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Rambo: Last Blood – La recensione

Rambo: Last Blood – La recensione

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Stiamo parlando di un film mediocre, recitato male, con una storia scialba, altamente prevedibile. Trattandosi tuttavia di un film che ha come protagonista Rambo, la delusione è ancora più cocente, in quanto questa pellicola facilmente tradisce le aspettative che inevitabilmente ha uno spettatore quando va a guardare l’ultimo episodio di una saga diventata un mito del cinema.

Il settantatreenne Sylvester Stallone non è stato capace di fare evolvere il suo personaggio, ma al contrario lo ha reso quasi risibile, con il suo volto completamente inespressivo, le sue battute scontate, i suoi movimenti impacciati, il suo spessore psicologico inconsistente, schiacciato nel ruolo del vecchio combattente che non riesce a fare altro che massacrare l’odiato nemico.

E proprio di una massacro stiamo parlando, perché nella parte finale della pellicola, quando Rambo ottiene l’agognata vendetta, il vecchio veterano del Vietnam non si limita a eliminare fisicamente gli avversari, ma letteralmente li fa a pezzi, fino a strappare il cuore dal petto del capo dei suoi nemici. Un eccesso di violenza gratuita che avrebbe forse senso in un filmetto splatter di serie B a bassissimo budget, ma che nell’ultimo capitolo della saga di Rambo sembra essere francamente fuori posto.

Una storia scontata

Rambo passa la sua vecchiaia ritirato nel suo ranch in Arizona, dove alleva cavalli. Vive con Maria, con la quale sembra avere un rapporto platonico, e la nipote di quest’ultima, Gabrielle, entrambe messicane. Il protagonista ha un atteggiamento paterno nei confronti della giovane ragazza, che è in procinto di andare al college.

Come al solito Rambo cerca di convivere con il trauma che la guerra in Vietnam gli ha lasciato, e per aiutarsi ricorre anche ai farmaci. Sotto il ranch ha scavato un dedalo di tunnel nel quale ha ammassato le sue armi e dove cerca rifugio dai suoi drammi interiori, che tuttavia non lo abbandonano mai.

Gabrielle viene a sapere che il suo vero padre è ancora vivo, e vive in Messico, al di là del confine. Nonostante Rambo cerchi di dissuaderla, lei parte alla ricerca del genitore e viene rapita da una banda di messicani dediti allo sfruttamento della prostituzione e al traffico di droga. Il protagonista parte oltreconfine per riportarla a casa, ma viene pestato a sangue e si salva grazie al provvidenziale intervento di una giornalista che indaga sulle attività dei cartelli della droga messicani.

Il protagonista riesce comunque a fare fuggire Gabrielle dallo squallido bordello dove era stata segregata, ma la ragazza muore in seguito ai maltrattamenti subiti e all’uso di droga cui è stata forzata. A questo punto Rambo medita la sua terribile vendetta e attira nel proprio ranch in Arizona i narcotrafficanti, grazie all’aiuto della giornalista. La mattanza avviene principalmente nei tunnel sotterranei, dove ha allestito una serie di trappole mortali nelle quali i suoi nemici verranno inesorabilmente scannati, uno dopo l’altro. Rambo lascia per ultimo il capo dei trafficanti di droga, per massacrarlo con calma, gustandosi fino in fondo il piacere della vendetta.

Pesto, ferito e dolorante dopo il massacro, il vecchio eroe si trascina su una vecchia sedia a dondolo sotto un porticato, dove ancora una volta viene assalito dai ricordi del passato, che lo inchiodano al suo destino di eterno combattente che non riesce mai a ritrovare una normalità o un posto dove sentirsi veramente a casa.

Seguono delle scene tratte dagli altri film di Rambo, che hanno l’unico effetto di suscitare nello spettatore un profondo rimpianto per i precedenti episodi della saga.

L’ombra del razzismo

Nel film è facilmente riconoscibile la profonda dicotomia tra l’Arizona, luogo dove Rambo può almeno illudersi di stare a casa, ma dove comunque la vita scorre normale e ben codificata, e il Messico, dove i cartelli della droga fanno il bello e il cattivo tempo, con la polizia corrotta che scodinzola deferente a loro piedi.

Appena arrivata oltreconfine alla ricerca del padre, in poche ore la povera Gabrielle viene rapita dai narcos e costretta a prostituirsi, in un ambiente urbano dove i delinquenti fanno quello che vogliono alla luce del sole. La stessa giornalista che ha salvato Rambo ammette che non c’è più speranza per la giustizia, e che lottare non serve a niente. Ma il vecchio combattente le farà cambiare idea, prospettandole la possibilità di ottenere giustizia tramite la vendetta.

Ovviamente la punizione dei cattivi non può avvenire nel corrotto Messico, ma potrà compiersi sono in Arizona, nei tunnel appositamente attrezzati allo scopo da Rambo, nei quali i narcos si lasciano attirare con molta faciloneria. In altre parole i messicani non vengono tratteggiati solo come delinquenti incalliti e senza scusanti di sorta, ma anche come degli ingenui con un quoziente intellettivo assai basso, vista l’imbarazzante facilità con la quale si fanno macellare nello scannatoio allestito da Rambo.

Nel film fa bella mostra di sé il muro che separa le due Nazioni, che verrà facilmente eluso dagli uomini del cartello tramite un tunnel sotterraneo. Una breve sequenza che sembra un invito neanche troppo celato a potenziare le barriere con il Messico.

Difficile non pensare a un assist alle politiche di Trump, anche se va detto che in passato Sylvester Stallone, nel momento in cui Ronald Reagan aveva individuato in Rambo il prototipo dell’eroe repubblicano ideale, si era dichiarato politicamente ateo e aveva negato ogni connotazione politica per il personaggio da lui impersonato. Sarà, ma il dubbio rimane.

Anche perché tutti i personaggi messicani, con l’eccezione di Maria, Gabrielle e la giornalista, vengono dipinti come persone infide e squallide, quando non completamente votate al crimine. Il padre biologico di Gabrielle, per esempio, si rivela essere una creatura senza sentimenti e senz’anima, visto come tratta la figlia che ha vigliaccamente abbandonato.

L’eterno confronto tra Natura e Cultura

La semplicità della trama rende palese una seconda dicotomia presente nel film: il vizio, la prostituzione, la corruzione e il crimine dilagano negli ambienti metropolitani messicani, mentre l’ordine, la famiglia e la normalità caratterizzano l’agreste pianura dell’Arizona, nella quale si distende il ranch del prode Rambo.

Il vecchio eroe viene inizialmente sconfitto dai narcos nel loro ambiente cittadino, ma riesce a sterminarli senza problemi nella sua amata campagna. Non solo: il protagonista sente il bisogno di scavare dei tunnel sotterranei dove trovare rifugio, dai suoi demoni interiori prima e dai narcotrafficanti dopo. Quasi che sprofondare fisicamente nella sua terra natia fornisca nuove energie al vecchio combattente.

Forse Rambo ha semplicemente sentito la necessità di riprodurre un ambiente, quello dei tunnel che i Vietcong scavavano per combattere le truppe statunitensi, che ha segnato la sua esistenza. Certo è che la classica dicotomia presente nei film western, ma non solo, che prevede la Cultura delle città opporsi alla Natura della frontiera selvaggia, in questo film sono invertite.

I cattivi da sterminare sono annidati nell’ambiente metropolitano, mescolati ad una umanità squallida e corrotta, immersi in un degrado morale che li rende invincibili. Ma quando abbandonano la città e affrontano il buon vecchio Rambo a casa sua, per loro non c’è scampo.

Certo, quella amata da Rambo è una Natura sui generis, che per essere goduta fino in fondo necessita di un arsenale a portata di mano. In ogni caso alla fine del film possiamo vedere il protagonista cavalcare verso le montagne. Una scena che fa ritornare in mente i vecchi western, nei quali alla fine l’eroe ritorna nella Natura, alla quale appartiene.

Ma è veramente l’ultimo film della saga?

Ci sono diversi elementi che suggeriscono che in realtà potrebbe esserci un sequel. Oltre alla già citata cavalcata finale, che lascia pensare che il vecchio eroe sia pronto a nuove avventure, il film lascia alcuni elementi della storia in sospeso.

In primo luogo Maria se ne va dal ranch quando viene a sapere della morte di sua nipote, ma non si capisce bene dove vada. Non si sa neanche cosa accada alla giornalista, che a un certo punto sparisce per non essere più né vista né citata.

Trattasi di errori di una sceneggiatura traballante oppure sono degli studiati suggerimenti al pubblico, per prepararlo a un possibile sequel?

Francamente non si sente la necessità di un altro film di così bassa qualità. Lasciateci il ricordo del nostro vecchio Rambo, come lo abbiamo conosciuto nei primi film. Anche perché nel prossimo probabilmente avrebbe bisogno della sedia a rotelle e del catetere.

About Alessandro Marotta

Alessandro Marotta
Tecnico di Laboratorio Biomedico. Seguendo la sua passione per i media e la comunicazione, si è anche laureato in Relazioni Pubbliche e in Teorie e Metodologie dell’e-learning e della media education, e ha conseguito un Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza. Accanito lettore e appassionato di cinema e teatro, è alla continua ricerca di tempo libero per coltivare i suoi hobby.

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