’emissione e dall’intonazione impeccabile.
Convinceva Tony Bardon, Alessandro impacciato sulla scena ma vocalmente e musicalmente autorevole. Paola Antonucci al di là di qualche forzatura negli acuti, veniva a capo con sicurezza della parte di Tamiri. Alessandro Codeluppi, Agenore, deve ancora rifinire l’emissione ma evidenziava buon gusto e stile appropriato, soprattutto nei recitativi.
A fine recita ottima accoglienza per tutta la compagnia da parte dello scarso pubblico in sala.

Paolo Locatelli
paolo.locatelli@ildiscorso.it
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Paolo Locatelli
Giornalista e critico musicale.

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